Anteprima Fulvio Abbate. La peste nuova

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Fulvio Abbate, già autore, tra gli altri, dei romanzi La peste bis (1997), Teledurruti (2002), Pasolini raccontato a tutti (2014), LOve. Discorso generale sull’amore (2018) e I promessi sposini (2019), torna negli store on line con La peste nuova, che esce oggi in e-book per La Nave di Teso e di cui Satisfiction presenta un estratto in anteprima.

In questa nuova opera, che esce a distanza di ventiquattro anni da La peste bis e richiama inevitabilmente in chi legge il dramma del Covid-19 che attualmente stiamo vivendo nelle nostre città, in questa nuova opera, si diceva, Abbate descrive una città imprecisata dove imperversa una violenta epidemia e le persone chiuse in casa in quarantena si trovano a dover far fronte all’ordine stravolto delle cose. Incluso il protagonista del libro, un originale inventore di barzellette che risponde al nome di Guido Battaglia, personaggio dal pensiero eccentrico e sarcastico (come solo un inventore di storie tra l’idiota e l’osceno può essere e Guido Battaglia ha iniziato il mestiere scrivendo proprio questo genere di barzellette) che lungo tutta la narrazione si esprime cavalcando l’onda del paradosso, con l’effetto di provocare nel lettore quello sconcerto che deriva dalle storie giocate sull’assurdo. Oltre a farlo riflettere, perché Battaglia è un filosofo, ché accetta la sua vita di artista per quello che è con tutte le contraddizioni e le défaillance facendovi fronte con saggezza sconvolgente.

Guido Battaglia svolge del resto una professione, per sua stessa ammissione, che fa eccezione, essendo gli inventori di barzellette solitari e irreperibili, non avvezzi a mostrarsi: “l’autentico inventore di barzellette non racconta nulla in pubblico, anzi, si guarda bene dal mostrare la propria persona, assente com’è alle pulsioni del narcisismo dichiarato; un paradosso in epoca di esibizionismo, femminile e maschile, ostentato nei social della rete perfino in forma di reciprocità onanistica.” Nel libro non mancano parentesi, oltre a quelle incentrate sulle fragilità esistenziali, sulle nuove frontiere della comunicazione, la facilità di reperimento delle (dis)informazioni in rete così come l’apparente semplicità delle relazioni virtuali.

Tornando alla trama, Guido Battaglia, calato in un atmosfera sospesa e dopo che la collega di lavoro Valeria se n’è andata lasciandolo a “creare” da solo, viene incaricato da due bellissime ragazze misteriose di scrivere una barzelletta che possa salvare non solo la sua città ma tutte le città dall’assedio della peste nuova risollevandole dalle paure che il bacillo sconosciuto porta con sé. In cambio potrà godere dei loro favori sessuali. Alla fine ne uscirà una barzelletta della salvezza (che parlerà di sconfitta) e le ragazze sveleranno la loro identità.

Fulvio Abbate costruisce una storia dai tratti paradossali che si inserisce straordinariamente nella validità (ri)conosciuta del reale e il lettore, trascinato dal protagonista Battaglia vorrebbe quasi, leggendo, sperare in una risata liberatoria che possa risollevare la mente dall’oblio imposto dalla nuova peste. Ma non c’è niente da ridere, c’è semmai da sperare che si possa tornare quanto prima a sorridere.

Attraverso il personaggio di Guido Battaglia l’autore apre una riflessione profonda sul senso e il valore dello scrittore, dell’artista, che non teme di pronunciare le cose con il loro nome perché compito dello scrittore, e in questo Abbate è maestro, è guardare e narrare tutte le cose per ciò che sono, nel bene e nel male.

Silvia Castellani

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I fatti particolari mostrati in questa cronaca, presumibilmente esatta, sono avvenuti in una città ordinaria, simile a molte altre, popolata da individui segnati dai limiti, dalla volontà e dai convincimenti propri del genere umano. I nostri protagonisti raccontano le difficoltà nel custodire il talento che consente la sopravvivenza individuale, ma anche quanto l’assenza di questo, cioè del talento stesso, talvolta sia determinante per le proprie vittorie, sia in tempi non meno ordinari sia in una situazione di eccezionalità, come le circostanze imprevedibili e nient’affatto convenzionali determinate da una tragica epidemia.

