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Kurt Vonnegut inedito. Hai un problema? Tira fuori il telefono. Li risolve tutti – e tutti allo stesso modo. 2BR02B

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La rivista “If” nata a New York nel 1952 pubblicava soprattutto (modo educato per dire “solamente”) fantascienza e fu tra le prime a pubblicare i racconti di un giovane scrittore alle prime armi con una laurea abortita in biochimica di nome Kurt Vonnegut Junior che viveva a Indianapolis, nell’Indiana, uno stato pianeggiante del Midwest con un quarto di popolazione di origine tedesca (come i Vonnegut) e un quinto di nativi americani. If. Forse non c’è niente di più liberatorio che iniziare una frase con la congiunzione “if” che introduce una subordinata ipotetica ossia la possibilità di dire (o scrivere, o semplicemente pensare) qualcosa di irreale.

Molto meno liberatorio è il “come se” che non prevede una deviazione dal reale, ma anzi, all’opposto, la comparazione dell’irreale col dato reale – e quindi un sua vanificazione in esso – introducendo la mortifera comparativa ipotetica.

E se la luna fosse fatta di formaggio? E se Hitler fosse un coniglio rosa? Come se fosse lui il padrone! (cit. da Treccani). Come la se colpa fosse mia (sempre Treccani). Pochissimo liberatorio. Basta aggiungere un “come” (una comparazione) e se ne va tutta la poesia. Tutto questo per dire?… direte voi. Bè, per dire, che nonostante le apparenze, nonostante anche il nome della rivista su cui si trova, io non credo che il racconto di Vonnegut stia tra i racconti che iniziano con “if”. Mi sembra piuttosto un racconto da “as if”, da “come se”.

Come se fosse bello vivere. Come se fosse bello morire. Come se fosse bello mentire. Come se fosse bello uccidere. Come se fosse bello dipingere una crosta invece che la Cappella Sistina. Non suona più da “come se”? Come se fossi un altro. Una grande amarezza.

Kurt Vonnegut, che se Hitler fosse stato un coniglio rosa magari non sarebbe andato in guerra (ma non è detto) e magari (ma non è detto) non avrebbe scritto alcuni dei suoi romanzi più belli sulla guerra come “Mattatoio numero 5”, per cui è soprattutto ricordato, ci ha lasciato sedici anni fa, a ottantacinque anni. Era uno degli uomini – o degli scrittori – più divertenti del mondo. E ça va sans dire, anche uno dei più tristi. In un’intervista aveva detto di voler citare la Pall Mall perché nonostante tutte quelle paglie, tutte le mattine era ancora in piedi. Non c’è scritto sopra “il fumo uccide?” Fa ridere, ma è anche un poco triste. Lo diceva pure tossendo, facendoti preoccupare che potesse davvero lasciarci le penne per quelle stupide sigarette, seduta stante. Ma purtroppo non ci vuole una causa per morire, si muore e basta. Vita e morte, un flusso di insensatezza. Che iniziano e si interrompono a caso. E in mezzo dei se e dei come se, poesie liberatorie e poesie raggelanti. Meglio effettivamente se scritte da Kurt Vonnegut, quindi se avete tempo, buona rilettura. Questo racconto è apparso per la prima volta negli Stati Uniti sulla rivista “If – Worlds of Science Fiction” nel gennaio del 1962. Finora era inedito in Italia.

Silvia Lumaca

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Tutto andava meravigliosamente bene.

Non c’erano prigioni, non c’erano ghetti, nessun ospizio malsano, non c’era povertà, non c’erano guerre. Tutte le malattie erano state sconfitte. Così come la vecchiaia. La morte, salvo imprevisti, era un’avventura per volontari. La popolazione degli Stati Uniti era stabilizzata intorno a quaranta milioni di anime.

Un mattino luminoso al Chicago Lying-in-Hospital, un uomo di nome Edward K. Wehling Jr. aspettava che sua moglie partorisse. Era l’unico lì a farlo. Al giorno, non nasceva più molta gente. Wehling aveva cinquantasei anni, praticamente un ragazzino in una popolazione la cui età media era centoventinove anni. I raggi X avevano rivelato che sua moglie avrebbe avuto un parto trigemino. Tre bambini sarebbero stati il suo go. Il giovane Wehling era incurvato sulla sedia, la testa tra le mani. Era talmente accartocciato, talmente immobile e incolore da risultare virtualmente invisibile. La sua mimetizzazione era perfetta, visto che anche la sala d’attesa aveva un’aria sfatta e demoralizzata. Le sedie e i posaceneri erano stati allontanati dalle pareti. Il pavimento era lastricato di mucchi di vestiti.

