Contro gli scrittori che non fanno figli, l’imperdonabile manifesto di Michela Srpic

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Michela Srpic

«Spingi dove ti fa più male!»

Dove pulsa e dilania, lì devi spingere con una forza che non ha nulla di umano. Da questo ordine, e dal coro di voci che te lo impartisce, impari cosa significa non poter fuggire da te stesso, perché la direzione è una sola. Non importa cosa resterà di te, dopo: non si torna indietro.

Proprio lì, in quell’obbligo insensato, matura, per me, il seme della scrittura.

Scrivere, spingere, per dilaniare: mentre dai la vita, urlare a tutti che non se lo scordino, quanto ti è costata. Il prezzo sei tu, che nello stesso istante muori un po’, lo si sappia.

Il grumo spinge, ferisce, infiamma. Sguscia solo negli ultimi istanti. Le spalle, il gran finale. Che è condito, comunque, di sangue e merda – come sempre.

Respiri.

Crescerà, si svilupperà; verrà educato, magari, e rieditato un po’. Ma il nucleo vero, duro, quello che ti ha lacerato, rimarrà: il corpo ricorda il trauma, e la mente non lo digerisce. Per questo, come lettrice, a volte, non mi sono nemmeno fedele: capita che abbia bisogno di riposo anch’io, in un pianeta disteso, vacuo, fatto di attesa tra una contrazione e l’altra.

E poi c’è quella fazione del mondo che non fa figli per la carriera, per edonismo, per spinta estinzionista o conformismo dell’anticonformismo. Ormai fare sesso per la procreazione suona come un sacrilegio, una bizzarria da fanatici, un controsenso che mescola piacere e dolore, mentre deve esistere soltanto il primo. Come scrive Cristiano De Majo in Guarigione, quando riflette su una pagina del romanzo Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest: «Se c’è una cosa che non ho mai sopportato, e che faccio ancora più fatica a sopportare ora, è la tendenza di molti scrittori a considerare inconcepibile l’idea di generare un figlio, perché lo scrittore è, o così crede, già troppo occupato a generare qualcos’altro o, più probabilmente, come sostiene Forest, perché gli scrittori, salvo rare eccezioni, non smettono mai di essere figli. La cosa più semplice e immediata è concentrarsi su quella metà dell’esperienza umana, lasciando passare completamente sotto silenzio l’altra importantissima metà

Qui si parla di voi, signori della specie “protetta”, che di figli di carne non ne volete sapere, che vi portate nello zaino il figlio di carta come una madre nel marsupio il suo trofeo: siete sicuri di aver capito come funziona, questa faccenda della vita? Dello spingersi oltre ogni umano limite? Della resistenza, quella vera?

Figlioli, mi viene un dubbio: non è che fate finta? Non è che, proprio perché non potete sapere cosa significa essere padri, essere madri, allora dissimulate, e costruite favolette da eterni adolescenti, condite di dolori chimici e addomesticati, «senza trauma»? Non è che scrivere da eterni Peter Pan ben chiusi dentro lo studiolo, alla fine, andrà a vostro svantaggio, perché nessun lettore trova nei vostri testi l’altra metà del mondo?

Lo dico da psicologa, visto che sono una stronza del piano B quella col lavoro di riserva. Siamo l’unica specie che dedica tanto tempo, un tempo antieconomico, all’accudimento dei figli. Le coppie umane tendono alla stabilità proprio per questo motivo. Il tempo lunghissimo della crescita consente alla nostra specie una capacità di adattamento, e quindi di evoluzione, che altre non hanno. La durata e l’articolazione di questo rapporto con la discendenza producono una particolare forma di memoria sociale, che è l’alba della coscienza umana. L’accudimento dei figli, la ricerca di vicinanza protettiva all’individuo che può fornire cura (attaccamento), la definizione di complicati ranghi di dominanza e subordinazione attraverso il comportamento agonistico, la formazione di coppie sessuali almeno relativamente stabili nel tempo dopo la prima copula, la cooperazione in vista di un obiettivo congiunto, il gioco sociale, costituiscono esempi delle molteplici forme di relazione che un essere umano è geneticamente predisposto a intrattenere con singoli, riconosciuti e differenziati individui della specie. Dunque la cura dei figli è il primo e l’ultimo scopo individuale e sociale che la vita ci consegna per darle un significato condiviso.

Lascio a voi i vostri dubbi. Io mi tengo la forza trasformatrice di una testa che passa attraverso un orifizio troppo stretto, lo strappa, e sguscia solo sul finale. E poi la guardi, e anche quella ti osserva,  e nessuno dei due sarà più chi era fino a un momento prima.

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Michela Srpic è nata nel 1979 a Trieste. Laureata in Psicologia Clinica all’Università “Carlo Bo” di Urbino, vive e lavora a Trieste, dove si occupa di bambini, adolescenti e famiglie, anche come Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori. Ha svolto progetti sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva nei bambini e coordinato sportelli e gruppi di sostegno alla genitorialità nelle scuole triestine. È sposata e ha due figlie. Per la casa editrice Transeuropa ha pubblicato L’Avversaria, il suo primo romanzo.

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