Quei giardini abbandonati

Home / Rubriche / Le mie nazioni / Quei giardini abbandonati

D’estate, i temporali arrivano all’improvviso. Quando si fa sera, e la calura del giorno si addensa in nuvole nere, qualcosa emerge dall’oscurità e si sprigiona in tutta la sua meraviglia. Tutto questo acquista una potenza sovrumana. Qualcosa trapassa la materia.

In certi tardi pomeriggi io e Andrea sedevamo spesso in una villa abbandonata.

Tra quelle rovine, memori di antiche aristocrazie, parlavamo dei libri che avevamo letto da giovani.

«Ti ricordi quando mi dicesti che ogni tramonto è una Nazione che cade?».

«Ti dicevo anche che tra cento anni penseranno a noi come si pensa al primo amore».

«Vorrei non essere nato in questo tempo».

Di fronte a quei palazzi, nei cui giardini crescono le rose selvatiche, e sulle fontane vuote l’edera ricopre le pietre, io guardavo Andrea, cercando di comprendere ogni suo turbamento. Fuori da lì il mondo era completamente trasfigurato. L’idea di Bellezza che si imprime in ogni essere umano a partire dall’infanzia, contemplava solo in parte la Storia in cui eravamo stati gettati, come si getta un sasso nell’oceano.

«Ricordi quando leggevamo assieme l’Iperione di Holderlin?».

«Lo ricordo bene. La ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature… ma a noi piaceva di più immaginare la sua vita… mi raccontavi di quando studiava in un collegio di Tubinga e divideva la stanza con Hegel e Schelling».

«Si, ti dicevo che Hegel scappava e veniva rincorso dai preti che lo chiudevano in uno sgabuzzino e lo prendevano a bastonate».

«Proprio così, chissà se è vero».

«Non ne ho idea Andrea, ma che importa».

«Mi dicesti di aver letto queste cose in un libro del filosofo francese Jean Hyppolite, che assieme Jaques Lacan, Raymond Aron, George Bataille, André Breton e altri, assistette alle leggendarie lezioni su Hegel che Alexandre Kojève tenne a Parigi negli anni ’30».

«Che memoria!».

«Dicevi anche che Alexandre Kojève era il padre nobile dell’Europa, oltre che ad essere il nipote di Kandinskij, il pittore russo che ha scritto quel libretto che a te piaceva tanto, mi pare si chiamasse Lo spirituale nell’arte».

«Lo portavo sempre con me, come un amuleto».

Andrea mi fissava, aspettando che io continuassi a parlargli di quegli eventi apparentemente così lontani, e sebbene io ne conoscessi solo una piccolissima parte attraverso le poche cose che avevo tentato di leggere, non esitai a proseguire.

«Le lezioni che Kojève tenne sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel all’Ecole Pratique des Hautes Etudes, furono trascritte meticolosamente da Raymond Queneau in un librone di settecento pagine. Ogni volta che lo aprivo non riuscivo che a leggerne solo alcune, e ciò che provavo non aveva nulla a che fare con la ragione, sebbene mi sforzassi di comprendere, sebbene si trattasse di filosofia. Ero scosso da emozioni violente. Qualcosa si risvegliava in me, il ricordo di un evento già vissuto, un evento da cui non c’è modo di uscire. Mi perdevo, e, perdendomi, perdevo ogni contatto con la realtà, per trovarne un’altra, altrettanto vera, altrettanto assoluta».

«Sembri un folle amico mio».

«Quando iniziai la lettura della Fenomenologia, riuscii a leggere solo l’introduzione e la prefazione dell’autore. Mi sconvolsero a tal punto che non riuscii a continuare. Non riuscii più ad affrontare tutto il resto, gli esami, l’università, i miei compagni di corso».

«Non credo di riuscire a comprenderti».

«C’era questo uomo morto da duecento anni che in un’opera fatta solamente di carta e di inchiostro tentò di spiegare l’intero divenire storico dell’essere umano. In fondo, sono solo suoni».

«Te ne ricordi alcuni?».

«In rappresentazioni fantasmagoriche fa notte tutt’intorno: qui, sorge allora improvvisamente una testa insanguinata, là un’altra apparizione bianca; e scompaiono altrettanto improvvisamente. Questa notte si scorge quando si fissa negli occhi un uomo: si tuffa allora il proprio sguardo in una notte che diventa terribile; è la notte del mondo quel che allora a noi si presenta. Solo questo».

Non credo che Andrea mi stesse ascoltando. Fissava qualcosa all’orizzonte. Da qualche parte, al di là delle siepi…

«La democrazia degenera nel totalitarismo. Il totalitarismo perfetto è la democrazia perfetta, nel regno del virtuale assoluto», disse.

Io lo guardai con tenerezza. Entrambi probabilmente non avevamo la più pallida idea di quello che stavamo dicendo.

Ma continuavamo a parlare, come fosse l’unica cosa che avesse senso fare.

Fabio Pante