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Simone Salomoni anteprima. Operaprima

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Esce il 26 settembre per Alter Ego edizioni il romanzo d’esordio di Simone Salomoni, significativamente intitolato operaprima. L’azione si svolge a Monghidoro, sull’appennino bolognese. Ciò che il testo racconta è, in buona sostanza, l’incontro tra due creature spezzate: un pittore senza nome (un nome sicuramente ce l’ha, ma il testo non ce lo dice), quarantenne; e Simone Salomoni, che invece di anni ne ha quasi diciotto. Strutturato come una lunga confessione in prima persona (la voce del pittore), e inframmezzato da alcuni testi brevi (i racconti scritti da Simone), il romanzo ricostruisce il rapporto tra questi due individui: cosa li ha uniti, in che modo hanno cercato salvezza l’uno nell’altro.

Quella che in prima battuta si presenta come una semplice conoscenza, basata su di una reciproca curiosità, si trasforma velocemente in qualcosa di più complesso. Almeno due, le forze che attirano i personaggi l’uno verso l’altro: ricerca (bisogno) di bellezza, da una parte, e ricerca (bisogno) d’amore, dall’altra. Cosa questa doppia ricerca produca, a cosa finisca per approdare, è qualcosa che il lettore scoprirà (forse) solo a romanzo concluso. È bene tenere presente che la confessione del pittore nasce dalla necessità di fornire una – non la ma una – verità sul suo ruolo in una tragedia qui e là evocata ma mai del tutto svelata, se non nelle pagine finali.

Pittura e letteratura sono i territori in cui si consuma questo rapporto al contempo dolce e disperato, cerebrale e animale. L’arte, considerata nella sua accezione più ampia – non “semplice” esecuzione di codici espressivi, ma vera e propria maniera di star nel mondo -, si fa veicolo di paure e desideri, di segreti inconfessati, di rivelazioni, di bellezza. Sono entrambe, Simone e il pittore, due persone che hanno perso qualcosa. Anzi, meglio, due persone a cui manca qualcosa. La furia con cui quel qualcosa viene cercato (nell’arte, dentro se stessi, negli altri) è il vero cuore del racconto.

Un racconto che è, tra le altre cose, fortemente fisico. Fisicità che si concretizza su tre piani. Il primo è il corpo, quello di Simone su tutti. È, il suo, un corpo che viene insistentemente guardato, frugato, fissato in brevi, insufficienti dettagli, scomposto e ricomposto. Il secondo piano, strettamente parente del primo, è il sesso. Quella che attraversa il romanzo è una sessualità tanto esibita e sfacciata da risultare quasi una caricatura, non coincide mai (almeno per chi scrive) con la sensualità. Brutalmente: è un sesso che non eccita e nemmeno repelle. Sicuramente la sensualità c’è, sì, ma va cercata da un’altra parte: non nei rapporti sessuali (che comunque i due, Simone e il pittore, non consumano tra loro), ma nei momenti di tenerezza, nello sguardo che il pittore posa su Simone. Terzo e ultimo piano, non meno importante degli altri, è l’arte stessa, la materia che il pittore continuamente manipola per realizzare le proprie opere.

Lavora su più livelli, operaprima, chiama a sé il lettore, ne domanda con eleganza la complicità, si diverte a spiazzarlo, confonderlo, ma mai ad offenderlo o ingannarlo. Si tratta di un esordio tanto maturo e consapevole di se stesso da poter difficilmente essere definito tale. Certo, da un punto di vista strettamente editoriale le cose stan così: è un esordio, non si scappa. Ma da un punto di vista artistico e letterario, Simone Salomoni (quello vero, non la creatura di carta) è un autore già pienamente formato, in totale possesso e controllo delle proprie qualità, della propria forza espressiva. E questo romanzo ne è la prima, evidentissima testimonianza.

Edoardo Zambelli 

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UNO È UN CASO.

