Retrospettiva Genova. Oliviero Malaspina intervista Alberto “Napo” Napolitano

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CiaoNapo, mi racconti i tuoi inizi?

Sono chiavarese, a soli trenta chilometri da Genova. La Superba l’ho frequentata molto negli anni Novanta. Ricordo che c’erano dei locali bellissimi dove potevi suonare qualsiasi cosa, basta non fossero cover… Direi l’esatto opposto di oggi.

Ho visto il cambiamento prima, durante e dopo il G8. Diciamo che dopo quella cosa lì, Genova non è più stata la stessa. Ricordo che prima dell’eventaccio giravano ronde nei vicoli a far “pulizia”. Una notte ero lì da solo, sarà stata quasi l’alba, uscivo devastato da un locale dove avevo suonato, avevo con me un amplificatore Marshall che sarà pesato cinquanta chili, chitarra, cianfrusaglie varie e quelli mi han gridato qualcosa. Io non ho capito e non ricordo cosa gli ho urlato contro, ricordo solo che c’è stata la mia fuga scomposta verso la macchina e polmoni e pezzi che volavano da tutte le parti.

Poi basta, ho smesso col rock punk, forse non avevo più l’età e poi, diciamolo, rock ci nasci e io non so se lo sono mai stato per davvero. Sta di fatto che a quasi trent’anni non ce la facevo più a dir belinate in inglese.

Soprattutto era morto Faber, il mio migliore amico immaginario sin dalla primissima infanzia, quello che mi diceva le cose proibite e mi apriva gli occhi al mondo.

Diciamo pure che i messaggi che contenevano le sue canzoni sono diventati la mia bibbia e da lì in poi, era il 1999, come un discepolo ho portato in giro quelle canzoni.

Ho creato quindi Le buonenuove, uno dei primissimi se non il primo gruppo in assoluto che tributava De André, poi gli Endegu, poi gli Attenti al gorilla, poi ancora ho cantato coi Faber per sempre e con tanti altri gruppi a cui serviva più o meno sporadicamente un cantante. Poi basta, al centesimo litigio, al milionesimo biglietto da visita cacciato via e alla miliardesima locandina, ho deciso di stampare solo il mio nome e addio sogni di band.

Sì, perché si litiga tanto nei gruppi, perché ci si ama e si ama quel che si fa, quindi si è esposti alle emozioni più viscerali, di conseguenza il litigio non è mai una scaramuccia. Lì per lì è una vera e propria promessa di morte. Poi passa eh… Ma ci vuol troppo tempo.

C’è un momento preciso di svolta?

Il 2006 è stato l’anno della svolta. Se ben ricordi venni a casa tua con Armando Corsi. Tu mi trattasti benissimo se pur fossi un pivello. Ricordo le tue sigarette di farmacia alle erbe strane, tua madre dolcissima che ci preparò il tè e le tue canzoni stupende. Mi regalasti due tue dischi e io li sbranai giorno dopo giorno come un criceto che c’ha da finirsi un elefante. Rimasi folgorato da La stanza dei pesci e, come ben sai, volli cantarla in uno dei miei dischi. Pensavo che con la Chanson des vieux amants si fosse detto tutto e invece… Tutto doveva ancora cominciare.

Dicevo “la svolta” perché venni chiamato dal Maestro Armando Corsi a cantare con nientepopodimeno che Mario Arcari, Marco Fadda e Dado Sezzi. Cantavo già coi Faber per sempre e avevo anche una mia situazione intima in cui si facevano i cantautori della scuola genovese in chiave jazz. Suonai tantissimo quell’anno e cominciai il mio primo disco. Troppa carne al fuoco, io avevo una mia ditta di antincendio da gestire e non ce la facevo più, dovevo per forza di cose fare una scelta o ci lasciavo la resca. Non fu difficile, dopo due mesi avevo venduto tutto e m’ero già trasferito qui a Santa Maria di Maissana, un micropaesino di meno di trenta anime dove ho trovato la mia dimensione tra boschi, campi e studio di registrazione. Nessun rimorso, la ditta mi dava serenità economica, la musica tutto il resto. Mio padre, pace all’anima sua, perse dieci anni di vita alla notizia. Lui, grande manager, presidente di qualsiasi cosa, voleva un figlio che seguisse le sue orme e s’è ritrovato un cantante che gira di notte con la chitarra e frequenta le peggiori compagnie. È stato grande in tutto, anche nel perdonarmi e accettarmi per quello che ero.

È stato un gran bel periodo quello tra il 2006 e il 2010, è successo un po’ di tutto. Ogni giorno ero in un posto nuovo, ho conosciuto migliaia di persone un po’ ovunque. Aerei, pulmini, macchine, treni, la biancheria pulita nella custodia della chitarra e quella usata… grande mistero. Conobbi Enrico Ruggeri ad Arenzano, fui ospite a un suo concerto e l’inverno dopo ero su nel suo studio a cantar con lui Teneri amori, brano che poi finì nell’album All in.

Continua, è davvero tutto molto interessante.

Poi mi sono un po’ calmato. Iniziavo anche a patire tutto quel tran tran e la crisi ha fatto il resto. I concerti sono calati di numero, ma aumentati di qualità; poche cose ma belle, insomma. Ho iniziato a rifiutare le cosiddette “marchette”. Tanti riescono a passare da un Carlo Felice al bar sotto casa, io no ed è un mio limite beninteso: bisognerebbe riuscire a dare il meglio in qualsiasi situazione!

Dopo andai a sentire Nicola Rollando, un cantautore di Sestri Levante, e rimasi folgorato dalle sue canzoni. Erano melodiche, semplici e dirette, ma si sentiva che c’era dello spessore dietro; raccontavano scene normali con parole normali, ma lasciavano una sensazione come se… ti avessero inserito un messaggio nel cervello e non hai capito quale. Sai solo che c’è e che uscirà a tempo debito. Un po’ come faceva Faber, alle volte. Erano anni che non sentivo niente del genere, nacque così una bella collaborazione in cui io dapprima produssi il suo disco Il destino del portiere, successivamente ci mettemmo sul nostro Appunti di viaggio.

Il disco è del 2019, ma per una serie di motivi non è ancora stato presentato ufficialmente, se non qualcosa su Facebook e qualche concerto non dedicato.

Intanto non avevamo ancora pronto lo spettacolo vero e proprio, e poi ’sto maledetto Covid ha messo la ciliegina sulla torta.

Ora lo spettacolo c’è, si chiama Viaggio nei tarocchi di Faber e contiene tutte le canzoni del mio album più altrettante di De André. Siamo ripartiti da lì, da quella scenografia dell’ultimo tour di Faber.

Sì, non solo mi manca il non cantare dal vivo… Proprio mi soffoca. Mi sta succedendo qualcosa di strano a starmene troppo chiuso quassù, ho quasi paura di non riuscire più ad aprir bocca davanti a un pubblico… Ma confido nella mia proverbiale faccia da culo, quella mi salva sempre!

Grazie Alberto “Napo” Napolitano, ti aspettiamo.

[Care amiche cari amici, con questa intervista si chiude la prima parte di Retrospettiva Genova, al fine di dare spazio a libri appena usciti.

Riprenderemo Retrospettiva Genova più avanti con interviste a Luca Salvo, uno dei maggiori operatori culturali non solo nel campo della musica ma a tutto tondo, a Boggero, a Priolo, Celestini, Macario e altri.

Buon 2021 a tutte e a tutti.]

Intervista a cura di Oliviero Malaspina