Giulia

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 Giulia

(come avessi dieci anni, quando scrivo di te)

Non era la più grande, tra fratelli e sorelle, di quella famiglia grande.

Povero prete senza colpa che, a quel funerale, non ha parlato di Giulia, preferendo spiegare la “colpa” degli animali privi di anima e di sentimenti.

Ha predicato per circa dieci minuti, durante una messa con undici persone presenti. Con voce solenne, il parroco si è rattristato per quanto gli umani si dedichino a cani e gatti, e per quanto tempo trascorrano sui social.

Mia nonna aveva novantanove anni, un debole per i cani e per la quotidianità. Non sapeva cosa fosse Facebook, ignorava la supremazia dell’uomo sugli animali e non aveva mai sentito le musiche di Ennio Morricone suonate in chiesa con un organo trovato dentro un pacchetto di patatine degli anni Settanta.

Cugini, compagni d’infanzia, con trentasei anni in più, parenti che ho conosciuto solo nei racconti, una zia che aveva il sapore della merenda e della concretezza, uno zio tra coppe, spade e denari e ora bastoni, mia madre con lo stesso colore degli occhi di quando sognava, mio padre con la nostalgia insana delle onde del mare che scappano e tornano.

Gli altri muoiono sino a quando tu non sarai quell’altro; restano i ricordi, le assomiglianze e la burocrazia tra cimiteri e dolori quantificati per legge: anche le lacrime hanno un prezzo e la messa è finita, cento euro, grazie!

Quando Giulia andava a ballare coi suoi ventiquattro anni di gioia e fatica, non si preoccupava se lasciava a casa tre bimbi e una pentola al fuoco, era felice con suo marito: l’uomo più bello dell’isola e anche il miglior cantante.

Mio nonno Angelo si vantava per tre passi di tango appresi chissà dove in quel continente separato dal mare, e stupiva tutti per prodezza e innovazione. Mia nonna Giulia si gloriava di essere stata scelta dal maschio alfa, che in italiano zoppicava già dalla beta, ma in balera sembrava un artista dell’incanto.

L’abito era il migliore e di certo non era più bianco, le mani si lavavano con il limone per togliere l’odore del pesce, la bocca aveva un tocco di rosso che forse era il sangue di uno spillo su un dito, per gli zigomi pallidi si attendeva un bicchiere di vino, per ballare con un altro serviva il consenso. Ma che bello vivere, finita la guerra!

Probabilmente Giulia non era la ragazza più bella di Carloforte, ma era vergine: una novità che bastò a mio nonno per confondere responsabilità con amore e matrimonio.

Tre figli in pochi anni: due biondi come lui, uno nero come lei…

Quando litigavano per niente, riuscivano a volersi bene per qualcosa, e facevano pace e facevano l’amore tra i piatti rotti e le zitte paure dei bambini che non avevano più un rifugio anti-bomba dove nascondersi.

Un “niente” di quelle furiose discussioni accade un giorno in cui Giulia non stava affatto bene.

Dopo una settimana di febbre altissima, finalmente mio nonno Angelo si decise a chiamare il medico affinché visitasse mia nonna Giulia e trovasse una cura.

Il Dottor Domenico Pusceddu, detto Mimmo il guarda fighe, le posò la mano sulla fronte e determinò che Giulia avesse bisogno di una iniezione.

La medicina non guarda in faccia nessuno, ma non si trattava della faccia…

Dunque, mio nonno fece attendere Mimmo il guarda fighe fuori dalla camera da letto, e praticò un buco con le cesoie su un lenzuolo, che usò per coprire i glutei e le gambe di mia nonna, se non per quella piccola area circolare bastante all’ingresso dell’ago.

Mimmo Il guarda fighe non apprezzò quella miope mancanza di fiducia, ma accettò, per coscienza, di procedere con il doveroso impegno professionale.

Quando la febbre scomparve, Giulia realizzò che suo marito aveva sforbiciato un lenzuolo del corredo ricamato a mano dalla vedova Nieddu, conosciuta come “L’ago del pianto”, perché i suoi ricami provocavano forti emozioni.

Quel danno irreversibile non trovava alcuna giustificazione agli occhi di Giulia, che decise di lanciare contro mio nonno Angelo tutte le stoviglie di ceramica, due tegami in ferro, i mestoli buoni, un vassoio in sughero e tre taglieri di legno.

Poi si calmò… Lui le disse di essere geloso e che nessuno le avrebbe dovuto vedere il culo. E fecero l’amore.

Un paio di aragoste, un polpo e qualche acciuga sotto sale bastarono per un nuovo lenzuolo ricamato dalla vedova Nieddu.

E la vita scorreva. E la morte era lontana. E ha vissuto quasi un secolo. E mi ha visto crescere. E a Pasqua i canestrelli. E Il pranzo è servito. E non si perdeva neanche una puntata di Dynasty. E Anche i ricchi piangono. E noi parenti siamo tristi. E noi siamo lei. E il prete è un idiota.

Angelo Orazio Pregoni