DUE È UNA COINCIDENZA.

TRE FA MEDIA.

Questo il mantra, la regola alla quale Venus si era attenuta da tutta la vita.

Un tipo dimentica un appuntamento? CASO. Dice che deve uscire con gli amici? COINCIDENZA. Ti risponde ai messaggi dopo giorni. MEDIA. Molla il colpo, non ne vuole mezza, non fare la sottona, esci di scena con dignità.

Venus aveva perso la verginità nel bagno della scuola, a metà della prima superiore. Si era invaghita di Luca Boni, piaceva a tutte Boni, a tutte, dalla prima alla quinta, erano tutte pazze di lui. Venus era un po’ più pazza delle altre e assieme a due compagne di classe, pazze a loro volta di Boni, aveva fatto una pazzia da quattordicenne e imbrattato gli spogliatoi dei ragazzi con l’UniPosca: BONI THE MASCHIO, BONI THE FIGO, BONI INSPIRATOR OF SEX anche se nessuna delle tre aveva esperienze di sesso.

Un paio di settimane dopo, Boni l’aveva aspettata in bagno, le aveva abbassato i jeans e le mutandine, le aveva fatto appoggiare le mani sulla tazza del cesso, le aveva allargato le gambe e dopo essersi sputato su una mano e averle infilato due dita nella vagina, l’aveva penetrata senza un bacio, senza una carezza, senza una parola. Si era sfilato dopo pochi attimi ed era tornato in classe senza guardarla. La mattina successiva sua madre lo aveva trovato riverso nel letto, il sangue che usciva da ogni orifizio. L’autopsia aveva sancito che verso le sette del mattino gli organi di Luca Boni avevano cominciato a scoppiare come pop corn e riempito il corpo del sangue che era poi defluito da bocca, ano, naso, orecchie, occhi.

CASO.

La seconda volta, era stata diversa. Paolo, un compagno di classe ripetente, l’aveva corteggiata. Prima l’aveva invitata a mangiare un gelato, poi al cinema, poi si erano baciati in piazza Maggiore, poi avevano cominciato a strusciarsi e toccarsi le parti vergognose da sopra gli indumenti sdraiati sull’erba dei Giardini Margherita. A scuola dicevano che Venus fosse una facile. Una che la dava a tutti. Aveva dato qualche bacio e aveva avuto quel rapporto sessuale del quale non aveva mai parlato a nessuno. Però quando camminava nei corridoi la indicavano. Ragazze e ragazzi sghignazzavano, la chiamavano “La troia”.

Paolo sembrava non dare ascolto alle chiacchiere. La trattava bene. Le diceva che era bella, che quando la vedeva gli mancava l’aria e che sarebbe anche morto per lei. Dopo un paio di mesi di baci le aveva chiesto di fare l’amore. Per lui era la prima volta. Venus gli aveva detto che anche per lei sarebbe stata la prima volta e non lo aveva detto per mentirgli.

Lo fecero a casa di Paolo. Per Venus non fu bello, ma nemmeno disgustoso. Almeno Paolo non si era sputato su una mano prima di metterle le dita nella vagina. Almeno le aveva chiesto se le faceva male, mentre la penetrava. Sì, le faceva un po’ male, ma Venus aveva risposto che no, era tutto ok. Il pomeriggio successivo, al Mc di via Rizzoli con gli amici, Paolo era diventato blu. Era uscito dal locale e prima di cominciare a zampillare sangue da naso e orecchie aveva guardato in direzione del Nettuno. Intanto i suoi organi scoppiavano come palloncini alla fine di una festa, solo senza emettere rumori.

COINCIDENZA.

Venus avevo detto basta al sesso, ma era comunque La troia.

Venus non era il vero nome di Venus.

