Catherine Lacey anteprima mondiale. A me puoi dirlo

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Catherine Lacey, A me puoi dirlo

Catherine Lacey, la scrittrice americana che con il suo romanzo d’esordio Nessuno scompare davvero è stata inserita tra i migliori libri dell’anno dal New Yorker, ritorna in libreria da oggi con A me puoi dirlo (in anteprima mondiale con le edizioni SUR, traduzione di Teresa Ciuffoletti, pagg. 224 euro 17), del quale presentiamo su Satisfiction un estratto in esclusiva.

La trama vede gli abitanti di un piccolo paese di provincia nel Sud degli Stati Uniti che trovano addormentata sulla panca di una chiesa una persona sconosciuta: il soprannome diventerà “Panca” (non a caso il titolo originale è Pew, le panche dove siedono i fedeli). In un primo momento è impossibile stabilirne il sesso e la provenienza perché si rifiuta di parlare.

Il suo arrivo nella cittadina, che avviene in concomitanza con la preparazione del tradizionale “Festival del Perdono”, offrirà il pretesto alla comunità, unita da un profondo senso religioso, di fare i conti con i propri sentimenti e le proprie ipocrisie. Gli abitanti si diranno pronti ad accogliere Panca: ma sarà davvero così?

Un romanzo intenso e provocatorio scritto da una delle più talentuose scrittrici americane, capace di mettere a nudo le complicate relazioni e gli equilibri che regolano i rapporti interpersonali, dove spesso la fanno da padrone categorie preconfezionate di interpretazione del mondo.

Il Los Angeles Rewiew of Books ha scritto di Catherine Lacey: «Per abbracciare appieno l’eccezionale talento della Lacey avremmo bisogno di un nuovo genere letterario sotto il quale classificare la sua scrittura ».

A me puoi dirlo – raccontato attraverso la voce narrante di Panca è un libro che non ammette sconti a chi legge, presentando le cose della vita così come sono, senza ci sia possibilità di nascondersi dietro un comodo paravento di facili moralismi.

La Lacey con questa nuova opera, affrontando tematiche scomode e attuali come la discriminazione sessuale e la diversità dei sentimenti religiosi, fa sì che il lettore non possa esimersi dal porsi quegli interrogativi eterni che da sempre accompagnano tutti noi.

Di seguito, Vi presentiamo l’estratto in esclusiva per Satisfiction.

Silvia Castellani

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DORMIRE

Se mai doveste aver bisogno – e io spero di no, ma uno non lo può sapere – se mai doveste aver bisogno di dormire, se mai doveste essere così stanchi da non sentire nient’altro che il peso animale delle vostre ossa, e state camminando da soli su una strada buia, e non sapete più da quant’è che camminate, e continuate a guardarvi le mani e a non riconoscerle, e a scorgere un riflesso sui vetri scuri delle finestre e a non riconoscerlo, e sapete solo di voler dormire, e avete solo zero posti dove dormire, una cosa che potete fare è cercare una chiesa.

Quello che so delle chiese è che di solito hanno molte porte e spesso almeno una di queste, a tarda notte, non è stata chiusa a chiave. Il motivo per cui le chiese hanno così tante porte è che la gente tende a entrare e uscire in gruppo, di fretta. Sembra che la gente abbia molti motivi per entrare in una chiesa e forse anche più motivi per uscirne, ma nel mio caso l’unico motivo per andare in chiesa era dormire. I motivi per uscire da una chiesa erano evitare che mi ci beccassero mentre dormivo o perché beccandomici mi chiedevano di uscire. Questi sono gli unici motivi che ricordo, anche se ultimamente faccio fatica a ricordare. So di aver lasciato un qualche posto, preso a camminare, dormito in tutte quelle chiese, poi è venuto tutto il resto; non so altro.

