Gian Marco Griffi, Inciampi

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«Non so cosa mi sia preso, ma vi racconto questa cosa che mi è successa. L’altra sera stavo rincasando e ho visto un tasso a bordo strada; sembrava morto stecchito, non si muoveva, mi sono fermato lo stesso. Mi sono avvicinato, era coricato sulla striscia bianca laterale della strada, era più morto che vivo. Respirava a malapena, aveva sangue che gli usciva dalla bocca, era bagnato fradicio e aveva della polvere o del petrisco sul muso e sul pelo, mi guardava. Non so perché ho cominciato a piangere. Piangevo come se su quella strada, disteso sull’asfalto, ci fosse stato il mio migliore amico ferito a morte.»

Neanche io so cosa gli sia preso a Gian Marco Griffi, forse semplicemente la voglia di mettere su carta alcune storie che sono accadute a lui, ai suoi amici, parenti, o forse a nessuno, perché magari sono soltanto il frutto della sua immaginazione, fantasia, o come cavolo vogliamo chiamarla. Ma anche se così fosse, se la storia del tasso investito da una macchina, quella di Alma che chiede a Fausto di accompagnarla ad Asti a vedere Umberto Tozzi in concerto, quella di Tilde e Steno che camminano nella campagna elencando ragioni per cui valga la pena vivere o morire, della volta in cui Lito rubò una macchina fotografica a un commerciante fascista di Corso Alfieri per fare una foto nella valle tra Grana e Casorzo, o quella di uno scrittore che, come in un racconto di Roberto Bolaño, scrive pezzi per periodici assurdi sparsi in giro per il mondo; insomma, se tutte queste storie fossero accadute soltanto nella fantasia di Gian Marco Griffi, non cambierebbe poi molto. Non cambierebbe perché quello che subito colpisce leggendo i racconti che compongono Inciampi, (uscito a giugno del 2019 per Arkadia editore nella collana SideKar, 228 pagine, euro 16,00), è il gusto, mai fine a sé stesso, di narrare delle storie – o “storielle” o “poesie”, come l’autore le chiama – legate le une alle altre. Ognuna compiuta e isolata eppure in dialogo con le successive/precedenti come se ogni racconto, storiella, poesia fosse un attimo rivelatore, uno squarcio, un guizzo di luce: un modo per recuperare l’idea di comunità e salvaguardarla dalla smemoratezza dei tempi moderni.

Che facciamo tutti parte di un’ininterrotta storia comune, che le nostre vite sono narrazioni, magari piene di ostacoli: è a partire da questa suggestione che Inciampi si struttura, ed ecco perché di racconto in racconto ritroviamo quasi sempre gli stessi protagonisti – Bruno, Fausto, Remo – a volte in qualità di narratori, altre come personaggi. Principali, secondari, non ha importanza. È il loro offrirsi al lettore che conta, la loro immediatezza, l’eloquio che ognuno di loro possiede, come se ciascuna voce si intrecciasse con quella degli altri, come se ogni singola storiella fosse un discorso condiviso intorno a un fatto e rispondesse a un’esigenza ben precisa: quella di tracciare una sorta di mappatura di una terra, il Monferrato, recuperando le voci e le storie di coloro i quali la abitano e l’hanno abitata. E non c’è bisogno che queste voci siano le voci di personaggi illustri e che le storie siano eclatanti, tutt’altro: a parte il cenno storico su come, sotto Ottone I, fu fondato il Marchesato del Monferrato, più sono apparentemente semplici – le storie e le persone che le raccontano – maggiore è l’immaginazione che evocano. Perché soltanto così si può riuscire a sconfiggere il silenzio e il buio che è caduto sulla terra del Monferrato – e sul mondo tutto – con la fine del “tempo della poesia”, così come ci viene raccontato nella Storiella delle lucciole in Monferratro. Qui, un negoziante del luogo fa conoscenza con una coppia tedesca: la donna spiega come il marito sia un entomologo venuto per studiare l’accoppiamento della lucciola italica (Linnaeus, 1767); e tutto sarebbe bellissimo se non fosse, come dice la donna, che lì di lucciole non ce ne sono più. Il negoziante, che è poi il narratore, è un po’ imbarazzato, e quando la coppia esce dal suo negozio si mette a pensare all’estate del millenovecentonovantaquattro quando, «dieci scienziati del Cern erano arrivati a Santo Stefano un lunedì pomeriggio, erano andati a parlare con il consiglio comunale perché avevano avuto bisogno di lucciole; il sindaco gli aveva chiesto come lucciole, loro avevano detto sì, lucciole, avevano spiegato nei dettagli l’esperimento che avrebbero condotto, dicevano che era possibile ricavare energia dalla bioluminescenza per studiare le onde gravitazionali, avevano dissertato un’ora, proiettato diagrammi, consegnato opuscoli informativi». E insomma, anche se il narratore ci dice che «noi non avevamo capito niente», ecco che gli stessi abitanti del luogo accettano di sacrificare la bellezza della campagna notturna e di catturare tutte le lucciole di cui gli scienziati hanno bisogno – «un numero che se ve lo scrivessimo, non basterebbe un foglio di carta». Ma il tempo della scienza non mantiene le sue promesse, perché il progetto del Cern fallisce, non porta a niente, ed è da questo vuoto – dal silenzio e dal buio che questo vuoto ha provocato – che Gian Marco Griffi scrive. È da qui che egli intraprende un viaggio alle fonti stesse del narrare, rielaborando non tanto episodi e racconti tradizionali, quanto scrivendone di nuovi che, però, tengano conto dell’oralità e di quel “sentito dire che circola in un luogo o paesaggio” di cui parlava Gianni Celati a proposito del suo Narratori delle pianure. E così ecco che la poesia ritorna e il mondo riprende il suo giro, e lungo un argine fiorisce una prima voce e poi una seconda e una terza si accende su una strada, e si alza anche il vento, e si ride e si piange e si inizia a correre (leggere è correre con gli occhi e con la mente). Ma se si legge Inciampi bisognerebbe fare attenzione perché, se è vero che nel tempo della scienza si impara a stare eretti per bene con la schiena e a prevenire i pericoli, ad andar dietro ai poeti delle colline non si fa altro che ruzzolare e, appunto, inciampare. Inciampare nei fili che le loro voci tessono a ogni passo o pagina che sia.