Non è paura di morire

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Albert Caraco
Albert Camus

Non è paura di morire, perché non si muore, è più facile morire nel tentativo di non morire. Anche perché poi cosa vale questa vita, perché conservarla con tanto accanimento? Da una parte ci si prospetta un futuro uguale a noi stessi, tra ufficio e fatiche, dall’altra un isolamento nelle nostre quattro mura fra scorte di fagioli e lenticchie. In entrambi i casi mi chiedo a che pro. Albert Caraco, nichilista novecentesco finito coerentemente suicida, parlava di “infezione”, ma non si riferiva a virus letali, ma agli esseri umani, “lebbra” che si diffonde sul pianeta “divorandolo”. Lo scrittore-profeta auspicava una catastrofe, una malattia universale, per ripulire la terra dagli uomini-insetti, tutti irrimediabilmente reprobi. Un universo vuoto? Potrei citare il Guido Morselli di Dissipatio H.G., anch’egli suicida, il cui protagonista fallito fallisce perfino nel togliersi la vita, ritrovandosi poi, quasi per magia, in un mondo spoglio da qualsiasi respiro umano. Ma forse ancor più crudele è Time Enough at Last (Tempo di leggere), episodio della serie televisiva Ai confini della realtà (The Twilight Zone), in cui l’impiegato bibliofilo, ritrovatosi l’unico essere umano sopravvissuto alla catastrofe nucleare, rompe accidentalmente i suoi occhiali, fatto che gli impedirà per sempre di poter consolare la solitudine nell’amata lettura. Un universo vuoto? E chi lo vuole. Ma noi non abbiamo paura né di morire né di restare soli. E di cosa avremmo paura? D’esser diversi, difettosi, colpevoli, untori. Altrimenti non si spiega la paura, che invece trova riparo nei cattivi sentimenti di diffidenza con cui ascoltiamo il telegiornale, nell’attesa che venga innalzato al cielo il capro espiatorio d’ogni morbo che minaccia una quotidianità ridicolmente noiosa. Certo, questo solo finché non saremo noi a sentir sulla pelle lo sguardo di biasimo del sano, normale, moralista da social network. Non potrebbe esistere onta peggiore, altro che morte – che in fin dei conti tocca a tutti. E poi, in un fremito di lucidità, scrollando il nostro smartphone durante la quarantena (auto)impostaci, cliccheremo su un articolo che sa sedurci con la letteratura (quella del contagio – da Boccaccio a Camus) pregandoci di restare umani, che lo sgretolarsi civile prelude nient’altro che alla fine. Ma se l’umanità è questa, proprio quella descritta dalla letteratura, è restare umani la vera catastrofe. Elevarci da quest’umanità e mozzarci le dita, così da non poterle più puntare contro nessuno e non avere il terrore che qualcuno possa farlo su di noi – questo sarebbe da fare. Ma non lo faremo. Aspetteremo solo che l’emergenza faccia il suo corso, pregando che questo virus, allegoria di tutto ciò che non conosciamo, se ne torni da dove è venuto o sparisca per sempre. Approfittate di questi giorni, se potete, della letteratura, di tutta la letteratura. Quella è la preghiera più potente che conosca.

Stefano Scrima