Anteprima. Mauro Garofalo. Ballata per le nostre anime

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“Questa è la storia di un uomo tranquillo.

Padre di otto figli.

Onesto lavoratore.

Che un giorno imbracciò il fucile e uccise cinque uomini e due donne.”

Questo l’incipit del nuovo romanzo di Mauro Garofalo intitolato Ballata per le nostre anime in uscita a metà aprile con Mondadori che ha concesso a Satisfiction un estratto in esclusiva. Garofalo, già autore dei due romanzi Alla fine di ogni cosa e Il fuoco e la polvere per Frassinelli, in questo nuovo lavoro ci racconta la storia di una vendetta cruenta consumatasi alla vigilia della Grande Guerra con un gesto di giustizia personale che all’epoca dei fatti certuni intesero come una specie di “esplosione di libertà”. Non a caso, la storia vera di Simone Pianetti (questo il nome dell’uomo che la mattina del 13 luglio 1914 ammazzò a sangue freddo sette persone) è diventata nell’immaginario collettivo uno spauracchio legato ai torti dei potenti nei confronti della povera gente. “Ci vorrebbe il Pianetti” si sente ancora dire nei luoghi protagonisti della vicenda, quando c’è un’ingiustizia che non si ha la forza di riparare. La trama del romanzo, ispirato alla storia vera di Simone Pianetti, è un mix di cronaca e invenzione dove Garofalo, oltre a romanzare la vita del protagonista, lascia parlare alla stregua di una Spoon River, anche i morti ammazzati, con i loro ricordi, interrogativi e rimpianti, basando, come lo stesso autore spiega nel libro, la scrittura degli interludi sulle musiche di Nick Cave, Tom Waits, Fabrizio De André, così da “cercare un raccordo tra metrica e voce in relazione alla grande partitura delle esistenze di cui tutti, in qualche modo, facciamo parte – piante, rocce e animali compresi”.

Nei fatti, dopo gli omicidi compiuti a sangue freddo, Pianetti scomparve tra i monti della Val Brembana e non si sa in quanti lo abbiano aiutato a nascondersi dall’ingente dispiegamento di forze armate e non, impiegate per stanarlo (fu messa su di lui una taglia di 5mila lire); centinaia di uomini si misero sulle sue tracce nei boschi della bergamasca senza mai riuscire a prenderlo tanto che Pianetti è a tutt’oggi un “ricercato”. Il suo corpo non fu mai trovato e molteplici rimangono le ipotesi aperte che infittiscono e ne alimentano la leggenda. Secondo una di queste avrebbe cercato riparo in America, una terra a lui nota dove aveva vissuto da ragazzo lavorando nel commercio (ebbe a che fare con la mala vita locale che denunciò) e intessendo una relazione con una donna esile dai capelli rossi per poi abbandonarla insieme alle promesse di una terra lontana, lasciandosi alle spalle la possibilità di un futuro diverso. Raccontano, di Simone Pianetti, che nessun camoscio potesse sfuggire alla sua infallibile mira di cacciatore, che fosse un visionario, che la sua famiglia d’origine avesse stretto un patto col diavolo per garantirsi il successo negli affari, che sparò al proprio padre, mancandolo, per questioni legate all’eredità. Tante cose si raccontano di Simone Pianetti, ma una è la certezza: che quel giorno del 1914 di mattina presto uscì di casa, imbracciando il fucile, portando con sé una lista con su scritti i nomi dei suoi nemici e nel giro di poche ore ammazzò sette persone tra cui il medico, il giudice e il parroco del paese, visti come i responsabili della cospirazione che lo aveva fatto fallire negli affari. Garofalo racconta questa storia in forma di biografia romanzata, attraverso la mescolanza di accadimenti reali, dicerie e immaginario, offrendoci con una scrittura ampiamente documentata, un intenso ritratto del “vendicatore della Val Brembana” riportando così l’attenzione su una vicenda ricchissima di intrecci e avvolta nel mistero, una storia antica che ancora oggi a distanza di oltre cento anni, più che mai viva nell’immaginario collettivo, non può lasciare indifferenti.

“È arrivato con lo schioppo in mano e ha fatto fuoco.

