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Dall’uomo sentimentale alla bestia nella giungla

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Mio caro G.,

l’ho imparato da te, sai, a chiamare le persone soltanto con l’iniziale, ma lo faccio solo qualche volta, quando ne vale la pena. È successo quella prima sera in cui tu leggevi e io ti ascoltavo. Che poi ci siamo incontrati due volte in tutto, ma sono state sufficienti a bollarci. Comunque sia, rivolgersi a qualcuno con una sola lettera non è indice di poca importanza, al contrario, e l’ho capito in quel momento: tale modo, tale scelta rende conto della potenzialità che quel segno contiene in sé, il suo gorgo che sembra risucchiare per dare invece forza all’esplosione, quella che sfugge a qualsiasi volontà definitoria e definitiva. È per questo, probabilmente, che è così difficile definire la potenza di quella sera se non ricordando, e con espressione ossimorica, la luce buia che ci circondava. Tu la ricordi? E ricordi la flamme si noire della Fedra raciniana, quell’amore perverso e travolgente? Quello in cui mi conduci tu con il dono de L’uomo sentimentale: una camera d’albergo “stretta e scura”, con le coperte “grigie e luttuose” e la moquette “pulita ma annerita” con cui contrasta il bagno “così vuoto e così bianco”. Una camera squallida, da amanti occasionali, di quelli che temono ogni passo e preferiscono nascondersi. Saremo questo? L’abbiamo già rifiutato.

Dici che non vuoi spaventarmi eppure da quando ho ricevuto la tua lettera le ombre si sono fatte più lunghe e sono venute a cercarmi, nonostante mi stia fidando di te, anche questa volta; ed è un azzardo, ma accetto il dono e la sfida che mi lanci, quella di leggere insieme questo testo. Tu però hai un vantaggio perché già lo conosci. O mi sbaglio? L’hai letto tutto? Io no e mi lascio condurre dalle tue suggestioni. Ho fatto un patto con me stessa, quello di leggere un capitolo per volta, senza correre alla fine per conoscere il senso della storia che mi proponi e che, in modo obliquo, ci stringerà in un vincolo. Questo lo so. Non conosco invece i personaggi, non so nemmeno i loro nomi. Sono dunque ignara di tutto, ma so che il protagonista, che è un cantante, e la donna incontrata o solo intravista sul treno, stanno ora in questa stanza d’albergo quando lui le dice: “Io non voglio morire come un imbecille”. Dal momento che la morte è l’unica cosa certa, quest’uomo vuole occuparsi solo della forma della sua morte. E continua: “Tu sei la mia vita e il mio amore e la mia vita di conoscenza, e poiché sei la mia vita non voglio avere al mio fianco nessun’altra persona se non te quando morirò”. La mia vita di conoscenza…

Mi viene spesso in mente quel racconto di Henry James, La bestia nella giungla, in cui il protagonista avverte il presentimento “di essere destinato a qualcosa di raro e di strano, prodigioso forse e terribile” , ma non capisce che si tratta dell’innamoramento per quella stessa donna con cui si è confidato. L’aveva fatto anni prima e se ne era dimenticato. Poi, anni dopo, rivistala e non avendola riconosciuta, è lei a ricordare a lui la rivelazione persa nella memoria. Solo quando lei muore, avendolo atteso tutta la vita, Marcher (è questo il suo nome) capisce di averla sprecata, quella vita, ad aspettare ciò che aveva già sotto gli occhi. La sua non è dunque una vita di conoscenza: “Il nome sulla lapide lo ferì come già lo aveva ferito il passaggio del vicino, e ciò che gli disse apertamente in faccia, fu che era proprio lei la sua mancata sorte”. L’amore è una bestia acquattata nel folto della giungla, pronta a balzare fuori. Ricordi il film La camera verde di Truffaut? Il soggetto era tratto, in parte, da quell’opera di James.

Dici che è un po’ questo che intende Marias, almeno fino a questo punto: il “non adesso“ di cui parla quando si riferisce alla forma che non vuole che lei prenda, visto che le chiede di non andarsene perché altrimenti si porterebbe via non solo la sua vita, il suo amore e la sua vita di conoscenza, ma anche la forma della sua morte scelta?

Lei però non si accontenta e gli chiede: e se io morissi per prima? E lui deve rispondere, lo deve fare per accontentarla e rassicurarla: “Ma la tua morte sarà anche la mia”!