Era stato Sampras a darle quel soprannome, il giorno in cui era diventato il suo allenatore. La madre di Venus frequentava il circolo del tennis e un amico le aveva consigliato, visto il bene che si diceva di sua figlia, di farla allenare da un allenatore top. A fine estate, un giorno di inizio settembre, era appena rientrata dopo un mese di mare, l’abbronzatura era in tinta con i capelli scuri e gli occhi nerissimi, Venus era stata portata dal nuovo allenatore.

«Guarda che bella negrina. Ti faccio diventare come la Williams, ti piace la Williams?».

Venus aveva annuito, ma non sapeva se voleva diventare come la Williams. Forse voleva solo diventare una ragazzina come le altre, una che veniva invitata alle feste e che poteva fare sesso senza essere chiamata da tutti La troia e senza uccidere nessuno.

Sampras, d’accordo con la madre di Venus, aveva cominciato a controllare ogni aspetto della sua vita. L’uomo aveva alle spalle una carriera da eterna promessa e una lunga sequela di leggende mai confermate. Si diceva che sarebbe diventato un campione se non avesse collezionato tutti i vizi del mondo. Si diceva che fosse diventato allenatore per aiutare le ragazze e i ragazzi di talento a non commettere i suoi stessi errori, a non buttare via la carriera. Si diceva che una sua giocatrice lo avesse accusato di violenze psicologiche e fisiche senza però denunciarlo.

A Venus non importava nulla di ciò che si diceva. Venus non credeva alle voci. Anche su di lei si dicevano da sempre un mucchio di cose non vere.

Sampras era severo con Venus. Non solo severo. Duro. Spietato. Da subito le aveva imposto una dieta rigidissima, le controllava settimanalmente peso e massa muscolare. Le aveva proibito di bere e fumare. Se scroccava una sigaretta o si concedeva una birra, Sampras la sgamava subito. Non sapeva come riuscisse a sgamarla, ma tant’era. Un sabato mattina era arrivata al campo dopo una serata allegra, una cena di classe prenatalizia dalla quale non l’avevano esclusa. Aveva bevuto, ma non si era ubriacata, forse era un po’ brillettina, ma niente di che. Era arrivata al campo puntualissima. Lucidissima. In forze. Sampras l’aveva fatta cambiare, l’aveva aspettata sul campo, poi le aveva detto che poteva andarsene.

«Non ho tempo da sprecare coi perdenti, se vuoi berti la carriera non sei fatta per questo sport».

Venus era andata a smettere la divisa di gioco senza dire una parola, quando era uscita dallo spogliatoio Sampras le aveva lanciato una racchetta, colpendole la spalla sinistra. Le aveva detto di non farsi più vedere.

Venus aveva raccontato l’accaduto a sua madre e sua madre le aveva detto che non le avrebbe permesso di mandare a carte quarantotto il suo talento. Le aveva detto che non aveva idea di quanto fosse fortunata a essere allenata da Sampras. Le aveva chiesto quante partite avesse perso da quando Sampras era diventato il suo allenatore. Zero. Da quando Sampras era il suo allenatore Venus non aveva più perso un incontro e aveva vinto i pochi selezionati tornei ai quali lui l’aveva iscritta.

«Lunedì vai al campo e ti scusi. Vedi di essere convincente».

Sampras l’aveva costretta a giocare senza mutandine. Non si era vergognata presentandosi ubriaca davanti al suo allenatore, non si sarebbe vergognata di giocare davanti a lui senza mutandine. Venus aveva opposto resistenza.

«Per favore, mi vergogno, non questo, quello che vuole ma non questo», aveva pianto. Sampras era stato inflessibile. O così o poteva andarsene. E Venus non voleva deludere la madre.

Sampras, se possibile, diventò ancora più severo. Non sottopose più Venus all’umiliazione delle mutandine, ma la sua rudezza aumentò. Gli allenamenti si fecero più intensi e frequenti. Duri. Massacranti. Certe sere Venus rincasava senza avere la forza di portare la forchetta alla bocca. Imparò a mangiare con la mano destra, lei mancina pura.

