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Victoria Law. Le prigioni rendono la società più sicura

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Quando è iniziato il fenomeno dell’incarcerazione di massa e perché? Ha risolto o migliorato in qualche modo i problemi legati a violenza e criminalità?

L’incarcerazione porta alla penitenza e alla redenzione? Quali sono realmente gli effetti positivi dell’incarcerazione di massa sulla società?

Questi sono gli interrogativi principali a cui Victoria Law cerca di dare una risposta indagando a fondo su quelli che sembrano ormai solo dei vecchi miti da sfatare legati all’utilità dell’incarcerazione e dell’isolamento laddove a questi non seguono o concorrono ulteriori e approfonditi percorsi di reintegro sociale e comunitario, di studio e formazione, di riabilitazione e, soprattutto, di aiuto alle vittime e alla comunità che hanno subito i danni di azioni violente e/o criminali.

Sebbene gli Stati Uniti rappresentano solo il 5 per cento della popolazione mondiale, detengono quasi il 25 per cento dei prigionieri del mondo, con circa 2.3 milioni di persone detenute dietro le sbarre.

Al 31 gennaio 2022, erano 981.575 i detenuti negli Stati membri del Consiglio d’Europa, dato equivalente a un tasso medio di popolazione carceraria pari a 104 detenuti ogni 100mila abitanti. In generale, i paesi dell’Europa orientale e della regione del Caucaso, mostrano tassi di popolazione carceraria notevolmente elevati rispetto alle loro controparti dell’Europa occidentale e settentrionale.1

Sin dagli anni ’80, i paesi scandinavi sono spesso citati come esempi di politiche carcerarie efficaci, in particolare la Finlandia viene indicata come un modello per ridurre la popolazione carceraria.2

Victoria Law sottolinea, invece, che si può facilmente constatare, osservando la storia delle carceri negli Stati Uniti, quanto il sistema di incarcerazione di massa non abbia dei problemi o sia corrotto, piuttosto che funzioni esattamente per come è stato progettato: spazzare via i problemi della società e tutti coloro che sono giudicati problematici, nasconderli dietro a cancelli e mura dove saranno visibili a pochi.

La reclusione come punizione è iniziata con l’apertura della prigione di Walnut Street a Filadelphia nel 1773. Nel 1790 la prigione aggiunse un nuovo blocco di celle, la Penitentiary House. Ecco allora, sottolinea Law, l’inizio di un nuovo modello: l’incarcerazione come penitenza.

Il penitenziario fu progettato per ispirare o costringere la penitenza in coloro che avevano infranto la legge, prevalentemente mediante l’isolamento completo. Ancora oggi, le prigioni e le carceri negli Stati Uniti, e non solo, ricorrono regolarmente alla pratica dell’isolamento prolungato per punire più severamente le persone detenute.

Già nel 2011 un Rapporto del CPT del Consiglio d’Europa sottolineava quanto l’isolamento potesse avere effetti estremamente dannosi per la salute psichica, somatica e per il benessere sociale delle persone sottopostevisi. L’indicatore più significativo è il tasso notevolmente più elevato di suicidi tra i detenuti sottoposti a tale regime rispetto a quello riscontrato nella popolazione carceraria generale. Tale misura deve o dovrebbe essere sempre giustificabile, proporzionata, legittima, necessaria, non discriminatoria.3

Del resto, questa lenta e quotidiana manomissione dei misteri del cervello è infinitamente peggiore di qualsiasi altro supplizio corporale.4

Sebbene l’opinione pubblica e alcune politiche siano un po’ cambiate, l’incarcerazione di massa rimane tuttora un metodo di controllo sociale su base razziale, che, nell’analisi di Law, trascina nel vortice coloro che sono già stati emarginati a causa di disuguaglianze sociale, chiudendoli dietro sbarre e mura. Un modo per nascondere i problemi piuttosto che affrontarli.

Al punto che le prigioni sembrano essere diventate dei buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.5

Il che, ovviamente, non vuol dire che non bisogna intervenire quando la violenza avviene, ma che le prigioni hanno ripetutamente dimostrato di essere un metodo inefficace.

Victoria Law ipotizza l’utilizzo più intensivo della giustizia riparativa. Un processo che coinvolge non solo la persona che ha subito un danno e la persona che lo ha commesso, ma anche tutti coloro che sono stati coinvolti indirettamente, come famigliari, vicini e membri della comunità.

Bisognerebbe infatti chiedersi, per l’autrice, se l’incarcerazione tenga davvero al sicuro da danni e violenze o se, invece, questo non sia solo un mito che distoglie l’attenzione e la politica dalle risorse che realmente mantengono la società al sicuro: alloggio, istruzione, lavoro ben retribuito e appagante, assistenza medica e psichiatrica, prevenzione della violenza, coesione della comunità e meno criminalizzazione.

Nel 2018 a New York la polizia ha effettuato 808 arresti per stupro e oltre 5000 arresti che aver viaggiato senza biglietto. In che modo questo contribuisce alla sicurezza pubblica?

Oltre la metà dei crimini violenti negli Stati Uniti non viene denunciata. Di questi, meno della metà si traduce in un arresto e meno della metà di questi arresti si conclude con una condanna.

In che modo questo rende giustizia alle vittime?

Nell’ambiente tradizionale dell’aula di tribunale una persona può parlare delle circostanze che hanno condizionato la propria vita come sostegno alla difesa o può richiedere una sentenza meno punitiva. In ogni caso, però, le circostanze sottostanti che hanno portato a commettere un reato non cambiano.

