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Riccardo Ferrazzi anteprima. Modus in rebus

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Modus in rebus” di Riccardo Ferrazzi (Morellini Editore, 2023 pp. 304 € 19.00) esce nelle librerie il 27 ottobre. “Tutti i maschi hanno una grande, ingenua voglia di dominare la paura, uccidere la morte e vivere per sempre. Ma lo capiscono soltanto quando si perdono nei miei occhi”. La seducente intestazione esprime il prolungato, intrigante strumento interpretativo di una languida, sfuggente evocazione sentimentale. Riccardo Ferrazzi espande la sua elegante storia di mistero a Salamanca con l’assassinio di un prete. Il protagonista Vittorio Fabbri si trova improvvisamente a destreggiarsi intorno allo smarrimento emotivo delle sue relazioni, all’equivoco e sospetto territorio delle occasioni e al distacco amoroso nei confronti della ragazza Maite. Vent’anni dopo ricompare ancora a Salamanca, per reperire, senza speranza, indizi e tracce di Maite, l’emblema della sua conturbante e confusa ostinazione, ma una volta tornato a Milano, oltre la delusione per non aver trovato la sua amata, viene coinvolto nella infida congettura di altre due morti e in un segreto letterario. Si innamora di una donna che stranamente e incredibilmente assomiglia a Maite, ma che è foriera di sciagure e suscita provocatoriamente tormenti e perplessità, irrompe il confine di una riflessione sul tempo presente e sulla impronta silenziosa del passato. Il suggerimento fortuito di elementi espressivi imprevedibili scompagina la frattura dell’anima irrequieta e protrae la permanenza delle incertezze. L’autore sceglie la città di Salamanca per raffigurare il percorso umano dell’inquietudine e la nostalgia ridondante, per spiegare l’essenza teatrale di ogni inclinazione al tradimento dell’oscurità e al riflesso introspettivo della luce, produce un allestimento narrativo sarcastico e comprensivo. Trascina nel flusso ininterrotto di pensieri il turbamento del labirinto dell’irragionevole, nello scenario di un conflitto interiore, insegue l’equilibrio di ogni corrispondenza sottolineando, nella mirabile efficacia dello stile, la superba incisione del dominio dell’inafferrabile, nella terra delle contraddizioni incomprensibili e sconvenienti. Il cammino letterario di Riccardo Ferrazzi traccia un rendiconto suggestivo dei criteri esistenziali, incrocia una testimonianza complicata, tortuosa nei passaggi cruciali delle improvvise e inaspettate rivelazioni, avvince tenacemente la qualità irremovibile delle pagine travolgenti lungo l’argine accattivante di uno sguardo disincantato e sagace che sa oltrepassare l’ambiguità della malinconia e l’indole ammaliante della vicenda. L’originale scrittura di Riccardo Ferrazzi dilata le carismatiche descrizioni dei luoghi e dei personaggi, alimenta la caducità delle maschere umane contro gli inganni della vita, da forma e contenuto all’affascinante narrazione con la finalità persuasiva di raggiungere l’empatia dei lettori. “Modus in rebus” definisce l’ascendente della locuzione latina per aggirare l’eccesso dell’enigma, insegue l’insegnamento della moderazione, indica la disposizione della giusta misura delle cose, annuncia il riflesso di un disorientamento temporale tra il grottesco degli avvenimenti e l’indissolubile legame di un’intesa complice di un mondo, descritto con ironia e indulgenza, trasmette la condanna del rimorso. L’esperta e colta padronanza linguistica di Riccardo Ferrazzi sottolinea la qualità compositiva accattivante delle pagine, abilmente consegnate nella loro raffinata sensazione di smarrimento, per svanire saggiamente dentro la magia di un libro.

Rita Bompadre

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Appoggiato al parapetto, guardo il mare senza vederlo.

Ho ripensato all’uomo che voleva insabbiare un omicidio. Gli avevo chiesto: «Dove va a finire la giustizia?». Mi ha risposto: «Dove finisce tutto: nella morte». Si chiamava Lopez Gil ed era un pezzo grosso. Ma credeva davvero a ciò che diceva? In quel momento il suo problema era chiudere l’inchiesta e far tacere le chiacchiere.

Non è vero che tutto finisce nella morte. Si sopravvive sempre, nella memoria di chi pensa a te come all’incarnazione di una virtù o di un vizio. Ho rivisto Miguel Angel, con il viso sporco di sabbia, il vestito inzuppato di sangue e gli occhi sbarrati che guardavano oltre l’orizzonte. Ho sentito un principio di nausea, un malessere al quale ho cercato di resistere nella speranza che se ne andasse da sé. Ma non se ne è andato. Ha continuato a crescere, lentamente, subdolamente, fino a darmi le vertigini. Quando mi sono scostato dal parapetto ho capito che era troppo tardi. In qualche modo sono arrivato fino alla panchina e mi ci sono lasciato cadere. Devo aver perso i sensi. Non sono riuscito nemmeno a pensare: sto morendo.

Quante cose si rimandano a “prima di morire”! Come se un attimo di lucido pentimento (che a quel punto costerebbe ben poco) potesse ottenere l’amnistia per tutto il male che si commette in una vita intera. E non parlo delle libertà sessuali o di quelle che ci si prende in affari, ma delle chiusure mentali, delle ipocrisie, della mancanza di amore.

Che senso ha cercare attenuanti? Ho scoperto tanto tempo fa che una legge più forte delle altre ci impone di trasgredire ogni legge e ci condanna a vivere nel rimorso.

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