Catherynne M. Valente. Space Opera

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Ogni libro è una finestra spalancata sul pianeta interiore di qualcuno, con i suoi orizzonti, la sua atmosfera e le sue Lune. Per questo leggere è una prassi avvincente e pericolosa, perché ci trasforma in avventurieri.

Chi ha amato Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams o pellicole come Priscilla – la regina del deserto di Stephane Elliott, non potrà non apprezzare questo romanzo perché Space Opera di Catherynne M. Valente, edito da 21lettere e magistralmente tradotto da Alice Zanzottera, è un mondo in cui vige la regola dell’eccesso, così fecondo da non contenere moltitudini, ma orde.

La prosa della Valente sembra distante dalla science fiction americana, piuttosto si avvicina a certi scrittori della controcultura degli anni sessanta come John Kennedy Toole e il suo Una banda di idioti; o il Richard Fariña di Così giù che mi sembra di star su, perché si dimostra capace di strutturare un’architettura narrativa stratificata, dove il linguaggio è fecondo e rigoglioso come una foresta in cui avventurarsi per scovare situazioni impossibili e soggetti adorabili che si danno battaglia a colpi di battute e azioni tanto ardite quanto apparentemente prive di senso.

Ogni volta che lo chiuderete avrete la sensazione che questo romanzo sia lievitato in notturna, sul vostro comodino.

La storia prende vita da una situazione di collasso. Dopo una feroce guerra interstellare, combattuta per difendere il proprio diritto alla senzienza, si ritiene necessario cancellare una delle tante civiltà. Il criterio scelto sarà una gara canora nota come il Gran Premio Metagalattico, un festival della canzone interstellare dichiaratamente ispirato all’Eurovision Song Contest. La centesima edizione si tiene sul pianeta Litost, dove vivono i Klavert perché lì, sulle rovine di Vlimeux la guerra ebbe fine.

La civiltà che arriverà ultima in classifica verrà: sommariamente e completamente cestinata, il relativo pianeta natio responsabilmente depredato delle risorse e, a seguito di un’attenta rifecondazione genetica della biosfera, la relativa civiltà bombardata con un incenerimento di precisione dall’orbita, cosicché si possa dormire tutti tranquilli la notte…

Ad annunciarlo sarà un pesce fenicottero alto due metri, che si presenterà ad ogni singolo abitante della Terra sotto forma di ologramma, amico fraterno di un Panda rosso viaggiatore nel tempo di razza Keshet, chiamato Öö.

In cima alla lunga lista di questo Panda dai discutibili gusti musicali c’erano Yoko Ono e Donna Summer, ma per una ragione o per l’altra nessuno degli artisti ritenuti all’altezza del gravoso compito di salvare il mondo è disponibile, ad eccezione di Decibel Jones (un personaggio al limite tra il Curt Wild di Velvet Goldmine e il cantante di This is the Spinal Tap di Rob Reiner) e il suo fido polistrumentista Oort Sant’Ultravioletto. Insieme formano i due terzi di una band di Glitter Rock che sembra aver smarrito la strada della fortuna – oltre che la sua batterista Mira Splendida Splendente – nota come i Decibel Jones and the Absolute Zeros. Ma che fine ha fatto Mira? E perché gli Zeros si erano sciolti all’apice del successo? La soluzione a questi dilemmi ci porterà ad un finale non così scontato come si potrebbe immaginare.

Compito di ogni narrazione è quello di rapirci e Space Opera ci riesce in pieno, offrendo momenti esilaranti, riflessioni argute e spasso intelligente. Anche quando parla di pianeti e galassie lontane, riusciamo a sentire queste pagine come l’allegoria a qualcosa di noto e vicino.

Prima di concludere, credo sia importante sottolineare il lavoro della traduttrice Alice Zanzottera. Non dev’essere stato affatto facile traghettare nella nostra lingua uno stile narrativo così personale e ricco di sfumature. Spesso si dimentica l’importanza dei tanti professionisti che ruotano intorno a un progetto letterario, i quali rendono possibile – con il loro talento e la loro creatività – il piccolo miracolo del testo scritto.

Pierangelo Consoli

Recensione a Space Opera di Catherynne M. Valente, 21lettere Edizioni, traduzione di Alice Zanzottera, pagg. 376, euro 18.

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Di seguito proponiamo un estratto del libro.

C’era una volta su un piccolo suscettibile pianeta acquoso chiamato Terra, in un piccolo suscettibile paese acquoso chiamato Italia, un placido gentiluomo piuttosto di bell’aspetto di nome Enrico Fermi, nato all’inter- no di una famiglia tanto iperprotettiva da farlo sentire in dovere di inventare la bomba atomica. Tra una scoperta e l’altra di vari elementi transuranici e particelle fino ad allora sociofobicamente mutilate, dopo aver tirato fuori dal cilindro anche il plutonio per scoprire la sorpresa sul fondo del cofanetto nucleare, era riuscito a trovare il tempo di ponderare ciò che sarebbe passato alla storia col nome di Paradosso di Fermi. Se, prima d’ora, non vi è mai capitato di sentire questo motivetto orecchiabile, eccovi come fraseggia: posto che nella galassia ci sono miliardi di stelle assai simili al buon vecchio Sole, nostro fido amico egocentrico, e che molte di queste sono parecchio più avanti negli anni rispetto al nostro giga-signore in giallo, e che esiste la probabilità che alcune di queste stelle trattengano pianeti molto simili alla nostra cara vecchia familiare e carnevalesca Terra, e che tali pianeti, se sono in grado di ospitare la vita, è altamente probabile che prima o poi ce la facciano, allora qualcuno là fuori deve avere già organizzato un viaggio interstellare, e per- tanto persino con la prontezza lumachesca risibilmente primitiva della propulsione dei primi anni ’40, l’intera Via Lattea potrebbe essere colonizzata nel giro di appena qualche milione di anni.

