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Tutto ciò che resta. Intervista a Margherita Loy

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Per Le Tre Domande del Libraio incontriamo questa settimana su Satisfiction la scrittrice Margherita Loy in libreria da pochi giorni con “Tutto ciò che resta”, nono titolo della Collana Pennisole curata da Dario Voltolini per la casa editrice torinese Hopefulmonster.

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Margherita, dopo i tre romanzi usciti per Atlantide Edizioni, “Una storia ungherese” (2018), “La dinastia dei dolori” (2020) e “Dio a me ha dato la collina” (2022)e il romanzo “Delia o un mattino di giugno”,uscito nel novembre scorso per l’editore Barta, arrivi in libreria con questo piccolo trittico di racconti. Ci vuoi raccontare come è nato e come si è sviluppato questo libro e come è avvenuto l’incontro con la casa editrice torinese?

Tutto quel che resta racchiude tre racconti che ho scritto la scorsa estate intorno a tre gioielli. Il libro è nato dal mio incontro con il direttore ed ideatore della collana Pennisole (per l’editore torinese Hopefulmonster) Dario Voltolini, scrittore che ammiro molto e che avevo conosciuto in occasione dell’uscita di Una storia ungherese. La collana di narrativa Pennisole affianca ora le altre collane dedicate all’arte contemporanea di questo raffinato editore di Torino.
La sfida era molto interessante: scrivere in totale libertà un testo che non superasse le settantamila battute. Sono un’avida lettrice di racconti e dunque ho accettato con gioia di misurarmi con questa forma narrativa. D’altronde, i miei esordi come scrittrice sono legati ai racconti, avendone pubblicati alcuni nel passato sotto pseudonimo per la rivista “Paragone letteratura”.


Ci troviamo davanti a tre racconti, dal titolo “Perle”, “Collana” e “Anello”, tre protagonisti e tre gioielli diversi. Vogliamo dettagliare per i nostri lettori forti, che seguono numerosi questo spazio, le tre storie che sono contenute in queste tre preziosissime narrazioni brevi?

I tre gioielli sono Perle, Collana, Anello. 

Perle è un racconto ambientato a Budapest nel 1945, quando Ursula, ragazza della buona famiglia ungherese, decide di lasciare la città devastata dall’assedio e tentare di raggiungere Vienna, dove sogna di iniziare una nuova vita. Sua madre prima di salutarla le affida delle preziose perle che segneranno per sempre la vita di Ursula. Qui sono tornata al contesto ungherese del dopoguerra, ambientazione che mi è molto cara.

Collana  nasce da un complimento che mi fece un’infermiera del centro trasfusionale dove mi reco due volte all’anno a donare il sangue. Quell’apprezzamento indirizzato alla collana che indossavo quel giorno, ebbe il potere di riaccendere in me un ricordo intorno al quale ho poi inventato la storia di una ragazza e di due sue care amiche della giovinezza che, in modo diverso, l’avevano profondamente segnata.

Anello è un racconto costruito con un io narrante maschile. Enrico è un bravo architetto vicino alla pensione, con devozione accudisce  l’anziano padre, uomo piuttosto burbero e signorile. Il vecchio è sempre stato un uomo volitivo, abituato a farsi obbedire; ora che sente avvicinarsi la morte decide di regalare al figlio l’anello che ha sempre indossato, un anello da mignolo, uno chevalier. Con questo gesto apparentemente generoso però il padre consegna al figlio un orribile segreto;  dunque il dono dell’anello racchiude in realtà un ricatto, che costringe il figlio a diventare complice di un passato innominabile.

Nella Postfazione il curatore della Collana, Dario Voltolini, scrive: “Margherita Loy ha un suo personalissimo garbo nel rivestire con la sua scrittura,  attraverso le vite dei protagonisti, un nucleo profondo fatto di violenza, sopraffazione e anaffettività”. Vengono centrate in poche righe quelle che sono le caratteristiche della poetica di tutta la tua produzione.Da lettrice fortissima, quale sei,ci vuoi raccontare su quali libri ti sei formata (e ispirata anche), soffermandoti sulla importanza e la necessità di leggere anche racconti?

Sì, è vero, mi giudico una lettrice forte. Mi chiedi su quali libri mi sono formata, ed è una domanda che mi costringe a ripercorrere in un battibaleno la mia carriera di lettrice. Ma scriverò solo delle raccolte dei racconti, non di romanzi, altrimenti mi ci vorrebbero troppe pagine. Allora, scrivo a ruota libera: Legami familiari, di Clarice Lispector; tutti i Racconti di Katherine Mansfield (che non ha caso ho messo come epigrafe di Tutto quel che resta).Della Mansfield ultimamente ho letto Quaderno di appunti, meraviglioso diario in cui la grande neozelandese appunta idee, riflessioni, trame. I Racconti di Čechov, Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, i racconti de Il ricordo della Basca di Antonio Delfini. I racconti di Cattedrale di Raymond Carver e sopratutto il racconto Una cosa piccola ma buona.  Edgard Allan Poe, I racconti, che si possono rileggere continuamente e ogni volta sorprendersi per la sua maestria.
Leggere racconti è una scuola eccezionale per uno scrittore: ci si allena alla sintesi e ad avere chiaro in testa il cuore pulsante della narrazione. In questo senso, un esempio magistrale è il racconto La mosca di Katherine Mansfield. Nel giro di sole tre pagine emerge una storia lontana, un personaggio ferito da un dolore, uno stratagemma per sopravvivere ai ricordi terribili. Credo che leggere racconti sia anche enormemente piacevole per i tempi frettolosi di oggi. Se il racconto è ben scritto, in 20 minuti si dipana sotto i nostri occhi una storia perfetta, conchiusa, ma capace di continuare ad emanare la sua luce ben al di là della fine della lettura.
Non capisco la ragione la quale in Italia gli editori siano tanto restii a pubblicare raccolte di racconti. La nostra tradizione narrativa non nasce forse intorno a quel capolavoro che sono le novelle del Decameron?

Buona Lettura di Tutto ciò che resta di Margherita Loy.

Antonello Saiz

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