Il sangue quando ti cola dalla tempia arriva subito agli occhi. È l’ultima immagine che ricordo del vostro mondo. Un’alba rossa lontana. Quel cielo vermiglio negli occhi.”

Silvia Castellani

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Di seguito l’estratto in esclusiva

La ballata del Pianetti

Pure, cosa ne sanno gli uomini. Delle montagne e il frinire dei grilli. Questa notte stellata. Del tasso lento sulla via. Il gufo dagli occhi incendiati sopra il ramo. Le mie mani che tremano. L’incavo del tronco, la corteccia, anelli che raccontano chi girava le viti del mondo, il mutare negli anni, le alluvioni subite dalla spugna della terra, non certo gli affanni degli uomini. La voce di questa e di tutte le notti. L’eco d’ogni Tempo.

Muoviamo passi sulla sabbia, calpestiamo esistenze come nulla fosse. Senza renderci conto della fragilità.

Il rumore del vento. Il profumo del pino mugo al Fojér. I nevai e i ghiaioni sulle cime. Il mio nome. Solo quello hanno avuto quando sono venuti a cercarmi. Trecento uomini e non sono serviti a niente. Trecento uomini e cavalli sudati dalla corsa e la frusta. Il tempo della caccia. Il comando e il dominio sull’altro. A me che per tutta la vita ho trattenuto il fiato. Quando tutti mentivano, scaltri, silenziosi, nell’ombra. Poi, più.

Ricordo la calma, e il silenzio subito dopo. Una pistola ha sei colpi. Ma un fucile lo ricarichi.

Alla fine sono caduti in sette. Avevo colpi per quaranta. Simone. Sei lettere, il mio nome. La croce sulle spalle. Pianetti. Otto, il destino che spinge e torna al luogo del cranio. Ne ho ammazzati sette. È vero. Gli ho sparato. E se un giorno qualcuno vorrà sapere, ditegli che non v’è ragione. Erano solo troppi tramonti. Su questi monti a raccogliere faggiole, abbrustolirle, il profumo di finto caffè versato dentro lo smalto delle scodelle all’alba, sotto le creste innevate.

Io la croce l’ho trasportata, forse avrei potuto dire no, voltarmi dall’altra parte, ma che avrebbero pensato.

La salita l’ho fatta. E forse per questo è rimasto addosso l’appiccico, lo sputo del dottore gli è costato caro. Poteva continuare a vendere sciroppi e a far cassa. Lui e il prete. Il ciabattino idem. Della Milesi che dire, mi spiace solo per il nipote. Ma poi tanto ci si scorda di tutto.

Volevo solo un posto, uno, nel mondo. E invece ho avuto l’inferno.

Queste mani ora di sangue hanno conosciuto la spremitura, il vino schietto dentro le botti, e l’americano da parlare coi clienti. C’ero stato bene in quella lingua, m’aveva insegnato parole nuove. Imparato un altro alfabeto, m’era sembrato persino d’esser diventato diverso.

Non cambia mai niente. Siamo tutti incastrati dentro il mondo. Tutta una vita ad aggiustare. Be’, non c’è niente da riparare. Non torti né ragioni. Vite nate storte, altre invece. Diritte solo per caso.

Corpi che crescono e si ammalano. Le api, il fruscio di questi rami che cadranno sotto i colpi dell’inverno. Il gracidare delle rane nere-arancio nei rigagnoli, e il mondo vegetale muto, il respiro delle piante che rubate ogni giorno.

Siete tutti ladri ma fate finta di niente.

Io l’ho capito. Verrà il giorno in cui voi, me, tutto diverrà passato. Le impronte dei camosci. Il corpo e il sangue. Ora che sono accucciato nel sottobosco, profumo di more, mi ricordo il Luigi, le sue bestie da latte, scuro di bolle, denso, ingrigito fino che diventa forma e crosta; il profumo di fieno del Formai de Mut del Luigi, che alla mattina s’alzava presto, entrava nelle stalle, bloccava il catino di legno con le gambe e riempiva la misura del giorno. Mai niente di più. Solo quello che serviva, niente d’avanzo.

La vita, io, la conosco così.

Forse è per questo, tutti a spartire l’aceto dall’acqua, l’olio dal vino.

