“Il corpo ha ancora molto da raccontare”. Mercedes Viola intervista Elena Mutinelli

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Scorro immagini su Instagram quando vengo colpita da quella  di una scultura. Un embrione abbracciato da una mano anziana, forse maschile, che lo tiene, lo crea o lo porta via, con amore e protezione. Un nido divino che non posso smettere di guardare.

La scultura si chiama Proteggi Davide. Uno studio successivo sarà Radice ed eterno dell’artista milanese Elena Mutinelli. L’opera faceva parte della mostra Noi, neanche dannati a cura di Vittorio Sgarbi presso la galleria Etra Studio Tommasi, di Francesca Sacchi Tommasi a Firenze, che si è conclusa questo 29 febbraio.

Incontro Elena Mutinelli prima nel suo studio a Milano poi davanti al Duomo, dove ci sono delle opere che portano la sua firma. Minuta e gigante, una signora dal viso senza tempo e occhi verdi profondi, voce calda e linguaggio forbito; mi racconterà di scultura, mistero, arte e libertà, di speranza nell’uomo, e di cosa vede nel buio.

Mercedes Viola

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Quando hai iniziato a scolpire?

Mio nonno era scultore e abitava in questa vecchia villa del ’700. Quando lui è morto io avevo due anni e ci siamo trasferiti lì, dove ho trovato tutti i suoi utensili in una specie di taverna. Eravamo cinque fratelli e sorelle e, tra mia madre svampitissima e mio padre sempre all’estero per lavoro, noi eravamo liberi. Così a sei anni ho iniziato per gioco a scolpire sulla plastilina con gli utensili del nonno. Ho fatto il liceo artistico, l’Accademia delle Belle Arti di Brera e poi ho preso il mio furgone e sono andata a Pietrasanta, dove ho frequentato lo studio di un artista anziano, Blasco, da cui ho imparato tanto.

Quale rapporto tra pancia e tecnica?

La tecnica da sola, il virtuosismo fine a se stesso, trovo che non siano niente. Credo che lo studio sia fondamentale, come la conoscenza e il dominio della tecnica, per metterli a servizio della creatività, della visione.

Come sei arrivata alla Veneranda Fabbrica del Duomo?

Ero andata per cercare lavoro per il mio ex marito ma la formatura in gesso non serviva, facevano solo le opere in sostituzione. Allora mi sono offerta e il capo cantiere, Biem, un meneghino molto simpatico, mi ha detto «proviamo come esterna, se hai un posto dove lavorare». Non ce l’avevo. Mi sono messa in un giardino con una pompa esterna dell’aria, e in un messe, a luglio, avevo già finito il pezzo.

Ricordi che pezzo era?

Era una cuspide fatta a sesto acuto, con un tondo sotto come le palle dei fiocchi laterali. Il viso assomigliava la mio, aveva il naso un po’ pesante, gli zigomi pronunciati. E ho sostituito il suo viso al mio viso, tanto, pensavo, non lavorerò mai per il Duomo. Invece mi hanno preso.

Tutto fatto a mano?

Tutto fatto a mano. Nei fiocchi, per esempio, c’erano delle entrature laterali di spigolo dove gli scalpelli non arrivavano. Allora io facevo saldare due scalpelli lunghissimi e li facevo torcere per poter creare queste pance vuote. Lì non c’è niente che non abbia una storia. Questa è la cosa bella.

Come nasce una tua scultura?

È come un innamoramento. Nasce da un’immagine, una visione, un movimento interiore, un po’ nella pancia, nella testa, che poi cerco direttamente sul marmo. Quando quella cosa ti prende è meraviglioso, non puoi pensare ad altro, ed è lì che gira e prende forma.

Come si gestisce l’errore sul marmo?

L’errore si accoglie e si modifica la scultura. A volte capita che dai una scalpellata è salta un pezzo più grande di quello che pensavi, e devi modificare l’idea.

Cosa raccontano le tue sculture?

Il corpo ha ancora molto da raccontare. Ognuno di noi ha i semi della saggezza, di una grande potenza interiore. Se io penso all’uomo e ricreo una forma umana, è perché credo potentemente nell’uomo, anche adesso che siamo rimasti in una forma un po’ misera di dimenticanza che ci rende mediocri, che assopisce gli animi. Ma credo che in ognuno di noi ci siano i semi del risveglio.

L’intelligenza che è nell’uomo è al di là di ogni tempo, rimarrà sempre, basta non metterci sopra troppa sabbia, cercarla con la leggerezza dell’animo, non con la ricerca cerebrale, ma attraverso il gioco, l’ironia. Credo nelle nuove generazioni, nel mistero che procede nella vita e nella sua ricerca.