La stanza era stata ridecorata. Era stata ridecorata in onore di un uomo che si era offerto volontario per morire.

Un vecchio e sardonico tizio, di circa duecento anni, era seduto su una scala a libro a dipingere un murale che non gli piaceva. Al tempo in cui la gente invecchiava visibilmente, gli avrebbero dato più o meno trentacinque anni. L’invecchiamento l’aveva intaccato prima che fosse scoperta la cura contro l’età. Il murale su cui stava lavorando raffigurava un giardino molto ordinato. Uomini e donne in bianco, dottori e infermiere, dissodavano il terreno, interravano le piantine, spruzzavano gli insetti, spargevano il fertilizzante.

Uomini e donne in uniformi porpora strappavano le erbacce, abbattevano le piante vecchie e malate, rastrellavano le foglie, portavano le immondizie al bruciatore di rifiuti.

Richard Mildenhall. American author and former Dresden prisoner of war, Kurt Vonnegut

Mai, mai, mai – neppure nell’Olanda medievale o nel Giappone antico – era esistito un giardino più formale, o più curato. Ogni pianta aveva tutto il terriccio, la luce, l’acqua, l’aria e il nutrimento che le serviva.

Un ausiliario ospedaliero stava attraversando il corridoio, canterellando sottovoce una canzone popolare:

Se non ti piacciono i miei baci, amore,

Ecco che cosa farò,

Andrò a trovare una ragazza in porpora,

                                                                        Darò un triste bacio d’addio a questo mondo,

                                                     Se non vuoi il mio amore, 

                                                         Perché dovrei prendermi tutto questo spazio?

                                                         Me ne andrò da questo vecchio pianeta,

                                                        Lascerò il mio posto a qualche dolce bambolina.

L’ausiliario aveva alzato lo sguardo verso il murale e il muralista. “Sembra così reale,” aveva detto, “posso praticamente immaginarmici in mezzo.”

Cosa ti fa pensare che tu non ci sia in mezzo?” aveva detto il pittore. Aveva fatto un sardonico sorriso. “Sai, si intitola ‘Il felice giardino della vita’”.

E bravo il dottor Hitz,” aveva detto l’ausiliario.

Si stava riferendo a una delle figure maschili in bianco, la cui testa era un ritratto del dottor Benjamin Hitz, il capo ostetrico dell’ospedale. Hitz era vergognosamente bello.

Mancano ancora un sacco di facce,” aveva detto l’ausiliario. Intendeva che le facce di molte figure del murale erano ancora vuote. Tutti i vuoti dovevano essere riempiti coi ritratti di persone importanti sia dell’ospedale che della sede di Chicago del Federal Bureau of Termination.

Dev’essere piacevole saper fare dei quadri che assomigliano a qualcosa,” aveva detto l’ausiliario.

La faccia del pittore si era inrancidita in un’espressione sprezzante. “Pensi che sia soddisfatto di questa crosta?” aveva detto. “Pensi che sia la mia idea di che cosa assomiglia alla vita?”

Qual’è la tua idea di che cosa assomiglia alla vita?” aveva detto l’ausiliario.

Il pittore aveva indicato uno dei suoi teli protettivi sporchi. “Ecco una buona approssimazione,” aveva detto. “Mettilo in cornice e avrai un dipinto con un parallelo ben più onesto di questo qui.”

Sei un vecchio scorfano pessimista, vero?” aveva detto l’ausiliario.

È un crimine?” aveva risposto il pittore.

L’ausiliario aveva scrollato le spalle. “Se qui non ti aggrada, nonno…” aveva detto, e aveva completato il pensiero con il malefico numero di telefono che doveva chiamare la gente che non voleva più vivere. Lo zero nel numero di telefono lo aveva pronunciato più netto.

Il numero era “2BR02B.”

Era il numero di telefono di un’istituzione i cui variopinti soprannomi includevano: “Self-service,” “Trinciapaglia,” “Conservificio,” “Bovile,” “Spidocchiatoio,” “Partenza rapida,” “Ciao Mamma,” “Feccia felice,” “L’ultimo bacio,” “Bonne chance,” “Sverminatore,” “Frullatore,” “Non pianger più,” e “Chissenefrega.”

