NON FARE STRONZATE, NON MORIRE di Kristin Hersh. Un addio a Vic Chesnutt

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Come un diamante nel cui reticolo, insieme a cristalli purissimi, vi siano incastonate scaglie del carbone più nero: se la luce va a sbatterci, il prisma che ne vien fuori non si dipana in fasci di normale nitore, ma in un viluppo di splendore franto e adombrato.

Questo è stato Vic Chesnutt nel corso della sua travagliata vicenda terrena. Nella quale alla funesta e segnante stimmate che il destino gli ha inflitto relegandolo su una sedia a rotelle fin da ragazzo, ha fatto da contrappeso un acume e, a detta di chi lo ha conosciuto, una forma di feroce, vitale ironia che lo ha aiutato a guardare dentro se stesso e negli altri con rara e non comune lucidità. Una disposizione naturale intorno alla quale, nel corso di una carriera ventennale chiusa -è bene sempre sottolinearlo- da una terribile fatalità, il riservato ma eccessivo cantautore di Jacksonville ha costruito una delle parabole creative più variegate ed eccitanti che la scena musicale degli ultimi trent’anni (e non solo) ricordi, raggiungendo vette di maestosità espressiva con album come About to choke, North Star Deserter o West of Rome.

Oggi abbiamo finalmente la possibilità di conoscere più a fondo l’uomo e l’artista che sta dietro i suddetti capolavori, grazie a “Non fare stronzate, non morire. Un addio a Vic Chesnutt”, uscito per Jimenez Edizioni il 5 dicembre e firmato da un altro gigante della scena “alternativa” a stelle e strisce, quella Kristin Hersh, che, oltre ad aver dato vita alla storica band Throwing Muses e ad una lunga esperienza da solista apprezzata in tutto il mondo, di Chesnutt è stata grande amica, condividendo con lui i palchi di tante città, ma anche e soprattutto momenti di quotidiana (dolorosa e allegra) intimità.

Quello che segue è in esclusiva per Satisfiction un estratto di questo crudo e intimo memoir, che negli Stati Uniti è già considerato uno dei più bei libri rock scritti negli ultimi quattro lustri.

Buona lettura.

Domenico Paris

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«Dio, quanto mi piacciono i motel economici». Infilai il dito in un fiore di plastica, su un tavolino di plastica.

Muovesti la tua lingua all’interno della bocca, alla ricerca di una melodia. Non c’era nessuna cazzo di barriera tra il tuo cervello e la tua lingua, giuro. «Dio, quanto amo il motel più economico» cantasti. Chiunque altro avrebbe cantato quel k-k-kountry ferendo i sentimenti ubriachi del povero, compianto Hank Williams, ma tu lo facevi sembrare così patetico e intriso di solitudine. Sottotesto: “Sono nato per aspettarmi di meno”. Miele ammuffito.

E Hank Williams, non più ubriaco, solo morto. O forse ti permettono di restare ubriaco in paradiso, chi lo sa, probabilmente è così. Voglio dire, sarebbe del tutto ragionevole fare di te un angelo ubriaco, purificato però dalle abluzioni celesti. Hank ti guardava dall’alto, da qualche parte nell’etere, con il suo sguardo malizioso più triste. Adesso facevi il crooner: «Come check me out of my loneliest hell (Vieni e fammi uscire dal mio inferno più solitario)».

Dio mio, Vic, smetti di cantare.

E in realtà a me venne da chiedermi – a me, la ragazza che sono, quella che non avrei mai voluto essere – perché fossimo, tutti e quattro, così sistematicamente tristi. Perché? Non c’era nessuno che ridesse più di noi. Eravamo così sim-pa-ti-ci, eravamo trasparenti come un annuncio personale, un personals ad (Billy: «un personal sad»). Ci piacevano la neve, l’acqua salata, i bambini e i vecchi film. Ci piacevano le cose strane, la vaniglia, e giocare a quel nostro gioco così peculiare dalla giusta prospettiva.

Eravamo sani, se non altro, in un modo che non turbava l’equilibrio esistente tra la natura del Buddha e le sparatorie. Basta essere tristi, sono stufa.

«No, dicevo davvero» insistetti. «Niente musica triste, James Victor. Permettimi di essere felice per un attimo».

«Ok, Martha Kristin, vai».

«Vado… dove, verso la felicità?». Lanciai uno sguardo a Billy e a Tina, chinati sul bancone che attendevano le chiavi delle rispettive stanze, e cercai di espellere la tua straziante melodia dalla mia mente.

«Parla chiaro». Era una sfida. «Parlami dell’essere felice e adotterò quella prospettiva, ma devi essere convincente, e soprattutto devi convincere me».

«Impossibile».

«No, non lo è. Lo prometto, ci provo».

Studiai la tua espressione imperscrutabile, la tua postura e la vibrazione che emanavi per capire se mi stessi prendendo per il culo, ma non ci riuscivo.

Oki motel. Quelli economici. «Mi piace il fatto di sentirmi a mio agio qui» iniziai.

«Davvero. Qui. E siamo in mezzo al nulla. Ma per noi è comunque un nulla che conosciamo». Annuisti vivacemente. «Questi motel economici sono sostanzialmente tutti uguali, per cui ci si sente a casa. Più o meno».

Tu, lo sguardo perso nel vuoto: «Siamo fuori posto qui».

«Va bene». Riflettei un attimo. «Ma nessuno si aspetta che le cose stiano diversamente, per cui questo discorso teniamolo fuori».

«Chiaro».

«Sono secchi come il deserto, ma puzzano comunque di muffa. E sono sempre in piedi. Voglio dire, sempre svegli. In continuo movimento, a sfidare le leggi della fisica e della termodinamica».

Continuavi a guardare nel vuoto. «Questa è un po’ una stronzata».

«Sì, volevo solo dire che ti danno quasi l’impressione di essere finito dentro un sogno».

«Ok, questa è la cosa più gay che tu abbia mai detto».

Sospirai. «È il più o meno che conta: sentirsi a casa, più o meno. Perché qualsiasi altro tipo di casa rappresenterebbe una delimitazione, una potenziale alienazione».

Sguardo ancora più perso nel vuoto. «Giusto».

«Mi piacciono… i secchi di ghiaccio» continuai. «Chissà perché dobbiamo sempre riempire i nostri secchi col ghiaccio. A che serve tutto quel ghiaccio?».

Sguardo sempre più perso nel vuoto.

«Però mi piace. Il ghiaccio, sicuro e pulito. La gente va in pensione e si trasferisce in Florida per sfuggire al ghiaccio, mentre i motel lo celebrano».

«I ricchi vanno in Florida».

«D’accordo, ma cambia poco».

«Florida…» cantasti. Era una delle tue canzoni più belle.

Estratto pp. 70-72

© 2019 Jimenez Edizioni Srls