Francesco Iannone, Arruina

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All’inizio di tutto c’è un una perdita. La perdita di una bambina, non a caso chiamata la Speduta. Chiamata così già da prima che nasca. Perché prima di tutto – prima ancora della perdita – c’è una profezia, una maledizione «antica come i segni dei pestelli nei mortai di pietra» e che le vecchie del paese rivelano all’ignaro padre: «Nascerà una bambina e sanguinerà molto, e il suo sangue avrà guizzi di lava e calore di fiamma. Ogni cento anni nasce una bambina così. E ogni cento anni la vita delle Nerissime è in pericolo». E si sa come le profezie sempre si avverino. E così, quando la Sperduta compie un anno, ecco venire le Nerissime: di notte, come sempre di notte viene il male, a rapire e portare via la Sperduta. Le Nerissime, che una volta erano felici e bellissime ma ormai da secoli «sbudellano cadaveri, smembrano corpi, raccolgono ciocche di capelli». Le Nerissime, che «allontanano i canti dai vivi, allontanano i vivi da se stessi», che «coltivano mentuccia e basilico», che «cuciono il tempo all’uncinetto».

Ma perché le Nerissime rapiscono la Sperduta, cosa vogliono da lei? E perché noi qui ci ostiniamo a procedere lentamente e inseriamo di continuo frasi estrapolate dal testo di cui invece dovremmo scrivere?

Il fatto è che all’inizio di tutto c’è Arruina, l’esordio di Francesco Iannone (Il Saggiatore, pagine 155, euro 20,00): una favola oscura, com’è scritto sulla copertina, quando sarebbe più giusto dire un’invocazione ed evocazione di antiche credenze che affondano le proprie radici nella tradizione fiabesca meridionale e che tornano a noi in chiave contemporanea con una forza dirompente e rinnovata. Perché questo è un libro in cui la prosa scava nelle pagine come se le pagine stesse fossero la terra e l’utero dalle quali nasce, sprofonda e rinasce questa storia senza tempo che ci parla di acqua e di maternità. Una storia che sembra essere ambientata in un posto imprecisato del sud Italia e poi a un certo punto è rievocata una data e un luogo: il cinque maggio millenovecentonovantotto, Sarno. Quando la montagna venne giù. E se noi ci aggrappiamo alle parole con cui questo libro è stato scritto è nel rispetto estremo che proviamo non soltanto per ciò che in esso si racconta ma per la lingua che Francesco Iannone utilizza. Perché all’inizio di tutto – quando si decide di scrivere una storia – c’è la riflessione sulla lingua con la quale scriverla. Quella di Arruina è una lingua rara, dura, forte, asciutta e al contempo musicale, poetica, che è essa stessa acqua e sangue e terra, che scuote i sensi e travasa nel dialetto e procede lenta, sapiente nel cogliere ogni fruscio e fremito, luce e oscurità.

Se dovessimo riassumere la trama, diremmo: la nascita di una bambina fa vacillare il male. Il male è qui incarnato dalle Nerissime, streghe che temono la Sperduta perché il sangue del suo parto turba e secca la fonte che le disseta. Le Nerissime rapiscono la bambina per portarla nel loro mondo, a Roccagloriosa, dove la Sperduta dovrà morire affinché restituisca con la sua morte ciò che ha interrotto con la sua nascita. E sebbene ogni cosa sia già scritta dalla notte dei tempi, questa volta non è detto che si ripeta uguale: e così, scacciati dalla loro casa dalle Ianare – Nerissime ripudiate dal loro regno e che hanno preso le sembianze di cinghiali – i genitori della Sperduta si mettono in cammino per andare a salvare la figlia. Abbandonano la loro casa e si dirigono verso il bosco, procedendo «dentro litri di bava nera, come dentro un’essenza di cenere e saliva». A ogni passo, si aprono crepe nella terra e nei corpi. Nei loro e in quelli di chi via via incontrano e che decidono di accompagnarli: la Briganta, «altissima e magra, un tronco ricurvo»; il Poeta Antico, che racconta a tutti di una piaga, quella de La Grande Madre sul cui petto una volta alitarono le Nerissime insediandole nel cavo del torace un vermaio; due bambini, con dei bucaneve in mano, magri, con le costole che premono il torace. Più tardi, oltre via dei Sette Venti, dove si aggruma la notte e «il buio è un fecaloma fermo nella strettoia del retto», quando ormai Acquavena è lontana, ecco apparire la Sciancata, con il volto umano e il corpo bendato per le ustioni e, dopo ancora, ‘O ‘Mpasturato, un contadino che in realtà è un cavallo, e poi il Matto, che pesca lische di pesce dalla bocca di una tigre. Infine, ai piedi di Roccagloriosa, i bambini immortali.

Sembrano personaggi che avremmo potuto incontrare nel Pedro Páramo di Juan Rulfo. Non plausibili sul piano della realtà, forse morti, forse frutto di un sogno, i corpi feriti, mutilati, squarciati. I corpi come rovina tangibile della sofferenza, come steli recisi e distesi sul campo enorme della Storia, come nude cose esposte al mondo. I corpi e le voci che li attraversano. Di più: è come se Arruina cominciasse da quello stesso tempo immobile in cui è racchiuso il Pedro Páramo per farlo ricominciare a scorrere e sovvertirlo. Nella provincia di Salerno, a Sarno, in un luogo lontano da Comala, Messico, gli ultimi, coloro i quali hanno perduto tutto, intravedono una luce e si mettono in viaggio. Verso il riscatto e la guarigione. Sono i miracoli che accadono grazie alle storie, quando l’una viene in soccorso all’altra a ricordarci come il miracolo vero siamo noi e la vita che dentro ci squassa.