E quindi… Dove sono finiti tutti?

Sono state prospettate molte soluzioni per chetare i lagnosi piagnistei di solitudine transgalattica del Signor Fermi. Tra le più famose si annovera l’Ipotesi della rarità della Terra che, sommessa, gli ricorda bonariamente: Vedi, Enrico… La vita organica è tanto complessa che persino l’alga più elementare richiede una lunga serie di condizioni estremamente specifiche e inflessibili per poter andare a comporre la più semplice ricetta del brodo primordiale. Non possiamo ridurre tutto ad antiche stelle e alle rocce a loro affezionate. Devi procurarti una magnetosfera, una luna (non troppe, però), un certo numero di giganti gassosi che difendano la fortezza gravitazionale, un paio di fasce di Van Allen, una generosa sporta di meteore e ghiacciai e placche tettoniche… E considera che, con ciò, sei ancora sguarnito di un’atmosfera, un suolo azotato, un oceano, figuriamoci tre. È alquanto improbabile che ogni singolo evento dei milioni di miliardi che hanno portato la vita quaggiù possa nuovamente avverarsi in qualche altro posto. È solamente una fortunata coincidenza, bello mio. Chiamalo destino, se sei un romanticone. Chiamalo fortuna, chiamalo Dio. Rallegrati del caffè in Italia, goditi i salsicciotti a Chicago e i sandwich al prosciutto del giorno prima al Laboratorio Nazionale di Los Alamos, perché questo è quanto di meglio una vita multicellulare elitaria e voluttuaria possa avere.

L’Ipotesi della rarità della Terra ha intenzioni lodevoli, ma è colossalmente, clamorosamente e mostruosamente sbagliata.

La vita non è complicata, non è pretenziosa, non è unica, e il destino non entra mai in gioco. Mettere in moto il micro go-kart ciuccia-benzina della senzienza organica è facile quanto lanciarlo giù per la china e poi restare a guardare che il tutto esploda per autoignizione. La vita vuole essere. Non può proprio sopportare di non essere. L’evoluzione scalpita, è lì pronta a partire senza preavviso, e saltella da un piede all’altro come un bimbetto in coda davanti alle montagne russe, tutto un fremito mentre pregusta le luci colorate e la musica ad alto volume e i loop a testa in giù tanto che se la fa so- stanzialmente nei pantaloni ancor prima di aver pagato il biglietto. E il costo del biglietto è basso basso, proprio stracciato. Pianeti abitabili belli, pianeti abitabili freschi, solo un euro al chilo! Speciale promozione “paghi uno prendi due” su affascinanti e/o minacciose flora e fauna! Ossigeno! Carbonio! Acqua! Azoto! Un vero affare! E, naturalmente, formula all-you-can-eat su tutte le specie intelligenti. Sbocciano all’improvviso, entrano in collisione con la civiltà industriale a metà strada, e cavalcano il super-ciclone Blue Tornado finché non vomitano pure la vita o raggiungono la velocità di fuga sbalzando i loro seggiolini smaltati verso il vuoto incommensurabile.

Fare e disfare è tutto un lavorare.

Esatto, la vita è tutt’altro che rara e preziosa. È ovunque; è umida e appiccicaticcia; ha tutte le limitazioni di un pargolo lasciato troppo a lungo all’asilo nido senza succo di frutta. E la vita, in tutto il suo infinito e tenero assortimento intergalattico, avrebbe profondamente amareggiato il povero Enrico Fermi dagli occhi da cerbiatto, foss’egli vissuto un pochino di più, perché è immensamente, profondamente, esecrabilmente stupida.

Non sarebbe poi tanto male se la biologia e la senzienza e l’evoluzione fossero semplici tenere imbecilli, appassionati arrotini con attrezzi scadenti e un’estetica che potrebbe essere definita, nel migliore dei casi, stipata e, nel peggiore, un allucinogeno cannone da circo a carica batteriologica sparato in pieno volto. Però, alla stregua del filiforme e stempiatissimo padre dell’era atomica, anche tutte loro hanno avuto troppi feedback positivi nel corso degli anni. Ci credono davvero, in sé stesse, a prescindere dalla quantità di prove contro che vanno ad accumularsi e a decomporsi negli angoli dell’universo. La vita è il non plus ultra del narcisismo, e non c’è cosa che ami di più che dar sfoggio di sé. Datele il più misero sputo di fungo sulla più piccola scaglia di vomito di cometa essiccato che vortica brillo attorno alla stella meno performante dell’universo nel bel mezzo del degrado urbano più avvilente che il cosmo abbia da offrire e, nel giro di all’incirca qualche miliardo di anni, ci ritroveremo con una società brulicante di individui-funghi telecinetici col culto del Dio Finferlo che saetteranno da un locale punto di interesse all’altro a bordo delle più prelibate navicelle spaziali appena appena dorate. Rispolveriamo un’ostile bacinella di silicato solforoso lavico che fa lo slalom tra due soli catarrosi già quasi troppo vecchi per giocare a shuffleboard, uno squallido ammasso di nuvole acide in libertà rigurgitate dall’inferno, e l’equivalente gravitazionale di tutti i diabeti non curati, uno scoppio d’ira stellare che non dovrebbe mai essere costretto a vedersela con una cosa tossica e infiammabile quanto la civiltà, e ancor prima di poter esclamare “Alt, fermi tutti! Ma perché?” quel posto pullulerà di palloncini di vetro post-capitalisti saturi di gas senzienti che rispondono tutti al nome di Ursula.

Già, l’universo è assolutamente costellato di vita conclamatamente pulsante, pustolenziale e ad azione rapida.

E quindi… Dove sono finiti tutti?