Essere o non essere1,” era il numero di telefono delle camere a gas comunali del Federal Bureau of Termination.

Il pittore aveva fatto marameo con la mano all’ausiliario. “Quando deciderò che è ora,” aveva detto, “non sarà dallo Sverminatore.”

Preferisci il fai-da-te?” aveva detto l’ausiliario. “Brutto affare, nonno. Perché non hai un po’ più di considerazione per chi poi deve pulire?”

Il pittore aveva espresso con un’oscenità la sua mancanza di considerazione per le tribolazioni di chi gli sarebbe sopravvissuto. “Se lo chiedi a me, il mondo sa gestire affari ben più brutti,” aveva detto.

L’ausiliario si era messo a ridere ed era ripartito.

Wehling, il padre in attesa, aveva mormorato qualcosa senza alzare la testa.

E poi era di nuovo ammutolito.

Una donna volgare e magnifica era entrata nella sala d’attesa su dei tacchi a spillo.

Le sue scarpe, i collant, l’impermeabile, la borsa e il cappello a bustina erano tutti porpora, il porpora che il pittore aveva chiamato “il colore dell’uva nel Giorno del Giudizio.”

Il medaglione sulla sua borsa a tracolla porpora era il sigillo della Divisione Servizi del Federal Bureau of Termination, un’aquila appoggiata a un tourniquet.

La donna aveva moltissima peluria sul volto – degli inequivocabili baffi, in effetti. Una cosa curiosa sulle assistenti alle camere a gas era che, indipendentemente da quanto adorabili e femminili fossero all’attimo dell’assunzione, nel giro di cinque anni o giù di lì sviluppavano i baffi.

È qui che dovrei stare?” aveva detto al pittore.

Dipende in larga misura da cosa dovrebbe farci,” aveva risposto lui. “Non sta per avere un bambino, giusto?”

Mi hanno detto che avrei dovuto posare per un qualche quadro,” aveva detto lei. “Mi chiamo Leora Duncan.” Aveva atteso.

E voi macellai,” aveva detto lui.

Cosa?” aveva detto lei.

Niente,” aveva detto lui.

Questo sì che è un bel quadro,” aveva detto lei. “Sembra il paradiso, o qualcosa del genere.”

O qualcosa del genere,” aveva detto il pittore. Aveva preso un listino con dei nomi dalla tasca del suo camice. “Duncan, Duncan, Duncan,” ripeteva, scorrendo la lista. “Sì – eccola qui. Ecco elencato il suo diritto all’immortalità. Vede qualche corpo senza faccia su cui vorrebbe mettere la sua testa? Abbiamo ancora un po’ di scelta.”

Lei aveva studiato aridamente il murale. “Bah,” aveva detto. “mi sembrano tutti uguali. Non so niente di arte.”

Un corpo è un corpo, eh?” aveva detto lui. “Okey. Come maestro d’arte, le suggerirei quel corpo qua.” Aveva indicato la figura senza volto di una donna che portava degli steli secchi verso un bruciatore.

Bè,” aveva detto Leora Duncan, “quello è più per gli eliminatori, o no? Voglio dire, io sono nei servizi. Non faccio le eliminazioni.”

Il pittore aveva applaudito di un piacere derisorio. “Dice di non sapere niente di arte, ma subito dopo dimostra che la sa lunga! Ovviamente una portatrice di foglie in fasci non è adatta a un’assistente! Qualcuna che decespuglia un arbusto o che pota dei rami – sono più nelle sue corde. Aveva indicato una figura in porpora che stava recidendo un ramo morto da un albero di mele. “Cosa ne dice di lei?” aveva detto. “Le piace almeno un po’?”

Oh,” aveva detto lei, ed era avvampata diventando molto più umile – “quello – quello mi metterebbe proprio di fianco al dottor Hitz.”

La disturba?”

Oh cavolo, no!” aveva detto. “È – è un tale onore.”

Ah. Lei… lo ammira, vero?” aveva detto lui.

Chi non lo ammira?” aveva risposto, idolatrando il ritratto del dottor Hitz. Era il ritratto di un onnipotente Zeus abbronzato, coi capelli bianchi, di duecentoquarant’anni. “Chi non lo ammira?” aveva ripetuto. “È stato il primo a Chicago a impiantare una camera a gas.”