Io non le trovo così eccezionali le chiese. Ma proprio per niente. Non è questo che intendo quando dico che sono posti dove si può andare se si è stanchi. Non sto parlando di grazia o salvezza, in fin dei conti non si può parlare di cose del genere. Piuttosto voglio dire che una chiesa è una struttura con dei muri e un tetto e graziose finestre che non ti permettono di vedere fuori. Sono come i casinò in questo senso, o i centri commerciali, o i grandi supermercati con tutte quelle corsie, la musica pompata da chissà dove, l’infinita ricerca di quell’ultima cosa che ti manca.

Ma una chiesa è anche un edificio, spesso un solido edificio che tiene lontano l’esterno e quando l’esterno è abbastanza lontano, allora uno può dormire. Una cosa di cui sembra che ogni corpo abbia bisogno è dormire, e una cosa che uno a volte potrebbe non avere quando ne ha bisogno è un posto per dormire o tempo a sufficienza per arrivare in un posto dove dormire, e allora… Forse un giorno o l’altro una chiesa vi risolverà il problema o forse lo ha già fatto.

Io per un po’ di tempo ho dormito solo nelle chiese. Certe notti ho provato a dormire nei boschi o in un bagno pubblico o dietro una stazione di servizio, e ho fatto dei bei sonnellini in un cimitero, ma in quel periodo l’unico posto dove riuscivo a farmi delle dormite decenti era in chiesa. Da allora non so se ho mai veramente dormito o riaperto gli occhi del tutto. I giorni e le notti si dipanano come un’unica matassa. A volte pare quasi che io stia scrivendo una lettera al sonno, chiedendogli se si ricorda di me, chiedendogli se ha intenzione di tornare prima o poi. Non ho avuto notizie dal fratello della morte. È da un po’ che non metto piede in una chiesa.

Le chiese grandi, è quello il tipo di chiesa che bisogna cercare se si ha bisogno di dormire. È più probabile che ci siano porte rimaste aperte nelle chiese grandi, e spazi non illuminati tra tutti gli edifici e le stanze e i corridoi e i campi da gioco e le palestre e la cucina, o le cucine, e a volte accanto alla cappella più grande ce n’è anche una più piccola e quella la lasciano quasi sempre aperta. E poi spesso le persone che frequentano una chiesa grande sono troppo diverse tra loro per mettersi d’accordo su su qualcosa, per cui se ti beccano a dormire lì dentro è probabile che chi ti ha beccato non abbia le idee molto chiare su come procedere per buttarti fuori (se chiamare la polizia o il pastore, se offrirti o toglierti qualcosa) e con la gente che non sa bene come procedere è facile squagliarsela. L’ho fatto un miliardo di volte. Si direbbe quasi che i membri di una chiesa grande vogliano che la chiesa – così ampia, con tutte quelle stanze – si prenda la briga di credere al posto loro, ma la chiesa è solo un edificio. La chiesa non pensa mica. La chiesa è fatta di mattoni e vetro. Se provassero a dormirci se ne renderebbero conto.

Non so com’è che le cose hanno preso questa piega.

È come se il tempo fosse altrove e quello che mi circonda non fosse il presente, bensì il futuro, un futuro possibile, mentre il presente è confinato in qualche posto che io non posso raggiungere per cui mi tocca vivere qui, in un futuro non meglio definito. Questo corpo pesa su di me, mi porta in giro, ma non sembra appartenermi, e anche se io potessi vedere i miei occhi non li riconoscerei.

Ora che non dormo mai penso spesso al modo in cui la vita ti sorprende al risveglio. Mi manca quel tipo di inizio, ottenere un giorno in più, prendersi un giorno in più, una cosa che è tua, solo tua, solo tua e di tutti gli altri.

Se dovesse capitarvi di passare la notte in una chiesa, noterete quant’è bello svegliarsi lì dentro. Vi verrà quasi voglia di credere in Dio se non ci credete, e se credete in Dio sarà una piacevole pacca sulla spalla. Dev’essere così bello ricevere quel tipo di incoraggiamento, sentirsi sempre accompagnati da quel tocco affettuoso, costante.

© Catherine Lacey, 2020 © SUR, 2020