Valeria, l’unica persona, fra tutte quelle frequentate, che abbia mai provato a suggerirmi un metodo per le nostre storie, Valeria, in grado di offrirmi soluzioni efficaci rispetto alla difficoltà dei tempi e del fare, ha lasciato la città poco prima che la prefettura rendesse visibile la propria e la nostra insignificanza davanti alla peste, così come i suoi comunicati. L’ho accompagnata alla stazione, e lei, intanto che mettevo in moto l’auto, si guardava intorno, scuoteva la testa, socchiudeva gli occhi, mi guardava di sbieco per riprendere a scuotere il capo.

Non avrebbe smesso di far così per tutto il percorso, Valeria, con il suo bagaglio essenziale, uno zaino da fuggiasca cosciente. Quel giorno, la fretta le aveva fatto sbavare il trucco sugli zigomi, l’ombretto verde che non le avevo mai visto mettere.

Valeria, mentre andava via, non rimpiangeva le occasioni perdute, il lavoro rimasto incompiuto sulla scrivania comune. In realtà, Valeria, quel primo pomeriggio di febbraio, era soltanto interessata a portare se stessa lontano dalla città. Nelle sue pupille scorreva soltanto la fuga dei platani lì sul corso.

Dopo che il suo treno veloce è scomparso dietro la schiera di caseggiati ospedalieri che fanno ala alla stazione, ho fatto ritorno a casa, mi sono seduto davanti alla finestra che mostrava gli edifici di fronte: domandandomi in che modo avrei, da solo, continuato il lavoro; il vento arruffava intanto le camicie bianche lì sul filo.

Poco lontano, il silenzio della grande caserma dell’Arma del genio, i magazzini sempre meno colmi di scorte, i generi di prima necessità cominciavano a mancare anche a loro; alcune compagnie del reggimento, iniziando da quella dei pontieri, erano addirittura state messe in quarantena; sebbene in mimetica ed elmetto, avranno avuto i miei stessi pensieri, le domande sospese che tutti condividevamo nelle prime settimane di epidemia. Forse perfino l’ufficiale di picchetto davanti alla porta carraia, sciarpa azzurra obliqua sull’uniforme cachi dai bottoni dorati, la pistola nella fondina di tela.

Non sapevo più su cosa scommettere, in che modo correre ai ripari, alla profilassi. Svolgevo un mestiere singolare, invisibile, forse. Che, sempre in quei giorni, ritenevo servisse a salvare nessuno, neppure ad abbattere una cavia, ancora meno riportare in vita una ragazza amata, amuleto femminile vivente della squadra di calcio locale.

Chiunque, poco importa se donna o uomo, di solito, in momenti simili, riesce a immaginare l’impegno straordinario di medici, rianimatori, tecnici di laboratorio, infermieri, addetti alle trasfusioni, anestesisti, infettivologi, pneumologi, e ancora ferriste, portantini o addirittura custodi delle camere mortuarie – che vanno avanti e indietro levigati dall’affanno, i camici bianchi o verdi da chirurghi, dentro le ambulanze – e perfino di chi un lavoro autentico, riconosciuto decoroso, non lo possiede, eppure si ritrova convocato comunque d’urgenza per assistere, per avere ragione di una vena che non si mostra in superficie, perfino di un’asola, o magari medicare una ferita, per scostare un sacchetto colmo di vomito, tollerando la vista del plasma che oscilla dentro la sacca di plastica. Ma non esisteva nessuno, in città, che sapesse spiegarsi che bisogno vi fosse di professionisti come me.

Paradossalmente, poteva darsi che questi dubbi avessero fondamento, almeno per chi voglia escludere l’immaginazione letteraria come scienza empirica per eccellenza: dal primo giorno del tempo, nulla si conosce degli inventori di storie, di più, di barzellette; né il domicilio né l’aspetto, e ancora meno la genesi dei loro pensieri, se davvero questi, nelle circostanze estreme, quando risuonano le sirene, sono in grado di produrre qualcosa di utile a se stessi e alle città. Eppure, tra loro, vanno ricordati i fratelli Marx – Groucho, Chico, Harpo, Zeppo e Gummo – e ancora, senza necessariamente risalire al Medioevo, alla novelletta allegra, al discorso burlesco, alle facezie, le arguzie, le freddure, il motto scherzoso, i favolatori buffoni, l’epigramma, gli aneddoti, le parabole, occorreva citare Ettore Petrolini, Achille Campanile con il suo Trattato delle barzellette, e Umberto Eco che si deliziava a raccontarle.

Nelle ultime settimane, mentre volontari ed esperti in epidemie si radunavano per cercare un riparo per i contagiati, fra le sirene bitonali della Croce e della Mezzaluna Rossa, a me personalmente restava la consolazione di passeggiare nelle piazze spopolate.