Non c’è niente che potrebbe deliziarmi di più,” aveva detto il pittore, “che mettervi per sempre uno di fianco all’altro. Segare via un ramo – le sembra appropriato?”

È più o meno quello che faccio,” aveva detto lei. Era contegnosa su quel che faceva. Quel che faceva era far sentire bene le persone mentre le uccideva.

E, intanto che Leora Duncan stava posando per il suo ritratto, in sala d’aspetto era spuntato il vero dottor Hitz. Era alto due metri e venti, ed eruttava importanza, realizzazione, e gioia di vivere.

Allora, Miss Duncan! Miss Duncan!” aveva detto, e aveva fatto una battuta. “Che cosa fa qui?” aveva detto. “Qui è dove la gente comincia, non dove finisce!”

Saremo insieme nel quadro,” aveva detto lei timidamente.

Bene!” aveva detto entusiasta il dottor Hitz. “È un gran quadro, vero?”

Di sicuro sono onorata di esserci dentro con lei,” aveva risposto.

Mi lasci dire,” aveva detto lui, “che l’onore è il mio. Senza donne come lei, questo meraviglioso mondo in cui viviamo non sarebbe possibile.”

L’aveva salutata e si era diretto verso la porta che immetteva nelle sale parto.

Provi a indovinare chi è appena nato,” aveva detto.

Non lo so,” aveva detto lei.

Tre gemelli!” aveva detto lui.

Tre gemelli!” aveva detto lei. Stava esclamatizzando sulle implicazioni legali di un parto trigemino.

La legge diceva che nessun nuovo nato poteva sopravvivere se i genitori del bambino non trovavano qualcuno che si offrisse volontario per morire. Tre gemelli, se volevano vivere tutti, avevano bisogno di tre volontari.

I genitori hanno tre volontari?” aveva chiesto Leora Duncan.

L’ultima cosa che ho sentito,” aveva risposto il dottor Hitz, “è che ne avevano uno, e stavano cercando di trovarne altri due.”

Non penso che ce l’abbiano fatta,” aveva detto lei. “Nessuno ha preso tre appuntamenti con noi. Nient’altro che singles oggi, a meno che non abbia chiamato qualcuno dopo che sono uscita. Come si chiamano?”

Wehling,” aveva detto il padre in attesa, tirandosi su, con gli occhi rossi e l’aria distrutta.

Edward K. Wehling, Jr. è il nome del futuro e felice padre.”

Aveva alzato la mano destra, fissato una macchia sul muro, ed era scoppiato in una risatina roca e abietta. “Presente,” aveva detto.

Oh, Mr. Wehling,” aveva detto il dottor Hitz, “non l’avevo vista.”

L’uomo invisibile,” aveva detto Wehling.

Mi hanno appena telefonato che i suoi gemelli sono nati,” aveva detto il dottor Hitz.

Urrà,” aveva detto Wehling senza alcun trasporto.

Non sembra molto contento,” aveva detto il dottor Hitz.

E chi non sarebbe felice al mio posto?” aveva detto Wehling. Aveva fatto un gesto con le mani a simboleggiare una semplicità spensierata. “Tutto quello che devo fare è scegliere chi far vivere dei miei tre gemelli, poi spedire il mio nonno materno alla Feccia Felice, e tornare qui con una ricevuta.”

Il dottor Hitz era diventato piuttosto severo con Wehling, e torreggiava sopra di lui. “Non crede nel controllo della popolazione, signor Wehling?” aveva detto.

Penso che sia perfettamente entusiasmante,” aveva detto Wehling con voce tirata.

Vorrebbe ritornare ai bei vecchi tempi, quando la popolazione della Terra era di venti miliardi – e stava per diventare quaranta miliardi, e poi ottanta miliardi, e poi centosessanta miliardi? Sa che cos’è una drupa, signor Wehling?” aveva detto Hitz.

Non mi pare,” aveva risposto Wehling sgarbatamente.

Una drupa, signor Wehling, è uno dei piccoli acini, uno dei piccoli e succosi chicchi di una mora! Ci pensi!”

Wehling stava continuando a fissare la stessa macchia sul muro.

Nell’anno 2000,” aveva detto il dottor Hitz, “prima che gli scienziati intervenissero e stabilissero una regola, non c’era neppure abbastanza acqua potabile per tutti, e nient’altro da mangiare che delle alghe marine – e nonostante questo la gente insisteva sul suo diritto a riprodursi come conigli. E sul suo diritto, se possibile, a vivere per sempre.”