Il momento più terribile era la partita allieva contro maestro. Sampras era un uomo di trentacinque anni in perfetta forma fisica, dotato di gran tecnica. A inizio carriera aveva strappato un set a Federer che poi era diventato quello che era diventato. Non era una leggenda, Venus aveva verificato: il suo allenatore aveva davvero strappato un set al suo mito. Non ne avevano mai parlato.

«Se non riesci a strappare un set a un vecchio allenatore, come farai agli Internazionali di Roma? Quello è un torneo vero! Vuoi farmi vergognare?».

Roma era l’obiettivo a breve termine. Sampras voleva portare Venus agli Internazionali e farla arrivare almeno agli ottavi di finale. Il circuito avrebbe cominciato a parlare della sua pupilla.

Mancavano due mesi agli Internazionali quando Venus riuscì a strappare un set a Sampras. Lui aveva esultato, come se avesse vinto. Non le aveva regalato niente. Sampras non regalava mai niente. Mai uno scambio, mai un punto. Venus aveva meritato quel set. Finita la partita, vinta comunque dal maestro 6-4 4-6 6-1, Sampras aveva ordinato a Venus di fermarsi per lavorare sulla battuta. Era il punto debole di Venus, lo sapevano entrambi. Sampras non perdeva occasione per ribadirlo.

«Senza battuta non vai da nessuna parte!».

Sampras le aveva mostrato per l’ennesima volta la sua prima di servizio, un colpo che in carriera gli aveva permesso di restare a galla, almeno nelle giornate migliori. Venus provava a replicarlo, ma c’era sempre qualcosa che non andava. Il lancio della palla, la potenza d’urto, il punto d’impatto, la flessione delle ginocchia, il rilascio del braccio, la rotazione del polso. Sampras l’aveva stretta da dietro. Non era la prima volta. Venus trovava quel contatto molto umiliante, un gesto da campo scuola.

Quella sera l’umiliazione fu doppia. Venus aveva sentito il cazzo di Sampras appoggiato al culo. Non era la prima volta. Ma mai aveva percepito l’erezione del maestro. Non era più anatomia. Era richiamo. Istinto. Venus aveva provato a scostarsi. Sampras l’aveva tenuta a sé, e si era strusciato su di lei per quarantasette eterni secondi.

«Devi perfezionarti a ogni costo, senza battuta negli Open non sei nessuno. Senza battuta non sei nessuno».

Venus non capiva perché per essere qualcuno doveva trovarsi il cazzo del suo allenatore contro il culo. Lo sentiva. Lo sentiva vigile contro il solco dei suoi glutei, attraverso l’intimo e la gonnellina come se il maestro fosse nudo. Come se lei stessa fosse nuda.

UNO È UN CASO.

Un mese e mezzo dopo, mancavano quindici giorni a

Roma, Sampras aveva preteso di spiegarle nuovamente il suo famoso servizio, ancora cingendola da dietro. Venus aveva di nuovo sentito l’erezione contro il culo, nessun tessuto a separare le carni. Il disagio, se possibile, era stato ancora maggiore.

DUE È UNA COINCIDENZA.

Quattro giorni dopo l’allenatore era tornato di nuovo sulla battuta. Venus aveva sentito il cazzo rigido tra le chiappe del culo.

TRE FA MEDIA.

«Basta! Non sono una principiante. Non ho bisogno che mi stai alle spalle. Soprattutto non voglio sentire la tua eccitazione contro il sedere!».

Sampras non si aspettava la reazione di Venus e la sorpresa lo mandò in confusione. Balbettò qualcosa di non comprensibile. Fu un attimo. Sampras si riprese e aggredì il centro del campo, disse a Venus che non doveva permettersi, lui era un professionista stimato, non le avrebbe permesso di insinuare niente del genere. Venus provò a rispondere, ma Sampras la portò a rete, la costrinse all’incerto pallonetto, «non è la prima volta che lo fai, lo sappiamo tutti e due», che gli permise di effettuare un facile smash.