Passeggiate senza scopo, andavo soprattutto incontro allo sguardo altrui; ai loro occhi non avrei dovuto essere ancora lì incolume nella mia non necessaria pubblica esistenza.

Anche gli amici e le amiche di sempre: colleghi, vicini di casa, ex fidanzate, amanti occasionali, remote compagne di scuola, incontrandomi non potevano fare a meno di ripetere: “Guido, siamo sempre costrette a giustificarti, a difenderti, così sempre, così da una vita, non avresti almeno potuto scegliere un altro mestiere? Qualcosa di più semplice per farti accettare nella nostra società?”

“Facciamo che la prossima volta direte direttamente di vergognarvi di conoscermi, va bene?” rispondevo senza polemica.

Poi, d’abitudine, andavo scorrere con lo sguardo i giornali che, secondo un vicino, Salvo, sarebbero usciti ancora per poco, fino all’esaurimento delle scorte di carta. Nello stesso tempo, già che c’ero, ripensavo pure al mio lavoro, immaginando ogni genere di storia, possibilmente modeste, da accartocciare nel cestino subito dopo, cose che non sarebbero servite a sostenere l’umanità smarrita, immersa già nel timore panico che avevo intorno. Gli stessi che talvolta avrebbero dovuto soltanto tacere, posto che volentieri apprezzavano le storie dei miei colleghi più ordinari, banali, commerciali, professionisti non meno mediocri di me.

* * *

In un solo mese l’epidemia si è fatta pandemia, e ha conquistato, almeno per sé, sempre più certezze: gli obitori ricolmi di bare, salme in attesa delle cremazioni, il gasolio per praticarle ormai introvabile. Così fino a quando due sconosciute mi si sono accostate in strada, anzi, quasi mi sono venute addosso.

Forse però è il caso di procedere con ordine, senza fermo-immagine sulle ragazze comparse all’improvviso, tornando invece alla partenza di Valeria.

Sentivo un senso di pienezza espressiva insieme a lei, la ragazza possedeva le parole esatte per restituire le sensazioni, che è poi il senso stesso della cultura, della letteratura: dare un nome alle cose. La guardavo sempre in quei momenti, mentre pensava e un attimo riversava ogni idea su un foglietto, per poi metterla nel computer. Ancora adesso ripenso la sua mano accostata al mento e alle labbra. Noi seduti accanto, a mettere parola dopo parola, a cancellare intere frasi, riscrivere tutto daccapo, a dire: “Sì, ci siamo quasi, Valeria, stiamo per farcela, la vedo già, la vedo proprio, mi sembra una buona storia.”

È stato proprio in questo modo che abbiamo inventato decine di barzellette.

Ritenevamo potessero diventare presto da tutti risapute e propalate, leggendarie, le avremmo presto perse di vista, come accade sempre con le storie quando diventano patrimonio comune, quasi come i figli adolescenti quando escono da soli per la prima volta, e intanto i genitori, nella luce tardo pomeridiana, non vedendoli rincasare, fra mille timori e congetture tragiche, li immaginano già dentro i cassetti della morgue.

Ci eravamo conosciuti per caso perché, forse, il meraviglioso accade senza ordine apparente: in un locale minuscolo, trattoria senza pretese, colma già dalle prime ore di residenti del rione; alle pareti i ritratti dei genitori da anni deceduti, dei gestori, le foto con dedica di un trequartista e di un attore poco celebre che interpretava un tenente colonnello dei parà in un film. Le prime parole da un tavolo all’altro, e Valeria che rilancia facendo un segno affermativo con il capo, Valeria, cosa rara, quel primo giorno, possiede la semplicità di chi non sembra temere nulla, neppure il fraintendimento. Senza questa dote non mi sarebbe rimasta accanto per oltre tre anni.

Non ho mai voluto conoscere nulla della sua vita privata, e lei non ne parlava, le note essenziali: sapevo che aveva un uomo, alto, chiaro, con pochi capelli, così gentile con lei da sembrare un figlio minore; ogni fine settimana andavano via insieme a fare escursioni, la passione per la natura, ciò che personalmente mi ha sempre dato noia.

