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Marie-Christophe Ruata-Arn anteprima. Segreti di famiglia

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Figura artisticamente poliedrica la svizzera Marie-Christophe Ruata-Arn, di cui oggi esce in libreria Segreti di famiglia (pagg. 160, € 14,00) suo terzo romanzo edito in Italia come i precedenti da Sinnos Editrice.

Insegnante, architetta, tastierista nella band tutta al femminile delle The lawdy mamas e narratrice, per Ruata-Arn la creatività pare non avere confine.

Focalizzandoci sul lavoro di scrittrice, notiamo come con questo nuovo romanzo YA torni a scandagliare i rapporti fra adolescenti e adulti, come le relazioni amorose e di amicizia si facciano topos ineludibili all’interno della sua produzione.

Al contrario dei precedenti Matilda un’ora indietro e Sette rose per Rachel, dove il soprannaturale vero o presunto faceva da cornice a storie di crescita, in Segreti di famiglia Ruata-Arn si sposta verso un riuscitissimo connubio di giallo e commedia.

Al centro del romanzo sta infatti una valigetta contenente due milioni di euro, letteralmente precipitata nelle mani di Joao, il componente con “sviluppo mentale problematico” della famiglia Machado da Silva.

È soprattutto questa famiglia di portoghesi emigrati in Svizzera, che vive a Lignon quartiere periferico di Ginevra, a far muovere il racconto da un genere all’altro. La valigetta è invece la miccia di tutto, l’oggetto oscuro del desiderio, è il contenitore dei “segreti di famiglia”. Sottratta da un ladro a un tagliatore di diamanti di origini calabresi con un passato oscuro, diventa polo attrattore di tutti i desideri dei componenti deiMachado da Silva.

A raccontare quanto accade fra di loro dopo l’arrivo del denaro, Maria. Lei, la figlia più piccola (compie i tredici anni in apertura di romanzo), è la voce narrante di tutte le vicende. Una ragazzina di cui apprezziamo da subito il temperamento. I suoi commenti sono infatti affilati come lo sguardo che pone sul mondo di chi è più grande (specie quello dei genitori e della sorella maggiore Guida). Al contempo questa “maturità” è mediata dalla meraviglia verso i comportamenti scatenati nei suoi familiari e in altri personaggi, come in lei, dal contenuto della valigetta.

Scritto con ritmo vivace, utilizzando a piene mani la formula dello show don’t tell, il romanzo di Ruata-Arn, tradotto da Federico Appel, è pieno di ribaltamenti di situazione, di indagini, di sospetti, di rivelazioni e di relazioni difficili da condurre avanti nel loro essere facili.

Su tutto però si ergono i soldi che riposano nella valigetta. Elemento concreto che scatena l’azione, totem capace di cambiare tutto e cambiare tutti, anche in meglio però.

Una volta, questo romanzo lo si sarebbe definito page turner, bene: lo è.

A fare da sfondo, una Svizzera metropolitana inusitata quanto periferica, molto vicina a le moderne banlieue parigine dove agisce un’altra di famiglia, quella dei Malaussene. E un po’ i Machado da Silva, con la loro tenera disfunzionalità, ci ricordano la creatura di Pennac. Ma con una marcia in più.

Ruata-Arn sarà in Italia il 22 maggio al Salone internazionale del libro di Torino ospite d’onore per l’evento conclusivo di Adotta uno scrittore.

Sergio Rotino

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Dopo Joao, i miei genitori hanno aspettato dieci anni prima di avere me: Maria Machado da Silva. Sono portoghese, ma sono nata a Ginevra, nel quartiere di Lignon, in Svizzera. Più o meno. Lignon è un quartiere modernissimo fuori Ginevra, costituito da un unico enorme palazzo, che si snoda come fosse un serpente. È una specie di città verticale, percorsa ogni quattro piani da ballatoi, che la attraversano su tutta la sua lunghezza.

Fin da quando ero piccolissima, tra i litigi continui dei miei, le scenate di gelosia di Guida e il viavai tra i dottori della città per lo “sviluppo mentale” di Joao, ho capito che mi sarebbe convenuto farmi piccola piccola, a casa. E così, appena possibile, mi sono tuffata nei libri. La qual cosa mi ha garantito la nomea di “prima della classe nata”.

Tuttavia, anche se sono la prima della classe, oggi, mentre vado a scuola, in testa ho tutt’altro rispetto alla matematica, al tedesco e al latino. Penso solo alla valigetta nera che contiene due milioni di euro!

Parlando con Joao abbiamo cercato di capire da dove venisse quella valigetta, ma lui, con la sua solita testardaggine da mulo, non faceva che ripetere: «Caduto dalle scale! Caduto dalle scale!».

Non era di se stesso che parlava. Ma di chi allora?

Abbiamo guardato la valigetta come dei bambini che sanno benissimo di aver appena fatto una stupidaggine, ma senza sapere veramente quale.

Mentre mangiavamo la torta, abbiamo contato e ricontato le banconote. Poi li abbiamo sistemati in due pile alte e tante altre più piccole. Più tardi, ma non molto, ci siamo messi a discutere su quello che avremmo fatto con tutto quel denaro piovuto letteralmente dal cielo. E lì abbiamo capito che nessuno era d’accordo con gli altri.

