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Patrick Fogli anteprima. Così in terra

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Così in terra di Patrick Fogli, che Mondadori manda ora in libreria, è un romanzo che, unendo in maniera sorprendente diversi linguaggi e registri, non ultimo quello dell’immaginario proprio dei fumetti che si affianca a una apprezzabile mai troppo lodata – capacità descrittiva, racconta una storia di formazione atipica e in rado di cogliere sempre alla sprovvista il lettore.

Un romanzo spiazzante anche perché il protagonista è un bambino di cinque anni in grado di percepire i pensieri degli altri e di causare azioni solo per averle pensate, che non ha un padre e vede morire sua madre. Un bambino che, divenuto grande, userà le sue capacità straordinarie per diventare il più grande illusionista del mondo, senza mai svelare che dietro le sue performance non c’è alcun trucco. Per lui sul palco e sotto i riflettori è il momento della verità, giù dal palco, invece, è il momento di fingere e di nascondere la sua verità.

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«Dai, andiamo» dice la Volpe, e Daniel sa che cosa sta per accadere un secondo prima che accada, il calcio lo colpisce a una coscia e poi a un piede, a una caviglia, a un fianco e lui si volta e si chiude, le gambe a proteggere il corpo, la testa che non ne vuole sapere di incassarsi nel collo mentre Picchio continua a calciare furioso, senza un’idea, solo rabbia che scatena altra rabbia, poi, di colpo, si ferma.

«Adesso ti ammazzo, pesciolino» dice, la voce roca di un predatore.

Cerca di prenderlo per un braccio, Daniel si divincola, il Gatto e la Volpe non sanno cosa fare, Daniel ricade a terra, Picchio lo calcia, questa volta lo colpisce in pieno stomaco, l’aria se ne va di nuovo in un conato, l’altro si avvicina, lo aggancia per un polso, il braccio di Daniel si torce, voglio che ti spacchi il braccio, pensa, che ti si stacchi dalla spalla, che l’osso ti buchi la carne, che tu abbia dolore, così tanto dolore da sapere che sono stato io a farti del male, se il tuo braccio si rompe sono libero, se si rompe, tutto finisce, pensa, e sente qualcosa che gli attraversa i pensieri, un’onda nera, enorme, rapida, vorace, e sente uno scrocchio, il rumore dei suoi piedi nel bosco, il rumore del legno che cede, e solo quando arriva l’urlo e si libera si accorge che non sta respirando da troppo tempo, prende fiato e guarda.

Vede Picchio, con le lacrime agli occhi, crollare in ginocchio, il Gatto e la Volpe lo tirano su di peso, Picchio urla, la porta del bagno si apre, la porta del bagno si chiude, qualcuno chiama aiuto, qualcuno corre, lui resta solo a fissare il suo braccio, tocca la carne, le ossa, la pelle arrossata, è tutto intero, l’onda nera scompare, il respiro rallenta.

Una goccia d’acqua cade dal lavandino e si schianta per terra.

«Mi ha spaccato un braccio, quello stronzo» dice Picchio e suor Vittoria lo colpisce su una gamba con un bacchetto di legno, in condizioni normali il bersaglio sarebbero state le dita, ma queste non sono condizioni normali e richiedono piccoli correttivi.

«Modera il linguaggio.»

Picchio sta per dire qualcosa, tace, mostra il gesso che gli immobilizza l’articolazione, trattiene un gemito e una frase ancora peggiore.

Suor Vittoria scambia un’occhiata con suor Anna, da quando lo hanno soccorso racconta la stessa storia, Daniel mi ha rotto un braccio, ha cominciato in corridoio, mentre aspettavano l’ambulanza e gridava e piangeva, ha continuato in pronto soccorso, nel viaggio di ritorno e anche adesso, nel salottino della madre superiora, l’aria dolente e umiliata.

«È stato lui» continua a ripetere, e non è in grado di spiegare come abbia potuto un bimbetto di sette anni, con la metà dei suoi chili e un millesimo della sua cattiveria, spezzargli l’omero e disarticolargli la spalla.

«Era per terra» ha raccontato il Gatto.

«Era uno scherzo» ha detto la Volpe, prima di descrivere a testa bassa ogni dettaglio.

«Ci stavamo solo divertendo un po’. Mica lo volevo ammazzare» ha detto Picchio, e suor Vittoria ha tirato una scudisciata sul divano, perché proprio non ce la faceva più ad ascoltare tutta quella stupidità, indifferenza, banale cattiveria.

«Non ti ha fatto niente» gli dice adesso, non è una domanda e nemmeno il tentativo di sbloccare uno stallo che dura da troppo tempo, è un punto finale, una sentenza, l’esasperazione.

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