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Esther Yi anteprima. Y/N

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Alla deriva a Berlino, la narratrice di Y/N, il romanzo d’esordio di Esther Yi (Edizioni E/O, pp. 176, € 16,50 con traduzione dall’inglese di Tiziana Lo Porto), lavora come copywriter per un’azienda insolita, che mira a vendere cuori di carciofo e che le chiede di infondere all’ortaggio, in un modo che sia credibile “la capacità di provare un amore romantico per il suo consumatore”.

La sua vita sentimentale è altrettanto complessa: ha un fidanzato, Masterson, che alle feste si finge suo fratello adottivo e l’incertezza della loro relazione la spinge a innamorarsi di qualcun altro.

Tutto cambia quando la coinquilina Vavra le offre un biglietto per il concerto degli idoli K-pop “Pack of Boys”. Inizialmente scettica, la narratrice decide di partecipare e, quando incontra il carismatico cantante Moon, la sua esistenza subisce una svolta inaspettata.

Moon si presenta con una postura stranamente affascinante: “Se ne stava in una posa tecnicamente impossibile: il torace era perfettamente verticale, ma il collo sporgeva in avanti a un angolo così ampio che la testa, tenuta eretta, sembrava appartenere a tutt’un altro busto”.

È proprio il collo dell’artista a catturare l’attenzione della protagonista, creando in lei un’immagine seducente e suggestiva: “Era il collo che mi disturbava. Lungo e liscio, implicava l’accogliente contenimento di un muscolo fondamentale che attraversava il corpo fino all’inguine, dove, immaginavo, veniva fuori audacemente come pene”.

Dopo aver trovato un sito web di fanfiction con personaggi famosi, inizia a pubblicare le storie di Moon con il nome di fleurfloor. Durante un incontro dal vivo di fan del K-pop, viene a conoscenza di “un tipo di fanfiction in cui il protagonista si chiamava Y/N, ovvero “il tuo nome”. Ovunque apparisse Y/N nel testo, il lettore poteva inserire il proprio nome, condividendo così gli eventi con le celebrità che non aveva alcuna possibilità di incontrare nella vita reale.”.

Ma l’aspetto più affascinante del romanzo riguarda l’impatto della tecnologia sulla società e le relazioni umane. La protagonista esplora un mondo online, scrivendo fan fiction su un sito dove il lettore diventa il protagonista delle storie e interagendo con Moon in un limbo virtuale.

Il romanzo affronta temi profondi come le relazioni parasociali, l’ossessione e il confine sfumato tra realtà e immaginazione. L’amore ossessivo verso Moon rivela aspetti inquietanti dell’animo umano, richiamando antiche storie mitiche di Narciso e Pigmalione.

Y/N è un’opera curiosa e cerebrale, impreziosita da momenti di poesia e da una consapevolezza sorprendente. L’autrice sfida il lettore a esplorare il labirinto della protagonista, in un finale che offre uno specchio di riflessione più che una soluzione definitiva.

In questo romanzo, Esther Yi crea una trama curiosa e unica, offrendo ai lettori l’opportunità di sperimentare un viaggio affascinante tra realtà e finzione, tra amore e ossessione.

Carlo Tortarolo

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Una band di ragazzi

La band aveva pubblicato il suo primo album due anni prima a Seoul, e adesso registrava il tutto esaurito nelle arene e stadi olimpici di tutto il mondo. Ero consapevole delle dimensioni sbalorditive della loro popolarità, e del fatto che la prima messa in onda del loro ultimo video musicale avesse provocato un black out in un’intera isola del Pacifico.

Sapevo che erano artisti dal carisma soprannaturale i cui concerti potevano mandare una fan definitivamente fuori di testa impedendole di tornare alla temperanza spirituale della vita quotidiana. Ero anche a conoscenza dell’eccezionale profondità che avevano nelle questioni di cuore, di come offrissero a quella stessa fan l’unica possibilità di sopravvivere in un mondo che avevano smascherato rivelandone la sua natura fraudolenta.

Perlomeno era questo il risultato delle ore passate ad ascoltare Vavra. In quanto sua coinquilina, ero soggetta al suo continuo tentativo di fare proselitismo. Ma più voleva che amassi i ragazzi, più li trovavo respingenti. La sana condivisione di sentimenti che ispiravano, era quasi certamente una strategia per espandere il loro fandom, profanando la mia nozione di base dell’amore. Riuscivo ad amare solo ciò che mi rendeva riservata, combattiva, rigorosa, il che era una delusione morale per me stessa e un ostacolo per gli altri. Così, quando Vavra ha bussato alla porta della mia stanza per annunciare che la sua amica si era ammalata, liberando un biglietto per la prima data della band a Berlino, le ho detto di no.

«Ma questo concerto ti cambierà la vita» mi ha detto. «Lo so per certo».

«Non voglio che la mia vita cambi» le ho risposto. «Voglio che la mia vita rimanga sempre nello stesso posto e sia in tutto e per tutto prevedibile».

Vavra ha spalancato gli occhi con finta compassione. Da quando un anno prima aveva permesso a me, una sconosciuta incontrata online, di trasferirsi nel suo appartamento, i suoi irriducibili tentativi di prendersi cura di me e il mio altrettanto irriducibile schivarli avevano raggiunto una forma di convivenza che poteva quasi essere definita un’amicizia. Quello che temevo di più non era la morte o una catastrofe globale, ma le capitolazioni quotidiane che intaccavano quel baluardo di serietà che è l’anima; il mio sfintere spirituale restava serrato per tenere fuori tutto ciò che era dozzinale e stupido. Eppure Vavra mi stava inavvertitamente addestrando nell’arte dell’autodelimitazione, e di questo non potevo fare a meno di sentirmi un po’ grata. Ho riportato lo sguardo sul libro aperto sulla scrivania davanti a me.

«Sembri una che studia» ha detto Vavra. «Ma non lo sei».

«Grazie» ho risposto compiaciuta.

«Quello che voglio dire è che non ti serve a niente quello che leggi. E se piuttosto diventassi un’insegnante? Potresti plasmare giovani menti».

«Che? Ma se non riesco nemmeno a plasmare la mia».

«Se i ragazzi la pensassero in quel modo, non sarebbero dove sono ora» ha detto Vavra. «Non hanno paura di lasciare un segno nelle vite degli altri proprio perché possiedono una fiducia incrollabile nel proprio genio».

Ha chiuso gli occhi e si è eclissata in adorazione. Quando li ha riaperti, sorrideva con condiscendenza, come se fosse appena stata in un posto al di là della mia comprensione. Ma il suo ritorno alla normalità, al nostro mondo condiviso di futili passioni, mi è apparso più come una mancanza di devozione.

È stato in quel momento che ho capito che se continuavo ad attardarmi nel seguirla in quest’altro posto, era solo perché sapevo che avrei potuto non tornare mai più.

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