Giorgino la foglia

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GIORGINO LA FOGLIA

(una favola per l’autunno di ogni solitudine)

Quando venne il giorno del compleanno, nessuno si ricordò dei suoi sette anni da compiere.

Pur essendo solo un bambino, aveva imparato che ogni anno si incontra l’ombra della stella sotto cui si è nati solo una volta.

Era già pomeriggio, soffiava il fiato tiepido della primavera, e nessuno gli disse “auguri” e nemmeno gli sorrise.

Persino la mamma sembrava ignorare che quel giorno fosse il più speciale di tutti: era il compleanno di Giorgino.

Il piccolo Giorgio restava in giardino, immobile, sperando che qualcuno gridasse: “Sorpresa!”.

Ma, soltanto l’albero davanti a casa sussurrava a Giorgino gli auguri con mille fruscii, irrequieti come i suoi pensieri e la sua delusione.

Vorrei essere una foglia, così non resterei mai solo!” pensò Giorgino.

E venne buio e venne il vento e qualche goccia di pioggia… Di Giorgino rimasero solo le scarpe da basket vicino alla sdraio. Come una foglia, piccina e invisibile, ora stringeva le minuscole mani intorno a un ramo, tra la fronda dell’Acero rosso.

Tutte le foglie quando lo videro e lo sentirono gridare aiuto gli diedero il silenzio: “Lasciati andare, balla col vento, canta con noi e reggiti forte! Silenzio… Silenzio!”

E la mamma lo chiamava disperata: “Giorgino! Giorgino! Entra a casa che piove, sono arrivati i tuoi amichetti e la torta ti aspetta!”

Passarono i giorni e passarono i mesi. L’estate non lasciava scampo ai pensieri di troppo. Faceva troppo caldo per trovare una soluzione o farsi domande.

La mamma e il papà avevano pianto troppo e se n’erano andati. Bisognava resistere, tenersi forte al ramo e aspettare la brezza e la rara pioggia: ora che la casa era vuota, dopo le lacrime, nessuno infatti versava più acqua.

Per tutta l’estate le foglie fecero festa. Il loro gioco preferito era ripetere le parole di Giorgino: “Siete noiose!” urlava Giorgino… E loro cantavano: Siete, siete, siete… Noiose, ose, ose…”

Smettetela!” gridava ancora… “Smettetela, smette, smette…” rispondevano in coro.

Poi giunse l’autunno e le foglie divennero timide e silenziose. Erano tutte rosse e molto stanche. Qualcuna si addormentava lasciandosi cadere al suolo, fintanto che il vento, sentendole zitte, andò a fargli visita.

Spalancò la porta tra le nuvole e lanciò un saluto a gran voce: “Come state, foglie dell’Acero?”

E tutte volarono via, seguendolo come d’incanto. Solo Giorgino rimase attaccato al suo ramo: triste, impaurito e desolato.

Quando infine piombò la notte e il freddo con essa, Giorgino, stremato e senza più forze, strizzò forte il ramo riuscendo a bere un’ultima goccia di linfa e a piangere un’unica lacrima.

La sua lacrima cadde a terra e in men che non si dica nacque una pianta che divenne albero in pochi secondi.

Un albero strano, con in cima un paio di scarpe da basket, proprio sotto i rami secchi dell’Acero.

Per l’emozione nel rivedere le sue scarpe, Giorgino si sporse, perdendo la presa e cadendo.

Non fu per fortuna che si salvò la vita, ma solo per il fatto che mentre cadeva il suo corpo si allungava e cresceva, sino a quando si ritrovò scalzo sul prato, ed era persino più alto di come si ricordasse.

Giorgino prese le scarpe dalla punta del nuovo alberello che sparì in un lampo.

Le indossò, strinse forte i lacci sedendosi sulla sdraio e alzò gli occhi meravigliati su una torta gigante e su una folla di amici che gridavano: “Sorpresa!”

Ti eri addormentato!”, disse la mamma, “E mentre dormivi parlavi nel sonno!”

Parlavo nel sonno? E cosa dicevo?” chiese Giorgino. “Dicevi: shh, shh, shh…”, rispose la mamma con una fetta di torta in mano: “Ecco! Mangiala tutta… Ti ho preparato la tua torta preferita: la Millefoglie!”

Angelo Orazio Pregoni