Rumore

Raccogliamo i risultati del nuovo corso “Scritture Urbane”, proponendo il racconto di Emma Saponaro, che nasce dal laboratorio dedicato alla scrittura “surreale”. Buona lettura.

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Rumore

Dieci gocce un’ora prima di andare a letto.

Tutto qui.

La visita era stata troppo breve e il dottore troppo sbrigativo perché capisse. Capisse veramente.

Come se potessero bastare dieci gocce di un blando sonnifero a rendere fluide le mie notti. Neanche un bidone di quella roba mi avrebbe concesso il canale dei sogni: addormentarmi e riaprire gli occhi con il sole. Vivere.

Lo avevo fatto solo per mio marito, Giangregoriovittorio. La sua premura irrita come la bellezza ingannatrice di una medusa, e al quinto invito insistente avevo demolito ogni argine di resistenza.

Dieci gocce è la soluzione. Non è la soluzione in gocce a guarire. Glielo avevo detto a Giangregoriovittorio, ma lui mi guardava con occhi sabbiosi che insabbiavano ogni mia obiezione.

Sposati da più di venti anni, Giangregoriovittorio ed io vivevamo in simbiosi amniotica, e ci sguazzavamo. Non c’era bisogno di parlare: conoscevamo l’uno dell’altra ogni grinza della nostra esistenza, ogni crespa delle nostre emozioni, ogni moto viscerale delle nostre anime stropicciate. Confidavo in lui, mi fidavo, tuttavia non si immerse nel cristallo del mio torrente per provare a sentire quel che sentivo io, là sotto. Non riusciva a spiegarmi quello che di me io stessa non comprendevo, ma sapevo.

Allora, cominciai.

Cominciai a esternare, e l’esterno mi tornò addosso come un boomerang di osso. Lo assodai.

«Non riesco più a pronunciare il tuo nome. È duro, stride nella mia testa. Ghghgh Tttt! Da oggi ti chiamerò Orio. Senti? Scivola via dolce come un dolce vischioso e fluente. Perfino il miele sarebbe troppo denso».

Orio non batté ciglio né si accigliò. Lo conosco bene e so per certo che stava impegnandosi per trovare la soluzione. Non gocce di soluzione.

Quel giorno in cui svuotai il sacco mi sentii un sacco svuotato: un corpo senza scheletro. Rimasi a letto tutto il giorno bevendo latte fino a sera, quando Orio rincasò con la soluzione: un disco, il buon vecchio vinile. L’assenza di etichetta rivelò il suo pregio. Curiosa, corsi a rispolverare l’impianto Hi-Fi con l’arte accurata riservata alle celebrazioni più importanti. Mi assicurai la pulizia della puntina, adagiai l’ellepì e, su invito di Orio, mi sdraiai sulla chaise longue, in attesa.

Il disco iniziò a girare. Il braccetto, prima in alto in movimento, si abbassò fin quando la puntina toccò il vinile. Eccitante!

Tre Due Uno…

Che bomba!

Ogni rumore si smorzò mano a mano che lo stereo diffondeva immobilità acustica. L’onda del suono muto si infranse sul nascere. Interruzione di frequenza. Frequenza zero hertz. Onda piatta. Silenzio. Tutto ovattato. Di più. Ammutolito. Il disco di suono muto spazzava ogni residuo di vibrazione. Non un fruscio, non un brusio, non un sospiro. Silenzio.

Funzionava.

Funzionava tutto.

Silenzio nel salotto. Ogni cosa era zittita. Ogni oggetto taceva. Anche il campanile echeggiava potenti rintocchi taciturni.

Orio mi scrutava con un sorriso ammiccante, aspettando un piccolo segnale.

«Grazie, Orio, ne avevo un gran bisogno», dissi muta. Lui comprese e mi lasciò sola con la mia quiete.

Un orgasmo mentale fluì intimo, affogando l’ascolto nel volume al massimo di quegli altoparlanti già di duecento watt.

I pensieri ripresero il loro corso: come al Corso, illuminati dalla fila di lampioni spenti. Le distorsioni là fuori si allontanavano smorzate dalla sordina del mio disco, e al suo improvviso mutar del suono aumentò il timbro che l’appuntato aveva apposto alle denunce.

Vennero a bussare i vicini di casa viola dalla rabbia, avendo io violato l’articolo seicentocinquantanove del codice penale: disturbo della quiete pubblica.

Rimasi turbata: ero io la disturbata!

Si lamentavano tutti della stessa cosa: dall’assordante silenzio emergono scomodi pensieri, ingombranti riflessioni e una insostenibile coscienza.

Coscienza.

In un baleno, mi balenò l’idea non banale di acquistare su Amazzone una serie di ripetitori autoriproducenti. Appena disseminati per il quartiere, quelli si riprodussero come Blob, il fluido mortale che, se non fosse per Steve McQueen, la gelatina verde avrebbe inglobato l’universo intero. Così, in poco tempo, i ripetitori di silenzio avvolsero la città, il Paese e poi la terra tutta e tutti giù per terra.

Dopo i vicini vennero a bussare i condòmini in processione per processare il silenzio generatore di coscienza: chi sentiva male fisico, chi non riusciva più a peccare.

Bussarono poliziotti e carabinieri: non avevano più nulla da fare se non difendere le aiuole dalle pisciatine dei cani.

Bussarono gli avvocati: chiedevano il reddito di cittadinanza per andare avanti.

Bussarono i politici: chiedevano un aumento salariale e invocavano una riduzione dell’orario di lavoro. Non erano abituati a tutto quel tempo passato in Parlamento. Fu in questa occasione che nacquero: matrimoni intraparlamentari, i comizi per non farsi eleggere e le leggi eque e ad populo.

Bussarono i preti: innamorati, con i/le loro bell*, sfilavano alla luce della notte tutto il giorno. Avevano, tuttavia, perso la favella e non avendo di che predicare trascorsero il tempo in fila all’agenzia delle entrate insieme ai disonesti e ai truffatori.

I disoccupati vennero occupati. Assunti come Persuasori, sostenevano i più fragili e impedivano a coloro che non sopportavano il peso della coscienza di fare una brutta fine.

Brusio. Ronzio. Frastuono.

Lo sconquassamento sconsiderato scandito da scosse scottanti.

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Pietà.

Mi chiamo Amaldrude ma, vi prego, chiamatemi Ama.

Emma Saponaro