Chi ha questo dovere estetico nei confronti del mistero?

Chi ha la possibilità di rivelarlo: un ballerino, un’espressione del corpo più evidente. L’artista, che non è al di sopra delle parti, perché è molto bambino e può giocare con questa dimensione senza sentirne paura.

Cosa può dare l’arte a una persona qualsiasi?

Se guardando un’opera ognuno di noi, al di là della nozione, rimane stupito, è perché trova una parte di quello che è. Quindi è impossibile che non ci sia una forma di estasi di ciò che il bello ti racconta, che è proprio il mistero di quello che noi siamo. Orfeo ha il dono di questo canto, di poter entrare e di comunicare con lo spazio che è prima e dopo la vita, non sa neanche lui perché. Questo dono è quello che hanno le persone più percettive, le persone sensibili, gli artisti, gli scrittori.

Per donarlo al mondo?

Non per donarlo, ma per riconsegnarlo, al mondo. Perché già appartiene al mondo, è una forma di coscienza. Siamo forse un po’ troppo veloci, abbiamo bisogno della tangibilità, di poter toccare questo dono, di tornare a emozionarci di fronte a una cosa che magari ci sembra banale, che non è per forza concettualmente così patrocinata. A volte lo sguardo più pulito di chi non è dentro, riesce a raggiungere meglio l’emozione, mentre invece alcune codificazioni di linguaggi ti depistano proprio, ti rendono distante. Questo senza togliere il valore della conoscenza, che è proprio la nascita.

Spesso parli di libertà. Cosa significa per te?

Trovo che la mia generazione sia cosi spostata dall’identità professionale. Anche per questo faccio i frammenti. È nello sguardo che risiede l’identità di ognuno di noi, non nel bigliettino da visita. C’è a volte quel sentimento d’inadeguatezza per chi ha bisogno continuamente di dire «io ci so fare, io sono qui». Che se solo non ti riesce qualcosa, ti nascondi in casa. Non ti dai la possibilità di avere una spaccatura, di cambiare completamente la tua vita.

Di riscoprire un desiderio.

Sì, mi ricorda Hauser nella sua Storia sociale dell’arte, quando parla delle corporazioni. Eravamo inseribili in qualsiasi lavoro, capaci di fare tutto. Adesso devi fare soltanto quello, in quel settore. Mentre essere interscambiabile dovrebbe essere una accessione positiva. Era una società che tutelava il tuo benestare mentale. Ora sei lì, in balia del tuo successo.

La bellezza dei tuoi corpi non sta (solo) nella giovinezza.

No, sta nella vecchiaia. Questo a volte può allontanare, più ancora di una deformazione. Perché la deformazione nell’arte è anche una forma espressiva forte dove hai molto da raccontare. Ma la vecchiaia fa tantissima paura. La vecchiaia ha le forme dell’opulenza, che ritrovo anche nell’opulenza di Rubens ma in una forma più giovanile, che non ha quest’aspetto estetico della modernità, così magro, secco, così aberrante anche in quello.

La vecchiaia ha queste forme di disinibizione del corpo che mi piacciono. Ammiro la bellezza di quando tutto non viene perfetto, di accettarsi come si è. Come siamo, Noi, neanche dannati, orfani di eroi, insieme in una tavola rotonda, che chiacchierano e che ricordano la natura di cui siamo fatti, e quanto ancora possiamo dare, usando la nostra testa, e la conoscenza della nostra storia, le nostre origini, e di trovare nell’uomo chi che ha questo desiderio, di questo genere di conoscenza, dello stupore, della curiosità.

Cos’è il buio per te?

Lavoro tantissimo con gli occhi socchiusi. Se dovessi farti un ritratto non ti guarderei mai in faccia, ma nel vuoto. Perché dalle luci e dalle ombre escono i profili dei segni che danno carattere al volto o alla forma. Noi siamo di luce e di ombra e nella scultura il contrasto tra di loro è fondamentale. Da piccola, abitando in questa casa enorme del ’700, c’era un buio pazzesco e mi faceva paura. Poi sono andata ad abitare a Pietrasanta in un posto che si chiamava La valle del silenzio. Per arrivarci dovevo attraversare un percorso in mezzo a una valle, in una strettoia. Poi a Milano sono andata a vivere in fondo a Viale Certosa, dove sembrava di essere in un film francese degli anni ’30, in mezzo alla nebbia. Nel buio io adesso non ho più paura, ma quando vedo mio figlio che ha questa paura, vedo che è lì che abbiamo contatto col mistero.

Intervista a cura di Mercedes Viola