Termomeccaniche: come può la gente smettere di amarsi? Intervista a Luca Fassi

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Luca Fassi nasce a Marcallo con Casone, in provincia di Milano, nel 1982. Laureato in economia, vive e lavora a Saint Joseph. Ѐ tra i membri fondatori del movimento degli Imperdonabili. Con Transeuropa ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Termomeccaniche, nel 2019.

Un biologo. L’algoritmo Andros. Relazioni sbagliate. La deriva seriale in un romanzo di fantascienza sui rapporti di genere.

Ispirata agli svariati fenomeni di molestie che hanno configurato il reato di stalking, la vicenda è raccontata dalla prospettiva di un giovane biologo alle prese con una relazione al capolinea. Quando Ellie lo lascia senza troppe spiegazioni, Loris ricorre a un complesso modello matematico per cercarne la ragione: grazie a un algoritmo capace di tracciare l’empatia che governa le relazioni affettive, le analisi lo conducono verso uno scenario sconcertante; la percezione della realtà inizia a sgretolarsi e lo scienziato, con l’idea di salvare la sua storia d’amore e di essere vittima degli eventi, finisce col costruire le premesse per una catastrofe.

Mi resi conto con sgomento che, con tutto lo spazio che si era liberato sul vagone, la mia presenza in piedi di fronte a lei si era fatta incombente, del tutto ingiustificata. La mia sagoma le faceva addirittura ombra, dovevo togliermi subito di lì.

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In Termomeccaniche, il tracciato della vita del giovane biologo Loris Motta converge in un panorama argomentativo, saldo sul piano logico, dai molteplici suoni e colori sotto la cui superfice si delinea un’analisi profonda sulla realtà contemporanea e sulle relazioni umane. Cosa ha significato per te l’esposizione per iscritto di un personaggio smisuratamente tormentato sul piano psichico?

In letteratura si tende troppo spesso a comporre ritratti di mostri da operetta, coi quali non si prova neppure a instaurare un meccanismo di immedesimazione, e scelte come queste determinano il fallimento di intere opere. Lo psicopatico alla Hannibal Lecter va bene per un mainstream di genere americano, di quelli col detective bello e coraggioso in lotta col proprio passato, ma non per costruire un affresco umano credibile, né per catturare il vero realismo. Esporre un personaggio tormentato come quello di Termomeccaniche significa per prima cosa venire a patti con le proprie turbe, cercare negli anfratti delle proprie ossessioni e continuare a porsi la stesse domande, senza paura: “Come mi comporterei se non avessi freni? Cosa farei se non esistessero meccanismi inibitori sociali e morali a tenere a bada le mie pulsioni?”

In definitiva, si tratta di ammettere che esiste una dimensione nella quale possiamo trovare un legame empatico con i cosiddetti mostri.

Il terreno della narrazione combacia a tratti con l’auscultazione dell’inconscio. Sei riuscito a filtrare la realtà attraverso lo sguardo del protagonista, permettendo al lettore di svolgere una personale indagine del romanzo, e prendendolo spesso in contropiede. Quali sono le motivazioni che ti hanno portato a scegliere Loris anziché un’altra tipologia di individuo? Tempo fa mi hai detto di esserti innamorato della psiche del protagonista e che per questo motivo “ci hai speso sopra i papiri”. Perché uno stalker?

Ho voluto affrontare uno dei grandi misteri umani, quello dell’amore, il complesso emotivo più destabilizzante esistente in natura, un impeto devastante che reclama contro ogni logica reciprocità ed esclusività: un controsenso epocale, a pensarci bene.

Mi ha sempre colpito la capacità di questa pulsione del tutto irrazionale di segnare il destino degli individui, distorcendone la lettura della realtà e compromettendone l’intero corso dell’esistenza.

L’amore sembra volerci dire a dispetto di tutto il resto ciò che è giusto per noi, e il protagonista di Termomeccaniche, semplicemente, non ha alcun tipo di protezione da questo fenomeno.

Non sono riuscito a trovare niente di più forte nello spettro delle esperienze umane, e mi è parso un filtro distorcente ideale per imbastire una narrazione in prima persona resa psichedelica non dalle droghe ma dal desiderio.

