Franco Forte e Scilla Bonfiglioli anteprima. La bambina e il nazista

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Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, La bambina e il nazista

Franco Forte, giornalista, traduttore, sceneggiatore, editor delle collane edicola Mondadori (Gialli Mondadori, Urania), autore di molti romanzi tra cui, per citarne alcuni: Romolo – Il primo re (con Guido Anselmi), Cesare il conquistatore, Cesare l’immortale, Caligola – Impero e Follia e L’orda d’oro (da cui è stato tratto per Mediaset uno sceneggiato tv,) regala in esclusiva a Satisfiction un estratto del suo nuovo libro La bambina e il nazista (nelle librerie da oggi) scritto con Scilla Bonfiglioli, già autrice Mondadori, che nel 2019 si è aggiundicata il Premio Altieri con il romanzo Nero&Zagara – Fuoco su Baghdad uscito ad agosto 2019.

La trama del romanzo – ispirata a un fatto vero – narra dell’ufficiale nazista Hans Heigel, che tradisce il Reich e la propria Patria, pur di assicurare la salvezza a una bambina innocente.

All’inizio della storia l’ufficiale vive con la moglie Ingrid e la figlia Hanne di otto anni a Osnabruck, una piccola cittadina della Vestfalia. Non approva la realtà che vive ma teme di contrastarla, perché andare contro il regime sarebbe un rischio che metterebbe a repentaglio la sicurezza della sua famiglia.

Successivamente, da ufficiale delle SS, viene richiamato in incarichi operativi per essere destinato al campo di sterminio di Sobibòr, in Polonia. Sua figlia nel frattempo si è ammalata ed è morta e lui non è riuscito a proteggerla come avrebbe dovuto. Così, arrivato a Sobibòr cerca di continuare a fingere la sua dedizione al Reich finché un giorno, da uno dei treni che trasportano ebrei al campo per la soluzione finale, il suo sguardo incrocia quello di una bambina, Leah, che tanto assomiglia alla figlia scomparsa, e capisce che dovrà fare di tutto per tenerla in vita. Inizierà allora la sua pericolosa e coraggiosa guerra personale contro gli orrori del campo di concentramento consapevole che potrà essere scoperto e giustiziato.

La bambina e il nazista è una storia cruda e necessaria che conduce il lettore nei luoghi terribili in cui è avvenuto lo sterminio degli ebrei ed è allo stesso tempo una storia di speranza, di un uomo e una bambina che trovano l’uno nell’altra una ragione di vita pur nel contesto drammatico dei lager nazisti. La bambina e il nazista è un romanzo #pernondimenticare.

Di seguito Vi presentiamo l’estratto del libro in esclusiva per Satisfiction.

Silvia Castellani

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Per motivi di sicurezza – cominciò Heinrich Himmler con tono deciso, seduto al posto di comando al tavolo – ho dato ordine che il ghetto di Varsavia sia smantellato. La sua demolizione è necessaria, altrimenti non porteremo mai la calma in Polonia.

Il reichsführer non si era limitato a dire quelle cose. Le aveva abbaiate.

Hans si era lasciato sfuggire un sospiro di sorpresa perché, senza nessun reale motivo, lo aveva immaginato gelido e composto, nella postura perfetta del soldato. Eppure, anche con l’uniforme impeccabile, i capelli e i baffi curati, adesso i suoi occhi mandavano lampi tutt’altro che pacati da dietro le lenti sottili.

Se il ghetto permane – continuò Himmlernon saremo mai in grado di estirpare la ribellione dei giudei. In questo stesso momento, mentre siamo qui a discutere, ho dato disposizioni alle nostre forze speciali di intervenire con gli esplosivi.

Si alzò dalla tavolata un mormorio d’approvazione. Hans vide molti degli ufficiali sorridere alla prospettiva degli edifici che crollavano sui giudei ribelli, uccidendoli a migliaia. Eppure, si chiedeva, come poteva esserci grandezza nel vincere una simile battaglia?

Ma restò in silenzio.

La furia di Himmler era palpabile. Fece stendere sul tavolo una mappa, dando ordini solo con vampate dello sguardo.

Vossel! – latrò. – Tu vieni da Treblinka. Quali notizie hai da darci?

Hans si sporse in modo da scorgere l’interpellato, che si alzò in piedi con un secco clack dei tacchi, in un perfetto saluto militare. Il major Kurt Vossel aveva i capelli così chiari da sembrare bianchi, e il viso così delicato da sembrare dolce. La sua voce, però, risuonò nella sala come un colpo di maglio.

Ho lasciato Treblinka per raccogliere i nuovi ordini, signore – affermò. – Il lager non ha mai smesso di funzionare a pieno regime. Nei mesi scorsi gli ebrei accompagnati alla Soluzione Finale sono stati quasi ventimila al giorno.

Fece una pausa studiata; Hans lo vide sollevare un angolo della bocca in un ghigno pieno di sarcasmo.

Le giornate in cui ne arrivavano appena sei o settemila – continuò fissando Himmler – erano considerati giorni di magra.

Qualcuno rise. Qualcun altro si batté la mano sulla coscia e la risata la soffiò dal naso. Heinrich Himmler restò impassibile.

