Maria Rosa Cutrufelli. L’isola delle madri

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L’incipit del romanzo L’isola delle madri di Maria Rosa Cutrufelli ha qualcosa di inquietante e paradigmatico al contempo perché se da un lato prefigura uno scenario di devastazione ambientale e sociale da The Day After, dall’altro non è altro che la fotografia attuale di quanto il mondo sta già subendo in termini di autodistruzione. Lo vediamo in questi giorni di pandemia vera e propria, frutto dell’ignoranza e del profitto, stretti tra fede acritica nella scienza e l’ossessione paranoide dell’altro, l’evocazione del nemico, l’angoscia esistenziale che deprime i rapporti interpersonali, che sradica persino ogni fede nel futuro. E in questo contesto da guerra civile, di sfida tra poveri, di tutti contro tutti, di incupimento nelle famiglie divise, di nazionalismi e guerre, di reiterate devastazioni ambientali in ogni parte del pianeta, in cui però paradossalmente chi è sopravvissuto pare adeguarsi pedissequo con le stesse aspirazioni di vita, di dignità sociale, di riproduzione, che il romanzo indica una via verso la salvezza, una via che consiste nello Spirito delle donne.

Di fatto le finalità fondanti della razza umana non cambiano, si intende benissimo che lo stato di cose non ha apportato un cambiamento della fisiologia mentale né degli uomini né nelle donne, ma queste ultime conservano almeno una virtù che fa la differenza: non demordono, non si arrendono alla crudeltà, all’incarognimento, a loro discolpa hanno poi la constatazione che non hanno mai contato nella ruota della Storia. Loro sono per lo più incolpevoli. Per ora, tuttavia, niente è cambiato, è ancora crisi epocale, transizione, la donna è ancora ai margini, in un pianeta in cui il divario sociale, la discriminazione razziale, la corruzione endemica dei potentati, sono divenute ancora più stridenti, le diseguaglianze accettate come uno stato di fatto e perciò ancora più deleterie e mostruose.

C’è qualcosa però che è cambiato, come effetto non secondario di questo stato di degrado globale ma anche come conseguenza del ripetersi di guerre di sterminio. L’uomo maschio o è estinto o ha perduto la sua fertilità e ciò per una alterazione del codice genetico, e così l’industria imperante, col corollario di una scienza divenuta medium e motore pulsante della nuova civiltà dell’emergenza, ha il solo scopo appunto di approntare strumenti biomedici di auto riproduzione che non prevedano più l’uomo e di conseguenza la condizione preliminare dell’accoppiamento.

L’inizio ci porta nel Mediterraneo meridionale, forse l’Egeo, presso un’isola chiamata l’Isola delle madri, dove in un complesso sanitario ipermoderno, finanziato dalle maggiori corporations sopravvissute all’Apocalisse, si inventa la vita, quella di riprodurre i nuovi bambini, quelli che nasceranno senza cordone ombelicale, senza madre e padre naturali, ma solo da donne, perciò l’Isola delle madri. Donne donatrici di ovociti, donne gestanti, donne che pagano per essere assegnatarie del neonato.

La storia si apre con Sara, operatrice umanitaria che arriva nell’isola delle madri, è un’isola spoglia di ogni vegetazione per via della siccità, con un mare inservibile perché contaminato, con la plastica che ha invaso tutto, conficcata in terra, trasportata dal vento. L’aria è diventata un dispensario di agenti patogeni, pattuglie militari vigilano dappertutto in uno stato di guerra permanente, gruppi di fanatici cristiani pronti al sabotaggio di quell’unica impresa perché blasfema contro Dio che è per loro il solo esclusivo creatore. Questo è soltanto l’incipit. Ma il romanzo non ci vuole inseriti dentro le dinamiche da fine del mondo come avrebbe osato Morselli, oppure Shiel nel suo La nube purpurea, oppure Cormac McCarthy nel suo La strada.

Maria Rosa Cutrufelli preferisce adoperare la scrittura per un’analisi quieta, per niente apocalittica, per niente angosciata, di come quattro donne, Sara e Livia dall’Occidente, Kateryna dall’Est europeo, Mariama dall’Africa, ciascuna di provenienza, credo e condizione sociale diverse, si ritrovino insieme nell’isola, riescano a collaborare tra loro, comunque a sopravvivere in un mondo stravolto, fugace nei fini, in bilico perenne sul confine del finale annientamento. Di come queste donne, Sara, Livia, Kateryna e Mariama, ciascuna con le proprie modalità, riescano ancora a credere nella speranza, nell’amore filiale, nella fedeltà alla terra. Di come i ritratti di queste donne intrepide ci offrono ancora la chance, la possibile soluzione di una sopravvivenza, una chance che si sintetizza nell’amore. Di come l’incontro casuale di queste donne nell’isola delle madri faccia trapelare il fondamento dell’umanità, che si chiama solidarietà, pietà, il comune sentimento, il prodigarsi, l’apprensione persino l’una per l’altra.

La donna, appunto, perché apportatrice di vita e poi madre non può essere diversa dal portato della sua inclinazione che consiste nel sentimento filiale, un sentimento incomprimibile che non potrà mai essere frustrato dalla storia. La storia non potrà mai davvero attecchire su questa inclinazione che è il puro archetipo della donna, perciò la donna diventa la chiave di volta possibile di una nuova idea di rivoluzione e ciò perché ogni donna è irriducibile alla morte per definizione.

Sotto l’aspetto tecnico il romanzo è ben compensato nello svolgersi della trama, seguendo le vicende delle quattro protagoniste. Con mano sicura, Maria Rosa Cutrufelli delinea per ciascuna un ritratto psicologico diverso ma accomunato da ciò: la perseveranza ad ogni costo, il coraggio pur nel disvalore delle società attuali. Questa perseveranza ancora non è spenta, perché è legata alla Natura come nient’altro, perché ogni donna è e rimane figlia di Demetra, irriducibile e inaccessibile nel suo segreto, alleata della figlia Persefone dea dell’al di là, Demetra dispensatrice di messi e di vita, fondamento della propagazione delle generazioni e quindi del senso stesso della civiltà. Questo è il compito essenziale che Demetra svolge assieme alla chiarezza, alla razionalità di Atena, nata dalla coscia di Zeus, anche lei fuori dalla procreazione bipolare. Tesi suggestiva quella di Cutrufelli, nemmeno moderata, tesi direi partigiana di un ritorno al matriarcato come modello universale se aneliamo davvero alla salvezza.

Non posso esimermi dal trascurare il finale geniale in cui tutto si schiude, tutto acquista senso, in cui si spiega la legge che regge il creato, in cui tutto è rilevato sino a farci venire le lacrime, perché è là il segreto, là dove la vita acquista tutto il suo senso millenario, quel senso obliterato, soffocato, spergiurato, avvelenato dall’avidità, dal profitto, dal Male incarnato nella Storia. È questo Male che non può essere sottaciuto, che non è mai casualità della Storia, ma delibera di pochi che non disdegnano la distruzione, la guerra, la pandemia e la carestia, pur di ricavarne potere o profitto. Questo Male che è perciò demoniaco nei fini e che solo la stessa intransigenza, la stessa forza di Demetra può annichilire con la sua legge implacabile che è vita, che è risorgenza dell’anonimo anelito di tutto ciò che esce dal buio del guscio in cui è stato racchiuso.

Libro edito da Mondadori, da leggere assolutamente, tra le pubblicazioni migliori di questo anno.

Marcello Chinca Hosh

 

Recensione al libro L’isola delle madri di Maria Rosa Cutrufelli, Mondadori, 2020, pagg. 234, euro 18.