Quando William Maxwell chiese a Salinger di spiegare quali fossero le sue influenze letterarie, egli rispose che uno scrittore, quando gli viene chiesto di parlare della sua arte, dovrebbe alzarsi in piedi e gridare forte i nomi degli autori che ama. Le parti sulla biologia di Termomeccaniche, e qui mi riferisco alla scelta del linguaggio impiegato e al tono, mi hanno ricordato Le particelle elementari di Houellebecq. Quali sono i libri che hanno cambiato la tua vita e quali gli scrittori che sono riusciti a influenzare in maniera decisiva la tua penna?

Ai tempi della stesura di Termomeccaniche, di Houellebecq avevo letto solo Serotonina. Poi ho provveduto a rifarmi con il resto della sua bibliografia e ho trovato qualche punto in comune, primo tra tutti l’inserimento dell’elemento distopico o addirittura fantascientifico (assente in Serotonina ma presente nella maggior parte dei suoi romanzi).

Comunque non inserirei Houellebcq in prima fila tra le mie influenze: per quanto ami leggerlo, e per quanto consideri Le particelle elementari un vero capolavoro, ha un animo troppo più cinico e gratuito del mio.

Ci metterei invece Stephen King per la sua immaginazione, Ishiguro e Mann per la loro sensibilita’, Nabokov e Dostoevsky per la morbosità e il tridente francese Proust-Sartre-Camus per averci visto giusto su un mucchio di cose.

Poi diciamo che queste sono più ispirazioni tematiche e creative che stilistiche: l’idea di riproporre oggi dettati e forme pesanti come quelle di Carrie, It o Lolita sarebbe al massimo un esercizio kitsch e un po’ vintage, come girare un film muto o in bianco nero.

Ultimamente credo che la mia piu’ grande fonte di ispirazione sia il cinema indipendente, in particolare quello australiano, francese e americano: negli ultimi quindici anni sono state prodotte vagonate di pellicole che, pur passate sottotraccia, hanno creato un nuovo standard per il post realismo che noi Imperdonabili cerchiamo con cosi’ tanta ossessione.

Qualche referenza? Per l’horror ci sono Lake Mungo, Toad Road, Creep e un mucchio di altra roba, per la fantascienza Another Earth, Primer, the OA, per la commedia tutto quello che sta facendo Bobcat Goldthwait (World’s Greatest Dad è un instant classic), per non parlare dei meta-documentari di Jarecki (the Jinx, ma soprattutto Catfish): c’e’ un fermento creativo senza precedenti, sembra che solo noi non ce ne siamo accorti.

Hai vissuto in Francia, Svezia, Belgio e ora vivi in Michigan. Cosa ti manca del Belpaese e cosa invece ti sei lasciato alle spalle con sollievo?

Mi mancano gli affetti di una vita, amici e famiglia di origine, naturalmente, ma non perdo mai i contatti con le mie persone più care.

L’Italia è un paese magico, ricordarne le routine mi regala attimi di nostalgia dolcissima: il lato positivo è che probabilmente, se non vivessi lontano, non riuscirei a vedere il mio paese con questo occhio incantato.

Quello che invece non mi manca è lo spirito polemico e frustrato di molti miei compaesani, la loro autoindulgenza e la loro avversione al rischio, il loro conservatorismo spietato. Ѐ una forma di isteria di massa che ha conosciuto un’escalation vertiginosa negli ultimi anni e alla quale sono felice di essermi sottratto in tempo.

Progetti letterari futuri?

Voglio continuare a evolvere: sono felice della riuscita di Termomeccaniche, mi pare che lo sforzo abbia pagato, ma la strada è molto lunga. Le possibilità offerte da una pagina bianca sono infinite, persino superiori a quelle offerte dalla macchina da presa che è sempre costretta a inquadrare qualcosa tutto sta a sfruttarle al massimo.

Ad esempio, una domanda che mi perseguita da tempo è la seguente: è possibile usare una narrazione per ingannare il lettore al punto da incastrarlo in un paradosso che cambi per sempre il suo modo di pensare? E quali strumenti sono indispensabili per riuscire a raggiungere un obiettivo simile?

In questo senso l’avventura del movimento degli Imperdonbili coincide per me con la ricerca di nuove forme di espressione che ci permettano di utilizzare lo strumento del romanzo in modi sempre più inconvenzionali e creativi.

Il rumore del treno infranse del tutto il muro dell’acufene: sì, era dietro di me. Urlai di nuovo il nome di Ellie ma a dividerci c’era ancora un centinaio di metri; lei non si girò e continuò a camminare barcollante, poi accennò uno strano passo di danza in mezzo ai binari.

Intervista di Roberto Addeo

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Termomeccaniche, Transeuropa, 2019, pag. 224.