«Sei tu che mi provochi, io cerco di insegnarti a vincere e tu strofini il sedere come una cagnetta. O la pianti o lo viene a sapere tua madre».

Venus sapeva che sua madre non le avrebbe assegnato il punto, pertanto non poteva abbandonare il campo. Aveva subìto soprusi. Umiliazioni. Sampras controllava la sua vita. Cosa mangiava. Cosa beveva. Se avesse potuto avere un ragazzo le avrebbe schedulato il sesso. Ogni tanto le diceva, così, dal nulla: mi raccomando non fare la maialina stasera.

La maialina.

Dio che fastidio.

Venus decise che quella era l’occasione per sperimentare il primo Momento Federer della sua carriera e della sua vita. I Momenti Federer li aveva inventati David Foster Wallace, scrittore preferito di Venus e tennista di buon livello. Secondo Foster Wallace i Momenti Federer erano quei colpi che qualunque giocatore di tennis, non importava se mediocre o eccellente, avrebbe riconosciuto come una giocata fuori dalle possibilità dell’uomo e dalle leggi della fisica. Colpi pazzeschi che Federer faceva apparire banali. Colpi con i quali portava a casa il punto e annichiliva sportivamente la psicologia e le speranze dell’avversario.

«Hai ragione».

«Cosa?».

«È vero. Sono io che ti provoco. Che mi struscio».

Venus mise una mano sul cazzo di Sampras. Era morto.

«È che sono stanca dei ragazzini, vorrei sapere com’è fatto un uomo. Un uomo vero. Uno come te».

Venus sentì l’eccitazione di Sampras crescerle in mano. «Lo sapevo. Sapevo che non mi sbagliavo. Queste cose io le annuso come merda i coprofili. Avevo visto che negli ultimi tre mesi mi guardavi strano. Che avevi i calori».

Venus prese Sampras per la mano. Insieme entrarono nello spogliatoio dell’allenatore.

Il giorno dopo Venus si presentò al campo puntuale. Sampras era pronto, come sempre. La salutò con una leggera pacca sul sedere. Non usò la racchetta, come a volte faceva. No. Quel giorno la colpì con la mano. Indugiò con le dita.

Cominciarono ad allenarsi. Sampras sembrava stanco. Sfatto. Non metteva forza nel colpo, non aveva precisione.

«Che c’è coach? La tua pupilla ti ha spompato?».

Sampras sorrise. Non un sorriso divertito. Un sorriso di sfida. Sembrava dire: ora ti faccio vedere. E anche dopo.

«Alleniamo un po’ la risposta alla prima di servizio».

La prima di servizio. Il rifugio di Sampras. Da sempre. Lanciò la pallina. La racchetta stava per impattarla quando l’uomo si accasciò sulle ginocchia. Portò la mano sinistra al petto e strappò il Cristo d’oro che luccicava fuori dalla polo.

«Venus! Venus! Venus!».

Venus camminò lenta in direzione di Sampras. Destro. Sinistro. Destro. Sampras la guardava. Venus cominciò a credere nella vittoria. Sampras la implorava con gli occhi. Diceva: veloce, chiama qualcuno. In realtà Sampras non diceva niente. Non gli usciva un fiato. Sentiva le interiora esplodere come scariche di diarrea nell’intestino. Vedeva l’abisso prendere forma.

Quando Venus gli fu davanti, la morte invase ogni orifizio e Sampras cominciò a spruzzare sangue. Venus non si scostò e la divisa immacolata si trasformò in un assorbente.

«MEDIA! MEDIA! MEDIA!».

Venus spalancò le braccia. Accolse nel sangue l’ovazione del pubblico.

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Simone Salomoni, operaprima, Alter Ego, 2023, 176 pagine, 17 euro

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