La ritrovavo il lunedì mattina, la sua voce al citofono: è lei, straripa di idee, Valeria, pronta ad accostarle, docile, sui file del computer. Non c’entrava il sentimento che esiste fra gli amanti; solo una volta, è vero, abbiamo fatto qualcos’altro: ci siamo spinti a scoprire le nostre labbra, ci siamo baciati, ho assaporato la sua saliva, la sua lingua di ragazza, ed è stato come fare ritorno alla meraviglia delle merende dell’infanzia, tutt’intorno un paesaggio di cabine d’azzurro cinerino, la spiaggia in attesa del giudizio universale, dell’autunno imminente, un bacio trattenuto e insieme impagabile, pura devozione.

Amavo soprattutto il suo sguardo sulle cose, anche le più inesistenti, soprattutto su quelle, le cose che attendevano ancora d’essere messe al mondo, come le nostre storie.

Poi Valeria ha scelto di partire, pensavo soltanto al vuoto che sarebbe rimasto nel nostro lavoro, senza mai scongiurarla, neppure dirle delle storie cui stavamo insieme lavorando.

E ignoravo ancora che sarebbe giunta l’epidemia.

Non avevo mai conosciuto un viso luminoso come il suo. Grazie a Valeria sembravano volare via le incertezze; a osservarci da dietro, eravamo un racconto del mondo nel quale bastava mostrare i capelli mossi dal vento sulla nuca per restituire senso alle cose.

Valeria mi stava seduta accanto, davanti al computer, nel mio appartamento: una scrivania, tre sedie e, fissato al muro, il ritaglio una riproduzione ordinaria, banale, di René Magritte: la tela di un paesaggio nel suo cavalletto sovrapposto a un paesaggio reale campestre: albero, uomo, carretto, sfondo, apoteosi bucolica, quiete apparente, se non certa; una bottiglia d’acqua e due bicchieri lì sul tavolo. Tanto basta d’arredo quando si lavora a una barzelletta.

Ora che le distanze sono davvero tali, penso che noi, gli inventori di storie, quando riusciamo nel nostro compito, le rare volte, dovrebbero premiarci e perfino proteggerci con il filo spinato, come le ambasciate dei paesi minacciati dai terroristi, concederci ogni lusso, ogni onorificenza, come credo spetti a chi lavora a rendere servigi allo Stato o sappia decifrare le cose della vita. Magari portando in visita alle nostre stanze intere scolaresche, facendole sostare in silenzio davanti alla nostra prima biro, servita a scrivere il cominciamento di tutto, la prima storia; e che nessuno rida, quasi fossimo alla festa del giorno iniziale del mondo, un istante prima dell’invenzione della scrittura stessa.

Lo stesso sarebbe presto accaduto davanti a una ragazza che provava a dare gioia e luce: la vita senza peste, se ciò è possibile nella nostra città, nelle città tutte, ovunque.

A essere sinceri, dovevo conoscere dall’inizio l’epilogo della nostra frequentazione. Valeria infatti, dal primo giorno, aveva detto che nei suoi piani, prima o poi, ci sarebbe stato un viaggio di studio, più reale delle nostre storie. Ancora adesso, se proprio devo contare il tempo, perché quando c’è la peste occorre, faccio ritorno all’anno I assente Valeria.

“Guido, faccia da prima volta in sala settoria” commentava lei lanciando il suo zaino nel bagagliaio, e non c’era già più, il suo viaggio era incominciato.

Le credevo, certamente sarei sopravvissuto, temevo però che l’avrei ritrovata, come dicono gli inventori di barzellette, in tempo non più utile, a epidemia già consumata, e noi con lei, magari proprio l’ultima settimana del mondo, quando, immenso, l’indice di Dio, se questi c’è, si sarebbe finalmente deciso a emergere dal fondo del suo oceano privato, e, come una freccia, dirigersi verso la foto dove siamo io e Valeria.

Un’istantanea, scattata a Parigi, davanti a una chiesa simile a una fortezza in cemento armato dai pinnacoli déco, in avenue Daumesmil, dedicata allo Spirito Santo, Valeria lì ha gli occhi socchiusi, non si capisce se stia ridendo oppure se lo scatto è venuto male. Quel giorno, è certo, l’indice di Dio alla fine indicherà me, infinitesimale e sfocato, in verità dirà: “Questo qui, se ricordo bene, si chiama Battaglia Guido, è l’inventore di barzellette. Non mi ha mai fatto ridere, eppure me ne voglio perché non l’ho mai protetto come meriterebbe, non me lo sono portato dietro neppure una volta, non gli ho regalato neanche un pennarello, ma adesso lo riconosco, adesso lo accolgo; ma Valeria, la sua socia, dov’è lei, dov’è finita Valeria?”

Si guarderà intorno, l’Altissimo, e neppure le sue mani, temo, sapranno ritrovarla.

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