Cattedrali

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Io e Jacques ci avviammo verso le cime delle Alpi.

Zigzagando tra la pioggia e le scogliere delle montagne, salendo inesorabili verso i passi e le rocce che ci avrebbero gettato nelle pianure della Francia centrale.

Isola, Jausiers, Barcelonette…

Il tempo ci avrebbe spazzato via come una casa diroccata.

Scavalcammo le vette, senza pensare a ciò che avevamo lasciato.

Fragili, umanamente superiori a qualsiasi Dio, uno schiaffo in faccia al passare delle epoche, un macigno sulla storia della Libertà: era ora di scavare solchi lunghi quanto continenti. Sui nostri petti glabri, fatti da unghie rosse, e di altrettanti graffianti malinconie.

Mi sentii solo, meravigliosamente perso, irrimediabilmente vinto.

Era la vita pulsante delle Nazioni che m’avevano cresciuto come una madre di sangue.

Ciò che ci rendeva irriconoscibili, era lo stesso motivo per il quale sentivamo un bisogno disperato di cercare forme di appartenenza, le quali ci sembravano, ad ogni modo, terrificanti.

Andavamo a pregare sulle tombe dei poeti morti per trovare quelli vivi.

Ci sembrava impossibile e folle quel nostro viaggio alla ricerca delle origini di tutti i nostri sentimenti.

Mentre Jacques fotografava, avido di trattenere anche un solo frammento di quegli irripetibili attimi, io cercavo le parole giuste per descrivere quello che ci stava succedendo.

Inventavamo in continuazione una storia che ci potesse contenere, che potesse contenere le nostre incomprensibili tensioni, i nostri snervanti malumori, che rendesse una rappresentazione del mondo riconoscibile, dotata di uno scopo chiaro, scopo del quale potevamo perfettamente fare a meno, e che veniva sostituito con un altro quando quello vecchio esauriva la sua forma tacita di coercizione sulle nostre anime.

Un legame indissolubile sotto il sole e gli astri.

In un attimo ci trapassava il senso di tutto il creato, l’illusione chimica data da un corto circuito nelle nostre sinapsi.

Quando l’uomo cerca qualcosa di grande a cui rifarsi, da cui prendere esempio, e non vuole arrendersi a nessuna contingenza, ad alcuna imposizione non cavalleresca, ecco che viene corroso da un’infinità di colpe, rimorsi e paure: può cedere un po’, ma infine, quando capisce che il dono più prezioso fattogli dalla natura, la vita, è di già pienamente contenuto in quella negazione primigenia, ovvero la negazione di tutto quanto non sia scaturito da quell’unico totale atto d’amore che ha aperto i suoi occhi, non c’è situazione, contratto, contrasto che tenga, ed è disposto a sacrificare tutto per quell’unica emozione che lo ha reso folle, follemente innamorato delle sue creazioni.

Fabio Pante