Voglio quei bambini,” aveva detto Wehling calmo. “Li voglio tutti e tre.”

Ovviamente,” aveva detto Hitz. “È semplicemente umano.”

E non voglio che mio nonno muoia,” aveva detto Wehling.

Nessuno è veramente felice di portare un parente prossimo al Bovile,” aveva convenuto simpateticamente e con gentilezza il dottor Hitz.

Vorrei che la gente non lo chiamasse così,” aveva detto Leora Duncan.

Cosa?”

Vorrei che la gente non lo chiamasse il Bovile, o cose simili,” aveva detto lei. “Dà un’idea sbagliata.”

Ha assolutamente ragione,” aveva detto il dottor Hitz. “Mi perdoni.” Si corresse, dando alle camere a gas comunali il loro nome ufficiale, un nome che nessuno utilizzava mai nelle conversazioni. “Avrei dovuto dire, ‘Studi per un suicidio etico,’” aveva detto.

Così suona molto meglio,” aveva detto Leora Duncan.

Questo suo bambino – qualsiasi tra loro tre decida di tenere, signor Wehling,” aveva detto il dottor Hitz. “Lui o lei vivrà in un pianeta felice, pulito, ricco e spazioso, grazie al controllo della popolazione. In un giardino, come questo murale qui.” Aveva scrollato la testa. “Due secoli fa, quando ero ragazzo, era un inferno che nessuno credeva potesse durare altri vent’anni. Adesso si srotolano davanti a noi secoli di pace e benessere, tanto in là quanto riesce ad allungarsi la nostra immaginazione.”

Aveva sorriso con splendore.

Il sorriso era svanito quando aveva visto che Wehling aveva appena tirato fuori un revolver.

Wehling aveva sparato al dottor Hitz uccidendolo. “Adesso c’è posto per uno – uno bello grosso,” aveva detto.

E poi aveva sparato a Leora Duncan. “È solo la morte,” le aveva detto mentre cadeva. “Ecco! Posto per due.”

E poi si era sparato, facendo posto per tutti e tre i suoi figli.

Non era arrivato nessuno di corsa. Sembrava che nessuno avesse sentito gli spari.

Il pittore era seduto in cima alla scala a libro, e guardava pensoso quella triste scena.

Il pittore pensava al mistero luttuoso della vita, che imponeva di nascere e, una volta nati, imponeva di essere produttivi … di moltiplicarsi, e vivere il più a lungo possibile – e di fare tutto questo su un pianeta molto piccolo che voleva vivere per sempre.

Tutte le risposte che il pittore poteva darsi erano tetre. Anche più tetre, sicuramente più tetre, di un Bovile, o di una Feccia Felice, o di una Partenza Rapida. Pensava alla guerra. Pensava alle epidemie. Pensava alla fame.

Sapeva che non avrebbe più dipinto. Aveva lasciato cadere il pennello sul telo protettivo sotto di lui. E poi aveva deciso che anche lui ne aveva abbastanza della vita nel Giardino Felice della Vita, ed era sceso lentamente giù dalla scala. Aveva preso la pistola di Wehling, con la sincera intenzione di ammazzarsi.

Ma non ne aveva avuto il coraggio.

Allora aveva visto la cabina telefonica nell’angolo della stanza. L’aveva raggiunta e aveva digitato il numero a memoria: “2BR02B.”

Federal Bureau of Termination,” aveva detto la voce suadente di una hostess.

Quand’è la prima data disponibile per un appuntamento?” aveva chiesto, parlando con molta attenzione.

Potremmo probabilmente inserirla nel tardo pomeriggio di oggi,” aveva detto. “Anche prima, se abbiamo una cancellazione.”

Va bene,” aveva detto il pittore, “mi inserisca, per favore.” E le aveva dato il suo nome, facendo bene lo spelling.

La ringrazio, signore,” aveva detto la hostess. “La sua città la ringrazia, il suo paese la ringrazia; il suo pianeta la ringrazia. Ma il ringraziamento più grande viene dalle future generazioni.”

1 ”To be or not to be,” gioco di parole intraducibile con la pronuncia del numero stesso: “2BR02B” dove lo zero viene pronunciato come “naught”.

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Traduzione di Silvia Lumaca

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