***

A malapena mi capita di guardare le ragazze in minigonna che si lanciano sguardi con i ragazzi da una parte all’altra del cortile sud di Lignon. Come quella scema di Malika, una tipa di quattordici anni che si dà arie da diciottenne solo perché ha un seno grande. O come Selima e Désirée, con cui, l’estate scorsa, ho passato insieme un sacco di tempo, giù al centro commerciale, ma che da quando la scuola è ricominciata:

* non vogliono più fare gare di travestimento;

* partecipare a tornei di biliardino;

* pensano che sia “troppo infantile” andare a fare scherzi al mio vicino di pianerottolo, che va matto per le armi da fuoco (contento lui…);

* non vogliono più ingozzarsi di gelati al centro commerciale, con la scusa che fanno ingrassare;

* parlano solo di vestiti, di trucchi e di ragazzi, ma al tempo stesso si rifiutano di parlare con i ragazzi.

Una volta, Selima e Désirée mi hanno detto che io, con i miei pantaloni, sembravo “poco curata” e “non molto femminile”.

Allora, per farle ridere, ho stretto le labbra a cuore come fa Guida e gli ho risposto: «Ma quello che è importante, ragazze, è la bellezza interiore…».

Beh, nessuna si è messa a ridere.

In ogni caso, a proposito di “bellezza esteriore”, è bene che io mi accontenti di quello che ho. A scuola io sono una delle alunne più brave, e cioè una delle poche a non essere mai stata bocciata. È per questo che mi sono guadagnata il mio soprannome di “secchiona spaziale”. Ma nel quartiere, mi chiamano anche “il grissino”, perché sono magra e piatta.

L’unico problema, in tutto ciò, è che Selima e Désirée mi trattano come fossi una cattiva amica, solo perché me ne infischio apertamente di tutto quello che le riguarda e non gli dico niente di me.

A parte il fatto che è falso (perché io posso essere un’ottima amica) siamo chiari: cattiva amica o no, non dirò a nessuno dell’esistenza della valigetta.

Ieri, dopo aver messo in ordine tutte le banconote, abbiamo teso le mani sopra il tavolo e giurato solennemente di tacere. Questi soldi piovuti dal cielo sono il nostro segreto di famiglia.

Poi i miei genitori hanno deciso di mettere la valigetta da parte, in attesa di vederci un po’ più chiaro, in questa faccenda.

Io ho cercato di fargli notare che quella valigetta era il mio regalo e che, come sarebbe normale, ne avrei dovuto approfittare almeno un po’. Loro mi hanno lanciato uno sguardo severo. E anzi, quando ho insistito, hanno minacciato punizioni.

Guida aveva l’aria soddisfatta. E certo: io sono sempre la più piccola, quella che obbedisce.

A casa mia, che mi piaccia o no, non si gioca con la famiglia.

***

La campanella suona. La mattina comincia con due ore di latino, come tutti i martedì. E come tutte le mattine i bidelli hanno il loro bel da fare a sgridare Hani, che dà fastidio ai più piccoli.

Hani, che è molto bello e molto sicuro di sé, Hani che io conosco fin dai tempi dell’asilo e che, come ogni anno, ha completamente dimenticato che ieri era il mio compleanno. Hani che preferisce rispondere ai sorrisini di quella scema di Malika piuttosto che venire a chiacchierare con me.

Tutto va come al solito, oggi, a parte il fatto che niente è uguale a prima.

Mentre salgo le scale per andare a lezione di latino, guardo il profilo del nostro quartiere da una delle larghe vetrate che mi circondano.

Lignon sorge subito a ovest di Ginevra, la città delle grandi organizzazioni internazionali. Perfino qui nel quartiere viviamo in una dimensione internazionale, anche senza diplomatici e senza vetture blindate. Io sono portoghese, Hani è marocchino, e anche a scuola, quelli che non sono portoghesi o turchi sono ucraini, somali, afghani o angolani: tutti fuggiti dalle diverse guerre del pianeta. Quelle stesse guerre di cui si sente parlare al telegiornale della sera e che si dimenticano subito dopo.

Ragazzi che spesso sono dovuti fuggire abbandonando ogni cosa. A volte insieme ai loro genitori, ma non sempre, non tutti. E come accade in ogni guerra, anche qui, checché se ne dica, ogni campo ha le proprie vittime e i propri carnefici. Qui a Lignon si sentono discorsi che difficilmente si sentono altrove.

Dopo la lezione di latino, dove sono stata davvero distratta, e le due ore di ginnastica, che per me si dovrebbe eliminare del tutto dai programmi scolastici, durante la ricreazione vago qua e là.

Hani ha organizzato una specie di banchetto di vendita di dolci abusivo. Il suo tavolino è incastrato tra quello del bidello e l’alieno.

L’alieno è il “maestro di strada” ovviamente, e cioè un tizio inviato qui dal Comune, che va avanti e indietro nel quartiere per parlare con i ragazzi. Oggi è venuto per incontrare Hani e discutere a proposito di una faccenda che è accaduta al campo di calcio, ieri sera. Una roba di reti strappate o di non ho capito bene cosa. Questa è una delle ragioni per cui mamma non vuole che io veda Hani dopo la scuola.

Mi accorgo che ci sono Selima e Désirée che mi fissano con curiosità, mentre passeggio. Di sicuro devo avere una faccia strana. La faccia di chi ha la testa piena di domande: da dove vengono tutti quei soldi? Qualcuno potrebbe aver visto Joao? E ancora: potrebbero bussare alla nostra porta per reclamare la valigetta?

Quest’ultimo pensiero mi dà una strana impressione che è di sollievo ma anche, nello stesso identico momento, di grande delusione.

Guida si sbaglia: anche se ho solo tredici anni – solo! – non vuol dire che io non sia capace di utilizzare intelligentemente tutti quei soldi. Con due milioni di euro io potrei… Potrei…

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