Sadeq Hedayat. La civetta cieca

Home / Recensioni / Sadeq Hedayat. La civetta cieca

Sadeq Hedayat nasce a Teheran nel 1903 e muore a Parigi nel 1951, eppure il suo romanzo La civetta cieca non ha età, è attuale e antico, frutto della sua personale ossessione, di molta cultura cosmopolita e di una grande conoscenza della cultura del suo paese.

Sadeq è instancabile nella ricerca del linguaggio, del dialetto, delle leggende e delle superstizioni che troveremo descritte in qualche riga remota dei suoi romanzi, nelle espressioni più semplici, dirette, non sofisticate. Fa riemergere questa cultura autentica dal passato, nelle composizioni poetiche, nelle usanze antiche che si tramandano tra gli strati più umili della popolazione dove ha scelto di vivere, dove lavora in situazioni precarie, pur essendo un aristocratico, pur potendo ambire a incarichi importanti. Si rifugia tra i nullatenenti, tra gli ultimi della terra accettando incarichi umilissimi, pur di comprendere e raccontare quel mondo segreto ancora ancorato alle origini ancestrali della società persiana. Ne ricava un linguaggio diverso da cui prenderà avvio la nuova letteratura del suo paese, ricerca dialetti e idiomi quasi estinti, li vivifica, li adatta alle circostanze dei suoi romanzi, si libera attraverso l’antico folclore dalla tirannia della religione, espressa da un clero corrotto e mercificato, crudele nell’esecuzione delle leggi del Corano.

Nel 1936 Sadeq si reca in India, rimane profondamente influenzato dalla filosofia buddista in qualche modo già presente in lui, in quel suo bisogno di guardarsi dentro, di assecondare alla dottrina i propri comportamenti naturali: è vegetariano, detesta la crudeltà verso gli animali. Descrive più volte nel suo romanzo il macellaio come simbolo di un cinismo che avvelena l’aria di fronte alla finestra dove un vecchio, sul carretto trascinato da cavalli esausti (le gambe scheletrite pari agli arti mutilati dei ladri), deposita le carcasse di pecore sgozzate, accuratamente scelte dal macellaio, palpate dalle sue luride mani quasi sensuali nel gesto, come se accarezzassero le gambe della sua donna. Le finestre di quell’abitazione, dove il protagonista vive in isolamento volontario sono due, una si apre al paese, alla strada dove sosta il vecchio col turbante che ha steso le poche mercanzie dinanzi a sé, l’altra sul macello.

La simbologia è totale, come simbolico ogni momento della narrazione che non conosce spazi temporali né successioni, dove tutto accade, è già accaduto o non ancora, per riaccadere un istante dopo. È un incubo, un sogno prodotto dall’oppio, una malattia dell’anima che sovrasta ogni pensiero e ogni momento. Una finestra inesistente che però si apre per dar luogo a una visione che resterà per sempre impressa negli occhi del protagonista, tant’è che la descriverà, la dipingerà, la ripeterà all’infinito sui portapenne che dipinge. Sarà un vecchio seduto sulla sponda del ruscello che imprigiona le mani della fanciulla. Questa fanciulla gli è apparsa per un attimo, non la potrà mai dimenticare, i suoi occhi gli appariranno nei sogni e nelle visioni. Ma quando, dopo averla cercata invano nella finestra che non è mai esistita (eppure nulla è mai stato più reale), la fanciulla arriva alla sua porta, la varca, si butta esausta sul suo giaciglio, nel tentativo di rianimarla le versa tra le labbra poche gocce di un vino che possiede da sempre. Nella successione degli incubi misti ai ricordi e ai vaneggiamenti il vino si saprà essere avvelenato, un dono all’esistenza del protagonista, così disperata da avere almeno la speranza di poterla interrompere in qualsiasi momento. Ma non c’è successione di tempo e di spazio: la fanciulla muore. Un vaso ritrovato nella terra dove sarà inumata riporterà le sue fattezze che finalmente il pittore di portapenne è riuscito a fissare sulla pergamena mentre il corpo già si disfa, i vermi lo percorrono, la putrefazione annuncia la fine della bellezza.

L’incubo continua in una stanza dove il protagonista giace in stato comatoso, non ha un nome, a volte è giovane, a volte vecchio, laido col labbro leporino. A volte è simile al vecchio col turbante che stende le poche mercanzie sulla strada, di fronte alla sua finestra. Quel vecchio gli regalerà un vaso vetrificato, con il ritratto di un volto femminile. Ha già visto quel volto? L’oppio ha annullato tempo e spazio.

Due gemelli persiani andranno in India per vendere le mercanzie, sono suo padre e suo zio, talmente simili da non essere distinguibili. Neppure la danzatrice sacra amata dal padre saprà mai se si è data all’uno o all’altro, saranno sottoposti alla prova del serpente Naga. Uno solo sopravvivrà, ma invecchiato e folle per l’orrore, per aver ascoltato il sibilo del Naga, e non vorrà tenere con sé il bimbo nato da quell’ambiguo amplesso. Il bambino affidato alla Tata, è lo stesso che muore nel giaciglio di quella casa con due finestre, muore nel fumo dell’oppio che gli porta una parvenza di pace mentre aspetta la donna che ha sposato e che non gli si darà mai.

Tutto si sovrappone, forse è reale, forse è la sua immaginazione. Forse un giorno sta meglio, si alza, giunge a un ruscello dove siede un vecchio, forse non si è mai mosso dal giaciglio, mentre la Tata gli porta latte d’asina prescritto da un cerusico che è venuto a visitarlo. È devastato dal desiderio per la sua donna, era giovane, poi gli appare adulta, invecchiata nei suoi impeti che la fanno accoppiare agli essere più laidi e la rifiuta, per poi tornare a desiderarla.

Forse Moravia aveva presente questa creatura quando fa accoppiare la sua protagonista al barbiere unto e laido in quella danza quasi erotica sotto la luna, mentre il marito non riesce a staccarsi dall’orrore di quell’immagine?

La sequenza tra passione e morte, tra oppio e malattia porta all’inevitabile massacro, è il coltello del macellaio che lui usa per uccidere la donna che finalmente si è distesa nel letto sopra di lui, è il suo sangue che lo ricopre mentre guarda dalla finestra, e le mosche dei cadaveri gli ronzano intorno.

Un lungo incubo interrotto da momenti di intensa poesia, da prese di coscienza tra i fumi della droga, da voglia di annientamento per rinascere, come un’araba fenice, dalla successione infinita del delirio, dal male di vivere. Un romanzo diverso, che non si riesce ad abbandonare fino all’ultima riga, per poi volerlo leggere e rileggere perché in quel significati nascosti ognuno ritrova la parte oscura di sé, e vuole finalmente decifrarla.

Carla Tolomeo Vigorelli

 

Recensione al libro La civetta cieca di Sadeq Hedayat, Carbonio Editore, traduzione di Anna Vanzan, 2020, pagg. 135, euro 14,50.