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Ezio Sinigaglia anteprima. Sillabario all’incontrario

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Ezio Sinigaglia stava male. Una varicella, contratta a cinquant’anni, si era tramutata in broncopolmonite. La lenta guarigione lo lasciava spossato. Dormiva molto e anche da sveglio rimaneva senza forze. Il suo medico, impossibilitato a trovare una cura migliore per riportarlo alla produttività, lo esortò a scrivere.

Come trascinato dentro un motore di ricerca interiore, lo scrittore prese a ragionare per parole chiave che finirono con l’aprire porte della sua vita di uomo e lo costrinsero a tornare indietro e analizzare ogni passaggio della propria esistenza, ogni lato della sua esperienza di vita.

Ne venne fuori un romanzo di formazione lontano da qualsiasi canone del genere, un romanzo senza una trama che non sia la vita, dove il linguaggio diventa il protagonista assoluto.

Sillabario all’incontrario, edito da TerraRossa Edizioni è, a mio avviso, uno dei suoi lavori meglio riusciti.

Sinigaglia ha uno stile che potremmo definire ipertrofico, che si evolve per accumulo e una forma come questa del sillabario gli concede quella libertà di spaziare da un argomento all’altro, senza dover dare conto ad uno sviluppo logico e di trama, che ne esalta le qualità letterarie.

Sinigaglia è un profondo conoscitore della lingua, al punto che può, come pochissimi altri scrittori italiani, giocare con la stessa senza risultare stucchevole.

Quelle stesse frasi che, per altri autori assomigliano a meri fogli bianchi, in Sinigaglia diventano origami. Assumono, cioè, altre forme, partendo dalla comune materia. Osservare e cercare di capire come ci riesca, fa parte dell’esperienza di lettura.

Per questa sua natura istrionica e inafferrabile, Sinigaglia è l’unico scrittore italiano equiparabile a Gombrowicz.

In questo sillabario affronta tutti i temi dell’umano attraverso un percorso che segue l’ordine dell’esplosione.

Ogni lettera è una favilla che si irradia dal fuoco dei ricordi e si perde nel cielo. Sinigaglia ci racconta della sua infanzia, analizza il suo rapporto con il padre, con la madre. Ci parla dell’eros e della letteratura, dei gatti e del mare. Lo fa sempre con quel tono beffardo e sornione che il lettore persino riesce a immaginarselo mentre sorride, leggendo a voce alta, divertito – lui per primo – da quanto va scrivendo.

Ogni lettera, ogni argomento, è una opportunità. I suoi non sono mai semplici racconti biografici, ma occasioni che coglie per analizzare aspetti più ampi della vita di ognuno. Il suo talento più grande sta nella capacità di gettare uno sguardo illuminante su quelle cose che sempre ci stanno davanti. Sinigaglia le afferra come farebbe un bambino e le rigira, le smonta e le rimodella per consentire al lettore di guardarle con occhi nuovi.

È uno scultore di concetti, capace di partire da un colore e arrivare a scrivere un saggio, acuto ed esaustivo, sulla storia della letteratura.

Pochi sarebbero capaci di farlo, ma in lui sembra naturale e questa, anche questa, è una forma di grandezza.

Pierangelo Consoli

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Fra le mura di casa, invece, la principessa del metabolismo è Scotty: Scotty ha ormai circa un anno ed è quindi da considerare ad ogni effetto un gatto adulto, ma è rimasta minima nelle proporzioni: una gattina tascabile, bonsai: solo la coda lunghissima, come quella di una scimmia, e quasi sempre portata in erezione, a mo’ di antenna o di pennone: Scotty comincia a mangiare al far dei nostri giorni, verso le nove del mattino, e non desiste fino alle ore piccole: le vengono somministrati pasti su misura, di venti-trenta grammi cadauno: fra un pasto e l’altro, ha preso da qualche tempo l’abitudine di uscire: ma anche questo slancio d’autonomia passa di preferenza attraverso la mediazione del mio corpo: occorre saper distinguere, nelle relazioni linguistiche con Scotty, fra l’uno e l’altro miagolio: ve ne sono di svariate specie, ma i due principali sono quello da pappa e quello da finestra: quest’ultimo viene emesso di norma sulle scale: la finestra preferita di Scotty, infatti, è lassù in cima, in fondo al corridoio della zona notte: la cosa ha una sua logica, trattandosi della finestrella più piccola e graziosa di tutta la magione: ogni aspetto della vita di Scotty tiene in gran conto l’equilibrio e l’armonia delle misure: la finestrella è ubicata troppo in alto, per lei, perché possa raggiungerla in un balzo, e per di più, benché il vetro sia tenuto sempre aperto, il varco è occluso da una zanzariera a ghigliottina: Scotty, dunque, miagola per aver via libera: la sollevo fino al davanzale, sblocco la zanzariera, la mando per il mondo come dallo sportello di una gabbia: Scotty si tuffa, scompare celermente tra gli arbusti, va a caccia di emozioni: per il ritorno, sceglie la portafinestra del mio studio, affacciata su un terrazzino coperto: quivi giunta, emette alcuni miagolii più languidi e discreti, che vanno intesi come formule cortesi di saluto: è opportuno risponderle con formule consimili, ad esempio «Ciao, Scotty», «Ehilà, Scotty», «Scotty, sei tu dunque costì?», acciocché il miagolio non si faccia presto più insistente e la cortesia non si volga di punto in bianco in indignazione: Scotty s’indigna spesso e a ragion veduta, specie per i ritardi nell’esaudimento dei suoi voti: le sue esigenze sono, come tutto, misurate, per non dir modeste: solo debbono esser soddisfatte in fretta, senza inutili e irritanti dilazioni: se saluta, è sciocco aprirle: non l’ha chiesto: bisogna invece salutarla: in un secondo tempo chiederà d’entrare: allora sarebbe provocatorio restar seduti alla tastiera e salutarla una seconda volta: Scotty, conscia com’è della sua natura felina, non sopporta che si applichi a lei lo stratagemma di menare il can per l’aia: che le si apra, adesso, punto e basta, e senza tante storie e cerimonie: del resto, non pretende ingressi plateali: otto centimetri di zanzariera sollevata bastano e avanzano: Scotty si appiattisce, inarca la groppa alla rovescia, dimentica la coda, se ne sovviene all’urto, la scrolla come una frusta sulle mattonelle, e passa.

