La lunga strada

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Era crudele la coerenza estetica dei check point. Mosaici perfettamente assemblati e pronti alla micidiale imbracciata. Da Charlie a Foxtrot. Come le linee armate al passaggio. E più della devastante informazione sulle prescrizioni sanitarie, la presenza chimica del tempo intimoriva così da lasciarci la vita. Poi, il silenzio. Tra videocartelli vocali, che postulavano pericoli ed avvertenze, e il consueto dispendio di volantini sulla sanità pubblica. Dappertutto erano chilometri d’estate. Ed era spaventoso quel rumore di fotografie alla sera. Non era il caldo, ma il peso adolescente della boria dopo l’ultimo passaggio a livello. Attraversata la breve sequenza ferrata, la strada, pur malferma, nutriva l’unico modo capace di intendere un ricordo. Il resto aderiva agli intervalli inesatti del sospetto. Dopo la devastazione ambientale, era la sabbia a sostenere le intenzioni del pianeta. Gli urti della speranza tentavano ancora lo sfregio. Ma i mattoni della rassegnazione vigilavano…

Era spaventoso quel tributo da dovere al disprezzo, ma l’unico transito pretendeva quel genere di dazio. Alla sbarra non potevi certo sottrarti e il peso dell’anima, secondo quei calcoli complessi, valeva il prezzo del passaggio. Reclamare sarebbe risultato del tutto inutile e, semmai fosse stata lieve la differenza tra il calcolo e il reale ingombro, l’obbiettare avrebbe convalidato il sospetto. Più che conveniente, quindi, quel grammo debordante da un desiderio malamente occultato. In fondo, trenta grammi di anima garantivano una più che sicura permanenza e la sovratassa assicurava alle guardie quella inalienabile sovranità. Certificata l’idoneità, il lettore ottico, riformulando il codice personale, tra vene ed avambraccio, disponeva la quantità di ore concesse. Superato il limite governativo, il radio visor control avrebbe sospeso il destino dei più arditi. Dappertutto era il degrado esaltante dai segnali. Non era il caldo, ma la rapacia del dubbio agli ingressi del paese.

La paura, soprattutto. Il terrore, tra cumuli di sabbia e il ricordo della lunga strada, corrodeva più del vapore affumicato dei gas che esalava dagli oleoreticoli sventrati. Crudele certo, ma assistere a quel più che unico accadimento valeva l’atroce vista. L’immensità del campo. La valle ricavata dalle macerie, tra tungsteno e superbia. L’oceano di transenne e quel reggimento di mimetiche nere, tra mitra laser e scafandro. Le scorte armate e le folle convogliate con ordine nei recinti numerati, facevano il resto. Non accadeva da 400 giorni, ormai. E per quella assurda combinazione astrale molti milioni di fortunati avrebbero vissuto l’alternanza: la notte. In soli dieci posti al mondo. Per cinque ore. Maledettamente poche. Infinitamente grandi. Una sola notte al mondo. E l’opinione sulla speranza avrebbe retto l’urto del male più profondo. La presenza chimica del tempo e il divieto di desiderare. L’ultima epidemia avrebbe perduto epigoni, superbia e maschera. La notte preparava un’occasione. E, col buio, l’ultima tra le intenzioni.

Vito Benicio Zingales