La seconda strada percorribile per Law è la giustizia trasformativa, laddove questa tenta di integrare sia la responsabilità personale sia i cambiamenti sociali.

Differisce dalla giustizia riparativa in quanto l’obiettivo non è solo quello di affrontare i bisogni e gli obblighi richiesti per iniziare il processo di guarigione, ma anche di trasformare le condizioni che hanno generato o permesso il danno.

La dipendenza di lunga durata dalla polizia e dalle carceri avrebbe offuscato la capacità e la volontà di intervenire in caso di violenza. La dipendenza dall’incarcerazione distoglierebbe quindi l’attenzione dalle condizioni politiche, economiche e culturali che generano la violenza, ingannando le persone, facendo loro credere che qualsiasi tentativo di prevenzione o di cambiamento delle cause che stanno alla radice sia inutile. La giustizia trasformativa non è certo un sostituto della reclusione. È un modo per affrontare il danno e le condizioni che favoriscono e continuano a consentire la violenza.

Il numero considerevole di persone incarcerate per reati legati al terrorismo e/o considerate radicalizzate o a rischio di radicalizzazione, le quali mediamente non trascorrono molto tempo in carcere, ha spinto vari governi dell’Unione Europea a concentrarsi sull’esigenza di un lavoro correlato sulla risocializzazione.Restare in contatto con i famigliari, evitare la doppia stigmatizzazione, offrire buone contro-narrative o comunque narrative alternative, ottenere maggiore sostegno e partecipazione dalla società sono i principi base ispiratori dei Veo (programmi di riabilitazione per autori di reati estremisti violenti) fuori dal carcere6 i quali rimandano molto alle forme alternative di giustizia auspicate da Victoria Law.

Per l’autrice infatti, man mano che l’incarcerazione di massa è andata crescendo anche il mito della reclusione come metodo che costringe le persone ad assumersi la propria responsabilità ha continuato a vivere nell’immaginario collettivo. L’idea di responsabilità individuale ha radici profonde nella cultura americana, ma si potrebbe anche dire della cultura occidentale in generale. È una forma di moralismo che distoglie l’attenzione dalle ingiustizie del sistema – come il razzismo, le disuguaglianze economiche, la misoginia e la discriminazione dilagante – e che ci fa concentrare sulle mancanze del singolo individuo, anziché contestare e sradicare forze sistemiche più grandi.

In che modo infatti, si chiede l’autrice, mettere qualcuno in carcere per anni, se non per decenni, lo spinge ad assumersi le proprie responsabilità?

La società è convinta che la gente che entra in carcere ne esca migliore, Spesso però è l’esatto opposto.

Cosa significa riabilitare una persona facendola tornare quella di prima, se essere quella persona vuol dire vivere in uno stato di povertà (educativa oltre che economica), razzismo, disoccupazione, precarietà di alloggio e/o violenza? Può davvero una persona essere riabilitata se non è mai stata “abilitata” o resa adatta o in grado di vivere in società?

Numerosi studi hanno dimostrato che la migliore forma di riabilitazione in carcere è l’istruzione.

Ma quali potenzialità sono racchiuse in un’istruzione penitenziaria e quanto questa si riferisce a modelli educativi capaci di problematizzare il presente e ampliare gli scenari futuri di ogni detenuto? Attraverso l’accesso al diritto allo studio, la persona privata della libertà – al pari di chiunque altro – ha la possibilità di colmare le proprie lacune conoscitive, ma l’istruzione incide anche sullo sviluppo della personalità umana e, in tal senso, deve essere indirizzata al suo pieno sviluppo, anche per il rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come ricorda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.7

Irma Loredana Galgano

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Victoria Law, Le prigioni rendono la società più sicura. E altri venti miti da sfatare sull’incarcerazione di massa, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2023.

Traduzione di Arabella Soroldoni.

Titolo originale: Prisons make us safer and 20 other myths about mass incarceration.

Victoria Law: giornalista freelance e autrice di vari libri. Attivista anarchica di origini cinesi, nata e cresciuta nel Queens.

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1Aebi, M.F. Cocco, E. & Molnar, L. (2023). Prisons and Prisoners in Europe 2022: Key Findings of the SPACE / report. Serie UNILCRIM 2023/2. Council of Europe and University of Lausanne.

2J. Pratt, Scandinavian exceptionalism in an era of penal excess. Part I: The nature and roots of Scandinavian exceptionalism, The British journal of criminolofy, 48 (2), 2008.

3Consiglio d’Europa – Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), Detenuti posti in isolamento, Estratto dal 21° Rapporto Generale del CPT, pubblicato nel 2011: https://rm.coe.int/16806cccbd

4Charles Dickens, America; tr. it. Di M. Buitoni, G. Corsini, G. Miniati, Feltrinelli, Milano, 2008.

5Angela Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale; tr. it. Di G. Lupi, Edizioni Minimum fax, Roma, 2009.

6Commissione Europea, Lavoro di riabilitazione con autori di reati condannati fuori dal carcere, Luisa Ravagnani, membro del pool di esperti RAN – Radicalisation Awareness Network, 2021: https://home-affairs.ec.europa.eu/system/files/2022-07/ran_ad-hoc_rehab_outside_of_prison_20201120_it.pdf

7Luca Decembrotto, Lo sviluppo di paradigmi trasformativi nell’incontro tra le università e le persone private della libertà, Formazione&Insegnamento XVIII – 1- 2020, Università di Bologna, Bologna: https://cris.unibo.it/retrieve/handle/11585/763696/648831/487-496%20-%2041%20Decembrotto.pdf

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