Gli anni che passano e tutto si sfalda. I tempi non cambiano. Sono gli uomini. Io che non ho più una casa. Ma appartengo alla foresta. Ecco perché scomparire. Non per il reato. L’estinzione dei desideri. Non per la colpa. A me interessava dei miei figli soltanto. Con Nino, tanto, c’ho parlato. E allora non mi serve più niente. Quello che ha detto il ragazzo e il giudizio mio, non certo quello degli altri.

A estinguere una vita serve solo buona mira. E quella l’ho imparata dai cervi al mattino, il profilo nascosto dalla nebbia su queste valli, paesi-isola, macchie di caseggiati che punteggiano la roccia di strade e archi.

È tutto lontano, adesso. Sopra il faggio, un merlo schiocca e divora bacche e insetti. Dal Brembo sale il profumo e il fiume d’un tempo, l’umidità dei solchi che gli uomini scavano sotto il sole che li piega e secca, mentre i corsi d’acqua tagliano territori e diventano crepa, su questa geografia che è il corpo, di qui le storie che vi racconteranno e non saprete.

Perché di un uomo cosa dovete sapere, di ciò che ha respirato, e pensato, e visto, e provato? Delle mani che ha stretto e i greti silenziosi, le cavità di mogli a sgravare figlioli che, si dice, non sono mai tuoi ma sempre del mondo.

Erano sette e li ho uccisi.

Il mio crimine risuonerà dentro i gusci delle castagne e le vipere, sui canini gialli delle volpi, il malaugurio dei corvi. Brandelli di una vita e di tutte le estinte. «Folle» di- ranno. E pure, li ho visti. I paesi senza più anime. Gli alberi sterminati dalla burrasca. La moria degli insetti. Le città sommerse.

Chi sono stato, si domanderanno.

Stringo forte il fucile. L’odore ferroso e il mugghio basso del ventre della valle. M’è rimasto da imparare il vento. Mentre il lupo di fronte a me snuda le zanne. Ma io ho bossolo e ottone, calcio e grilletto. E un altro colpo ancora. Per lui o per me, devo ancora decidere.

Chi ha ucciso lo sarà a sua volta. Nella catena che ci lega tutti, sino alla fine dei tempi.

Tornato al bosco. Disperso, contenuto tra le radici degli alberi.

Sotto le piante, lontano dai rumori della macina di pietra che spacca costole e gambe, gli occhi abbassati sul fronte di ciò che avresti meritato.

Una locanda, un’idea, un respiro appena più lungo. E invece nemmeno quello.

E allora, mentre tutto finisce, e anche i morsi della guerra arrivano. Mentre le bombe cadono, uva a grappoli da questo cielo senza Dio, io che non sono stato padrone di niente, maledico e fuggo.

La guerra una questione privata tra gli altolocati d’ogni quartiere della vita, e noi ai sobborghi appena affacciati al balcone delle possibilità.

Se spari prima. Ti cercheranno ma non ti troveranno mai. Il vuoto a perdere dei giorni. Tutto si dissipa. Nulla conta.

Siamo stranieri, anime attaccate al corpo. Estranei nelle vite degli altri.

Cosa ne sai dei patemi di chi incontri. O i demoni. Le ombre al fondo. Il fosforo dei giorni. La fiamma accesa. Le tempeste inaffrontabili, maree contro le quali la forza dell’uomo è impotenza, debolezza sfibrata, muscoli assottigliati dall’esorbitante sforzo che occorre, a tutti, solo per restare a galla.

Ma vivere. Vivere non serve a niente. Al massimo ognuno è quel che è. Una parola, una fiammella accesa, e le candele dell’esistenza. Poi se parti e torni, mica è colpa di nessuno. Dovrei scendere tra i gorghi dell’Ade ora. Tradurli dallo

Stige alla terraferma, affinché anche il mio corpo possa tornare di carne e sangue. Uscire così, io stesso spettro, dalla fitta nebbia che mi ha accompagnato. Io reietto e fuggiasco. Simone Pianetti condannato in contumacia. Oggi non mi assolvo e mi consegno a voi.

Pure, mentre la foresta assorbe il silenzio, e la corolla di un botton d’oro si apre.

L’eterno riposo dona a noi condannati.

Come facciano i fiori a sapere in anticipo quando sarà primavera, vi chiedo.

Dove il segreto. E una domanda. Per essere felici, cosa serve?

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