Scotty mi ama, con le modalità speciali con cui sa amare un gatto: con soffice perfidia: è evidente che mi considera il suo sposo e che, muovendo da una tal premessa, giudica la mia presenza norma e la mia assenza arbitrio: accanto alla mia poltroncina di scrittore, c’è la sua sedia impagliata, coperta da un panno ben piegato: Scotty vi si acciambella buona buona per ore intere, affondata in sonni ispiratissimi: respirare la stessa aria ch’io respiro la inebria, la fa immemore: guai però s’io ne approfitto per smemorarmi a mia volta, ossia, in parole povere, per dimenticarmi della sua esistenza: il semplice sospetto di un parziale oblio la risveglia all’istante, le soffia su per gola e fauci la nota cigolante dello sdegno: per figurarsi il miagolio che Scotty sa produrre in casi come questo è sufficiente cavare da un violino il suono più acuto e penetrante ch’abbia nelle corde ed innalzarlo di un’ottava: uno stridore raggelante, che scrolla tutti i nervi come calzini, preparandoli al pizzichio delle mollette: uno, uno solo: Scotty sa che basta a rinfrescarmi la memoria: lanciato nel silenzio il suo grido stizzito, d’amore tradito e vilipeso, passa senza indugio alla fase esibizionistico-seduttiva: dapprima, sul palcoscenico in miniatura della sedia, si stira, s’ingobbisce, gonfia il soffice pelo, strizza gli occhi e cerca d’invogliarmi, a forza di sbadigli voluttuosi, ad accurati esami laringoiatrici: Scotty ha una lingua tenera, soave, di un bel rosso vivo, di cui va molto fiera e che espone con civetteria all’ammirazione del suo sposo: poi balza dalla sedia sulle mattonelle di cotto rosso, avvia il motore ben carburato delle fusa e dispiega in pochi passi l’intero campionario delle sue sinuose grazie: la coda eretta, vibrante come per il passaggio di una musica da ballo, gli occhi verdacqua spalancati dentro i miei, spolvera con studiata leggerezza le gambe della scrivania: in questo rito del corteggiamento, che Scotty, com’è del suo carattere, riduce all’essenziale, il miagolio muta radicalmente di timbro, d’altezza e di significato: scende d’incanto di svariate ottave, s’ingola, si fa liquido, si spezzetta in una sorta di staccato: confondere questo richiamo di minimo erotismo con un miagolio da pappa o da finestra sarebbe sintomo di durezza di timpano e di cuore, e certamente scatenerebbe istinti vendicativi che non avrò mai l’audacia di esplorare: è un miagolio da coccole, e la risposta più corretta consiste nel distendere le gambe sotto la scrivania, facilitando la sua ascesa al grembo: Scotty ascende, mi reca in dono le sue calde e palpitanti morbidezze e, con astuzia consapevole, assume in pochi istanti una posizione ergonomica ideale, così da risparmiare a entrambi l’oltraggio supremo della deposizione: sfruttando la flessibilità inaudita dei felini, s’imprime una tortuosa sagoma che le consente di posarmi in grembo come un’emanazione del mio stesso corpo, distribuendo il peso lungo una mezzaluna perfettamente equilibrata e annidando la testolina fra le zampe per non ostacolare la mobilità del mio braccio sinistro: il ticchettio della tastiera la culla a nuovi sonni, beati, molli, tiepidi, ronfanti, rasserenati dalla certezza che il suo peso, per quanto lieve, non potrà scivolare nell’oblio.

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Ezio Sinigaglia, Sillabario All’incontrario, TerraRossa Edizioni, Pp. 236, Euro 16,90

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