Quando l’arte italiana dormiva su guanciali di eternità

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Grazie ad Alessandro Manzoni (1785 – 1873) per l’unità linguistica italiana.

 

Ci furono sette amanti che vissero accanto a un tempo comune e alla stessa donna. Ognuno di essi descrisse l’amata a modo suo, senza mai nominarla o credere di dominarla.

Scrissero della sua bellezza o del suo spirito, spesso in lettere reciproche, altre volte in segreto: intimi appunti che ci raccontano qualcosa di lei e di loro.

“Aveva due gambe poetiche, in rima baciata l’una con l’altra, e un fondo schiena che metteva d’accordo filosofi e stolti. Il seno, come una scogliera, pareva poter contenere le onde più tumultuose del desiderio, gli occhi suggerivano eccitazione e malizia, mentre la bocca prometteva sculture marmoree che nessun museo avrebbe mai potuto confondere con estasi”.  Ugo Foscolo (1778 – 1827)

“Dapprima stette lungamente in silenzio. Non pretendeva di essere nulla oltre che bella, brandendo la sua bellezza come unica arma. Avrei pensato che fosse un angelo: costoso nelle sue pretese, ma seducente nel donarsi. In seguito, ne ebbi paura e lei di me. Come si teme un’offesa o ci si fa vanto di essa, lei era me e io ero lei, senza bisogno alcuno di penetrazioni amorose: io la vantavo e lei mi compiaceva. Il mondo ci odiò per questo privilegio”. Nicolò Paganini (1782 – 1840)

“Mi ha sempre deriso e sfruttato, almeno sino a quando ha potuto. Non le ho mai permesso, tuttavia, di essere altro per me se non un attraente passatempo, uno sfoggio utile al plauso e al consenso di molti. Mi ha reso a tratti famoso e benestante, ma anche cinico e disincantato. Di lei ricordo il piacere e l’odore: così violentemente terreni e divini, eppure di molti, non solo miei”. Gioacchino Rossini (1792 – 1868)

“Certo non fui io il suo amante preferito. Mi tolse illusioni e speranze, mischiandole in un mazzo di carte troppo vasto per ritrovarle. La mano che mi servì fu tuttavia eccitante: mi diede forse la possibilità di vincere, mi diede forse quella di perdere? Non ebbi mai il convincimento di piacerle, non potendo piacere nemmeno a me stesso. Ma lei fu mia: con l’entusiasmo di una sciagura e la malinconia di una vita rassegnata. Mi fece esistere”. Giacomo Leopardi (1798 – 1837)

“Non fu soltanto la più bella delle mie amanti, fu anche la più violenta e sadica. Mi seguì nella sventura solo per togliermi energie e tempo: cercando di compiacere le mie voglie di vita con la sua concretezza fatta di carne e godimento. La amai come si può amare un lauto pasto: cibo che sazia, cibo che strazia. Delle piacevoli follie d’amore, posso dirvi però, sovente si muore: ridicolmente pazzi e mai annoiati di esserlo”. Gaetano Donizetti (1797 – 1848)

“Quando la vidi senza veli mi parve che i suoi seni fossero belli e materni: pronti a essere baciati, se solo ne fossi stato degno. Quel cielo terso nascose a lungo le sue nubi, illudendomi di essere cavaliere di passione e dramma e non amante di una notte breve: senza promesse reciproche. Resto ancora in ginocchio davanti a lei, contemplando quel ricordo di noi come se io non fossi lì e non fossi neppur sicuro di esserci mai stato”. Vincenzo Bellini (1801 – 1835)

“La vidi accompagnarsi con molti prima di me! Le sembrai diverso solo perché ero emarginato dai suoi salotti sociali. Le donai le note del cuore e lei le confuse con la rivoluzione. Poi ci pensai e capii solo dopo che lei parlava di lontane passioni, amandomi ora. Mi ispirò con il suo corpo già posseduto e condiviso da altri. L’ambizione di poter essere l’ultimo, se non più il primo, trasformò infine le rughe del suo tempo passato nel mio futuro e in quello della mia terra”. Giuseppe Verdi (1813 – 1901)

Non voglio sostenere la tesi per cui vantarsi di essere italiano sia come fingersi “capace” soltanto per essere stato votato da qualcuno incapace come noi.

Tuttavia, temo che abbiamo perso ben più di una primavera, forse un secolo: siamo rimasti chiusi nella certezza di una casa costruita con malta di “autentica creatività” che non è l’Italia di oggi: perché l’arte, ai giorni nostri, appartiene a pochissimi e, di norma, non viene compresa (e nemmeno accolta) dalla massa.

A ognuno il suo teatro, con la dovuta retorica, fosse anche un balcone! Ma se siamo: buffi, simpatici, commoventi, intellettuali, comici o patetici, non per questo saremo anche patriottici.

Trattiamo la nostra patria come una puttana da sfruttare, e ci riserviamo pure il privilegio di considerarci gentiluomini.

Se cessassimo nella più cieca arroganza di ritenerci i migliori degli amanti possibili, vedremmo con certezza di essere traditi costantemente.

Siamo italiani, nati in Italia, sì… ma, per esserlo con orgoglio, a volte, bisogna rischiare di apparire anarchici stranieri: infilarsi sotto le lenzuola della donna più bella fingendosi un forestiero e amarla con sincerità senza mai rinfacciarle il nostro mal di vivere.

Ci furono sette amanti che vissero accanto a un tempo comune e alla stessa donna. Ognuno di essi descrisse l’amata a modo suo, senza mai nominarla o credere di dominarla…

P.S. Per scrivere le citazioni ho usato un prestito di sensibilità: le parole degli artisti sono una mia invenzione filologica, ma il sentimento e la passione di quelle frasi appartengono a loro.

Angelo Orazio Pregoni