Insomma, hai fatto entrare un altro personaggio, oltre a me e te, nella nostra realtà o nella moltiplicazione dei piani e dei livelli: la morte. Perché tu, scegliendo questo libro, hai scelto che dovessimo confrontarci anche su questo punto. O sbaglio? E fino a dove?

E così ancor più mi spavento, ma in fondo forse no perché è dalla morte che riceviamo la vita. E soprattutto quella strana, a volte perturbante, sorta di vita che ci inchioda a dover venire a patti con i fantasmi, in qualunque forma appaiano: quella inquieta della tomba, quella del sogno, o quella che le aggroviglia fino a farne racconto, contaminando e intrecciando vita reale e ipotetica. “La legge crudele e perversa in virtù della quale la cosa vera poteva essere meno preziosa di quella irreale” (sempre James, in La cosa reale). Ma questo è vero solo in parte perché personalmente preferisco farmi incantare dalle sovrapposizioni o le incursioni di un mondo nell’altro, e mi piace pensare -lo sperimento sai?- che ci siano molte più possibilità di incontrarsi in quel regno alternativo che altrove, nella vita di tutti i giorni che ci condanna alla polvere dell’eternità per sfinimento e confusione nella testa. Oh, full of scorpions is my mind, dice il mio amato Shakespeare.

Non è nuovo ciò che ti sto scrivendo, ma tu credi che si possa ancora dire e provare qualcosa di originale? Ne dubito. Neanche le storie di Shakespeare lo erano, quelle che pure Marias ha riutilizzato in maniera superba; le traeva da altre fonti e le trasformava fino a renderle quelle che sono e che conosciamo nel midollo. Non è alla novità che dobbiamo puntare, che se la prenda qualcun altro, questa bella credenza, da vendere come un mobile all’asta al miglior offerente. Io credo, e anche tu lo so, all’urgenza che spinge a parlare e che abbatte e dissolve le barriere di questo nostro ipocrita e letargico mondo, dove tutto sembra risplendere e avanzare quando invece è marcio fino al midollo. Un’apparenza.

Non è un caso, credo, che il capitolo che ho letto si chiuda con un richiamo al sogno di cui il protagonista parla in apertura del libro. Come lui non conosce il finale dei suoi sogni (“scrivo in base alla forma di durata- quel luogo della mia eternità- che mi ha scelto”), così io non conosco il finale del romanzo, tanto meno so se ci sarà termine al nodo che ci sta stringendo e che mi ha già catturato perché, ed è l’ultima cosa che ti dico, anche a me è successo qualcosa di strano, qualcosa che non voglio razionalizzare, pena la perdita dell’incanto. Incantato si usa anche per indicare qualcuno che è trasognato e quasi istupidito. Così io, quando mi si è rivelato quanto segue, e cioè una telefonata di una sconosciuta, apparentemente, che chiamava dall’Olanda. Ho risposto temendo che fosse una di quelle scocciatrici che ti titillano i nervi con le loro irrinunciabili offerte telefoniche, e che tanto spesso sono dei veri e propri raggiri. Non ero lontana dalla realtà ma quel che è successo è andato oltre: era una ragazza che mi ha subito investito con la sua energia travolgente e che per non poco tempo ho avuto la vaga impressione di conoscere, come per uno sfasamento del tempo e dello spazio, la loro distorsione. Era talmente esuberante che per un po’ l’ho lasciata parlare, incuriosita da quella vita che mi esplodeva nelle orecchie, quella vita che sempre più spesso chiudo fuori dalle porte del mio studio, dove mi rintano per giorni e giorni. Poi però ha cominciato ad essere querula e insistente, ad alzare i toni fino a mandarmi a quel paese urlando come un’ossessa. Fino a qui, a parte la stranezza di un’operatrice telefonica esasperata, e non è poco, niente di così sconvolgente. È stato dopo, quando un amico mi ha ricordato: non sarà una conoscente di quel olandese pazzo di cui stai scrivendo?

Devi sapere che in una mia storia compare un olandese, una specie di clochard molesto che gira di notte per Arles urlando improperi contro le finestre chiuse.

Quella ragazza tutta pepe e con il coraggio di mandarmi dove sai era olandese? Non ne ho idea, però chiamava dall’Olanda. Ecco come le storie si fanno vive, vive come fantasmi che ti vengono a trovare, ti suonano il campanello o ti chiamano sul cellulare. E tu ne rimani incantato e istupidito.

Che cosa succede poi nel nostro libro? E tu hai più rivisto quelle persone, quelle del treno?

Scrivimi presto, che io possa leggere ancora. Di te e di Marias.

Tua incantata,

R.

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