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Lavinia Petti Anteprima. Dove nascono le ombre

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Esce oggi per Mondadori Dove nascono le ombre (pagg. 372, € 19,50), romanzo di formazione ma non solo firmato da Lavinia Petti.

Alla terza prova, la giovane narratrice partenopea imbastisce una storia dove l’omaggio alle trame “di paura” firmate da Stephen King (ma anche dall’ormai meno frequentato Richard Matheson), si intreccia con elementi dickensiani e col recupero di una linea “gotico-rurale” di matrice italiana.

Ambientato nel 1965, il romanzo salda una forte dose di tensione narrativa a quello che possiamo definire un tormentato coming of age.

Non per niente Petti, in continuità con molti suoi colleghi, pone al centro di vicende non strettamente adolescenziali, un dodicenne, Elia, cui piacciono i racconti di Edgar Allan Poe.

È lui il personaggio principale e la voce narrante di quasi tutto Dove nascono le ombre.

Anche se il luogo in cui si svolge l’azione, un mondo di mezzo in equilibrio fra realtà e fantasia, ha un ruolo assolutamente non secondario.

La zona “cuscinetto” si chiama Paradisiello.

È una costruzione «composta da pezzi di edifici diversi», forse un ex convento o una ex masseria.

Questa sorta di monolite che si erge fra gli arbusti e ospita una dozzina di appartamenti, è immerso nel verde, con un bosco a staccarlo dal resto della città.

Il bosco spinge Elia verso le storie, la sua aria di creatura antica «sulla quale incombe un sortilegio».

È in questa direzione che il farsi accettare dal gruppo di ragazzi che abitano nel condominio, appare per Elisa secondario rispetto all’attrazione esercitata della macchia silvestre, con il mistero che si cela al suo interno.

Proprio dentro quel bosco venticinque anni prima era scomparso un ragazzo, Nino Basile, mai ritrovato. Che sia stato il diavolo?

Elia dà forma a una strategia narrativa scoprendo la notizia, facendola sua.

Scrive brevi messaggi, lettere, e li dissemina nella macchia, lasciando credere ai suoi nuovi amici che li abbia scritti Nino di suo pugno.

Ma Elia è pur sempre un ragazzino, l’inventarsi storie non va di pari passo alla capacità di reggere la finzione della storia. Gli sfugge di mano, pare richiamare nel bosco, se non il diavolo, una presenza malvagia in agguato per nutrirsi di altri bambini.

Solo nel finale si capirà dove fantasia e realtà si incrocino.

Diviso in cinque macrocapitoli che da giugno 1966 arrivano a ottobre – ma con un salto temporale in chiusura – Dove nascono le ombre è un dark novel capace di lavorare abilmente per sottrazione, sussurrando l’orrore presente dietro alle azioni di tutti i personaggi. Siano essi grandi o piccoli.

Sergio Rotino

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Don Vittorio Rea aveva un carattere ruvido come corteccia e l’animo di un poeta. Le sue parole avevano un modo d’insinuarsi dentro e smuovere qualcosa, di farti venire nostalgia di posti mai visti e vite non vissute. Parlare gli piaceva parecchio, lo faceva a voce bassa, in dialetto stretto e in tempi dilatati come stagioni. Mi raccontò che una volta faceva il contadino. Molti portieri prima aravano i campi e spalavano la merda delle bestie, ma da quando i palazzi avevano cominciato a crescere al posto degli alberi ai contadini non era rimasta altra scelta che scrostarsi la terra dalle unghie e imparare a leggere per poter smistare la posta dei signori condomini. Lui sapeva leggere e stava imparando a scrivere. Glielo insegnava Beatrice, che faceva la terza elementare.

Un giorno gli domandai del bosco. Lui disse: «Prima era grande come l’oceano».

«Avete mai visto l’oceano, don Vittorio?»

«No. Ma me l’immagino, e non ha fine.»