Treblinka era uno dei campi fatti costruire in Polonia sotto il progetto dell’Aktion Reinhard, che Hans aveva avuto modo di studiare negli ultimi giorni. Gli tornarono in mente i gas di scarico dei carri armati russi, tutti a gonfiare gli autocarri stipati di gente per la Soluzione Finale, come l’aveva chiamata Vossel, e anche a lui mancò il respiro.

Himmler fece segno a Vossel di sedersi.

Molto bene – ringhiò. – Fate in modo che i lager continuino a lavorare a pieno regime, salvaguardando solo il numero strettamente necessario di prigionieri per le necessità dei campi. L’avanzata dell’Armata Rossa non è da sottovalutare: dopo la loro vittoria a Stalingrado continuano a sferrare offensive che, pur a prezzo di molte perdite, stanno infastidendo le nostre armate.

C’è la possibilità che arrivino in Germania, signore? – Vossel e la sua voce calma si guadagnarono un’occhiata di fuoco da parte del reichsführer.

Questo è fuori discussione. Ma si stanno impadronendo a poco a poco dei territori che abbiamo conquistato in Polonia. Se dovessero avanzare ancora, non dovranno per nessuna ragione trovare i campi, né scoprire quello che sta avvenendo a nome dell’Aktion Reinhard.

Nelle lunghe ore successive, a spezzare le quali fu servito il pranzo su vassoi d’argento, Himmler diede personalmente le disposizioni ai suoi uomini più vicini, trasferendo le loro attività altrove oppure rafforzando le posizioni che riteneva più congrue nel suo piano strategico.

Terminata la riunione, il reichsführer raccolse le sue carte e marciò verso la porta.

Signore…

Hans balzò dietro di lui, tra le sedie che scorrevano sul tappeto e gli ufficiali che si alzavano.

Reichsführer, per favore.

Himmler lo sentì, di certo. Ma preferì non voltarsi verso di lui, continuando il suo cammino, fino a scomparire inghiottito dalla sua scorta.

Hans, che sentiva il cuore battere così forte nel petto da essere quasi sul punto di scoppiare, restò a guardarlo stordito. Non sapeva dove avesse trovato il coraggio per balzare all’inseguimento di Himmler, e adesso si rendeva conto della sua follia: come avrebbe potuto restarsene davanti a quell’uomo, sotto il suo sguardo gelido, per chiedergli aiuto per sua figlia?

Lentamente tornò indietro, nella sala ancora gremita.

Friedrich Fromm era seduto al suo posto. Con aria pensierosa, il comandante dell’esercito di Riserva accarezzava un elegante portasigari in argento come se stesse decidendo se mettersi a fumare o no.

Hans lo guardò per un istante, poi decise di osare ancora. Gli bastò ricordare il viso pallido di Hanne, deturpato dalla malattia, per trovare tutto il coraggio, o forse la disperazione, di cui aveva bisogno.

Signore – lo chiamò, avvicinandosi.

Fromm piegò la testa di lato, sollevando su di lui uno sguardo indagatorio.

Sono Hans Heigel, del presidio di Osnabrück.

Quelle parole non produssero nemmeno un’increspatura sul viso di Fromm.

Che cosa vuoi, tenente? – gli chiese.

Si tratta di mia figlia – rispose lui, di slancio.

Fromm si acciglio. – Tua figlia? Cos’ha a che fare con me e… – mosse una mano a indicare la sala che si stava svuotando, – tutto questo?

Mia figlia è gravemente malata, signore – rispose Hans. – Tubercolosi. Il mio medico dice che si può solo aspettare, ma ho saputo che esistono dei medicinali di nuova concezione, gli antibiotici, e mi chiedevo se…

Friedrich Fromm l’azzittì sollevando una mano.

Tenente. Sono molto colpito dalla tua disgrazia.

Hans trattenne il fiato.

Ma non c’è tempo per questo – concluse Fromm. – Hai partecipato a questa riunione e quindi sai quali sono le preoccupazioni del Reich. La guerra è l’unica cosa che conta, adesso, tutto quello in cui dobbiamo impegnare noi stessi. E per vincere c’è bisogno del sacrificio di tutti. Cerca di vederla in questo modo.

Hans si sentì girare la testa. Fu certo che la stanza stesse ruotando attorno a lui, sempre più veloce.

Signore… – tentò ancora. – Io…

Gli ospedali sono pieni di sofferenza, tenente – l’interruppe Fromm alzandosi. – Di questi tempi non tutti hanno la fortuna di vivere la pace di Osnabrück. Ogni medicinale capace di garantire la sopravvivenza dei nostri soldati dev’essere messo al servizio del Reich. Spero tu capisca che non c’è spazio per la debolezza, nella Germania che stiamo costruendo.

Ma signore, mia figlia…

Fromm lo gelò con lo sguardo. – Una volta ti ho fatto le mie lodi per le tue capacità, tenente Heigel. Cerca di non farmi cambiare idea.

Detto questo si allontanò ad ampie falcate, senza più degnarlo d’attenzione.

Per fare smettere alla stanza di girare, Hans fu costretto a sedersi sulla poltrona che il comandante aveva occupato poco prima.

Non c’è spazio per la debolezza, nella Germania che stiamo costruendo, gli ripeté Fromm nella sua mente. E subito dopo un’altra voce, che non riuscì a capire a chi appartenesse, aggiunse: non c’è spazio per tua figlia.

© 2020 Mondadori