Il giorno dopo gli chiesi se nel bosco si potesse giocare e lui disse di no.

«E perché no?»

«Perché in quel bosco un ragazzo è scomparso.»

«E com’è scomparso?»

«Come certi pensieri che non trovi più.»

Pian piano gli scucii di bocca altre notizie. Era successo durante la Seconda guerra mondiale, quando la campagna era considerata più sicura della città, sebbene dalle trame del diavolo nessuno potesse dirsi al sicuro. Mi raccontò che il ragazzo era orfano, e dopo la morte dei genitori era venuto al Paradisiello per stare da alcuni zii. Quella parte della storia mi fece sentire molto vicino al ragazzo. Anch’io ero venuto al Paradisiello per stare da mia zia. Non ero orfano, ma mia sorella era morta. Allora mi resi conto che non esisteva una parola per quello che ero.

«Scomparve un pomeriggio, mentre giocava nel bosco.»

«E secondo voi che fine ha fatto, don Vittorio?»

«È stato il diavolo. Quando scoppia una guerra il diavolo cammina sempre accanto agli uomini. È passato anche da qui, per la nostra selva. Tutti lo hanno visto.»

Don Vittorio credeva molto nel diavolo, più che in Dio. Ma non aveva prove a favore della sua teoria, fatta eccezione per le storie. Si era trasferito al Paradisiello solo da qualche anno, mentre prima abitava in un cavone dove coltivava broccoli e ciliegi.

Le nostre chiacchierate mi piacevano, le facevamo sulla soglia di casa, quando don Vittorio portava la posta. In cambio gli offrivo una tazzina di caffè che lui beveva sull’uscio. Per rispetto, non entrava mai. Don Vittorio lasciava lettere e bollette anche sullo zerbino dell’appartamento di fronte, quello degli Altieri. Era sempre chiuso e la posta si ammucchiava, così come i fiori nella serratura. Anemoni, aquilegie, fiordalisi. Una volta gli chiesi chi ci abitasse: lui mi guardò coi suoi grandi occhi da bue, un po’ lucidi e un po’ spenti. «Una spia sovietica» disse senza cambiar tono. Ci misi un po’ a capire che scherzava. Poiché la storia del diavolo pungolava la mia immaginazione, per un certo periodo mi dedicai a un nuovo gioco: investigare. Chiesi a don Vittorio chi abitasse al Paradisiello quando il ragazzo era scomparso, e lui nominò i Malatesta e i Giuliani. Li esclusi subito dai testimoni, non volendo aver niente a che fare con loro. I primi erano inaccessibili, una famiglia chiusa dentro un cerchio: parlare con uno significava parlare con tutti, e alla sola idea sudavo freddo. I secondi, madre e figlio, erano ancora più isolati nella loro bolla religiosa. Anche la signora Silvestri aveva sempre vissuto al Paradisiello, ma all’epoca dei fatti era solo una bambina, troppo piccola per ricordare.

Così mi avvicinai alle uniche persone che dessero l’impressione di aver bisogno di condividere un pensiero, non avendo altri con cui farlo: la signora Olga Alifuoco, del pianterreno, e il signor Iodice del terzo piano.

Per quanta fatica facessi a trovare un amico tra i ragazzi della mia età, mi risultava naturale suscitare le simpatie di certi adulti. Capita spesso ai bambini introversi, e mi bastò poco per entrare nelle grazie di quelle creature sole e solitarie. Un buongiorno detto con un sorriso, un aiuto per portare i sacchetti della spesa, un calzino caduto dai fili, raccolto e restituito umilmente al proprietario.

Olga Alifuoco, baffuta e magra come un’acciuga, era una zitella che scaricava le sue frustrazioni preparando cibo che non mangiava e che donava ai poveri della parrocchia. Trascorreva le giornate a impastare il rancore nel pane, a infornare torte al sapore d’invidia, a cuocere marmellate al gusto di fegato amaro. Aveva una gallina, Lucilla, a cui era molto affezionata. Lucilla razzolava libera per casa e nel cortile, lasciando cacate bianche dappertutto.

Quando le domandai del diavolo che viveva nel bosco, il diavolo che si era preso il ragazzo, Olga Alifuoco aveva appena finito di pulire il finocchietto selvatico che avevo raccolto per lei.

«Il diavolo? Certo, l’ho visto coi miei occhi.»

«E com’era?»

«Crudele, come il cognato della mia amica Sandra. Non l’ho mai incontrato di persona, ma in una lettera Sandra disse che quell’uomo voleva conoscermi. Le risposi che per mio padre andava bene, poi Sandra mi scrisse che non se ne faceva niente. Il cognato se n’era andato in America.»

«E il diavolo?» incalzai.

«Oh, era mostruoso! Di notte sparivano galline e non potevi andare a cogliere more che ti ritrovavi sulla via gatti scuoiati, con le viscere rivoltate di fuori. Per fortuna la guerra finì e il diavolo lasciò il bosco. La mia povera Lucilla oggi è al sicuro.»

Guardai la gallina appollaiata sul cuscino, che ammiccava con occhi assonnati.

Olga Alifuoco mi riempì la testa di racconti su bestie sventrate, ma alla fine capii che il diavolo non l’aveva mai visto davvero.

Non ebbi maggior fortuna con il signor Iodice, banchiere in pensione, che abitava al terzo piano. Sulla schiena aveva una gobba a forma di uovo: io immaginavo che un giorno si sarebbe schiuso e chissà quale creatura ne sarebbe venuta fuori. Realizzai in seguito che non ci stava tanto con la testa. Sua moglie era passata a miglior vita da cinque anni ma lui si ostinava ad apparecchiare la tavola per due e la sera, in balcone, parlava con la sedia a dondolo chiamandola mia amata Caterina. Era molto triste quando gli tornava in mente che era morta. Presi l’abitudine di portargli il giornale, e ogni volta mi chiedeva di tenergli compagnia in attesa che la moglie rincasasse dal mercato. Lo accontentavo, lasciandolo parlare dei vecchi tempi.

Il giorno in cui nominai il diavolo della selva i suoi occhi s’illuminarono e scoprì i canini. «Il diavolo? Non lo so se era il diavolo, ma ti dico una cosa. I boschi sono luoghi pericolosi, non sono adatti agli uomini, non come le città. Nelle città un uomo può dirsi al sicuro per gran parte della vita, sa di cosa aver paura. Nei boschi, invece, dimorano bestie e ombre. E questo bosco in particolare ha qualcosa di malvagio, di oscuro. Proprio l’altra sera io e la mia amata Caterina abbiamo visto delle fiamme bruciare tra gli alberi.»

Gli chiesi se le fiamme somigliassero a occhi di brace. Lui si fece perplesso. Disse che erano più che altro simili a fuochi.

Ben presto la mia attività d’investigazione mi venne a noia e preferii occuparmi di qualcosa che mi stava molto più a cuore e che mi ronzava per la testa da un po’.

Domandai alla zia se avesse un quaderno. Lei aprì il cassetto di un mobile che conteneva carte da poker e fiches, e mi diede un bloc-notes in parte già scritto, che usava come segnapunti. Deluso, le chiesi se non avesse niente di meglio.

«Niente» disse.

La seguii in balcone e le confidai un segreto: «Voglio scrivere un libro».

«Mi sembra una splendida idea.»

Una sigaretta le pende- va all’angolo della bocca mentre puliva la lettiera di Senzanome. Il gatto controllava che il lavoro venisse svolto a dovere.

«Credo di essere pronto. Ho letto tantissimi libri.»

«Buon per te.»

«Mi serve un quaderno più grande.»

«Qui non ce l’ho.»

Buttò la busta con gli escrementi in un secchio e andò a preparare la pastasciutta, che le venne malissimo perché la pasta era scotta e il sugo bruciacchiato.

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