Dio non esiste ma Woody c’è

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Ciao, mi chiamo Roberta e sono una WoodyAllenomane.

Di Woody ho letto tutti i libri, visto e rivisto tutti i film almeno una decina di volte l’uno, e per attutire i mean blues, le pesanti paturnie che in questi bui tempi ci divorano – quelle che Holly Golithly in Colazione da Tiffany di Truman Capote leniva andando dal famoso gioielliere di New York – io più sempliciotta mi sono sempre curata con la Woody-terapia immergendomi nel suo romantico, caustico, malinconico universo immaginario.

L’autobiografia di Woody Allen (no, non ha molestato la figlia) è arguta, sagace, dissacrante e immensamente ironica e consente d’immergersi in una bolla magica per sfuggire dalle grinfie di questa distopica realtà, del resto come scrive Woody: Mi pare che l’unica speranza dell’umanità risieda nell’illusione. Ho sempre odiato la realtà, ma è l’unico posto dove si trovino gustose ali di pollo.

Amo le sue battute – Alcuni vedono il bicchiere mezzo vuoto, altri lo vedono mezzo pieno. Io ho sempre visto la bara mezza piena – che in fatto di wit nulla hanno da invidiare a quelle di Oscar Wilde; gli indimenticabili personaggi femminili, che hanno valso alle sue attrici diverse nomination agli Oscar, su tutti il delizioso personaggio di Annie Hall, interpretato da Diane Keaton, compagna un tempo e amica da sempre alla quale Woody dedica parole di affetto e stima – Ci sono personalità che illuminano una stanza. La sua illuminava un viale – uno dei registi che più ha amato e rispettato le sue attrici, le sue produttrici, le sue collaboratrici (In quasi 60 anni di carriera, mai un cenno di presunti comportamenti inappropriati o abusivi dentro e fuori dal set); la sua fotografia, opera dei grandi maestri con i quali ha collaborato, tra cui Carlo di Palma e Vittorio Storace, che ci ha donato scorci leggendari della protagonista assoluta del suo cinema: la città di New York, suo grande amore, un amore irriconoscente quando il New York Times, testata un tempo venerata dal regista, si è scagliato contro di lui sul tema delle presunte molestie alla figlia; le scelte musicali dettate dalla sua passione per la musica, in particolare il jazz, che ha fatto di Woody un “non provetto” clarinettista, consentendogli il sublime piacere di esibirsi in tour in Europa.

Nei miei anni newyorchesi tentai di stanarlo andando al Michael’s Pub dove si esibiva ogni lunedì sera. Quella sera, e le altre volte che andai, non c’era. Ingollai dry martini al Carlyle Hotel fino a tramortirmi. Woody mi sfuggì anche lì. Cenai addirittura da Elaine’s – mitico ritrovo dello show-business frequentato da artisti del calibro di Norman Mailer, Tennessee Williams, Robert Altman, Nora Ephron, Simone de Beauvoir, Gore Vidal, Roman Polanski, tra gli altri – nella vana e insistente speranza d’incontrarlo. Mi capitò solo un conto stratosferico per una cena mediocre che da lestofante quale sono, passai subito al mio cavalier servente di allora. L’ironia della sorte mi portò a incrociare Woody e consorte, Soon-Yi, proprio giocando in casa: li vidi, infatti, nella blasonata via Montenapoleone a Milano. Riuscii solo a balbettare uno stringato “Thank You” quasi sul punto di svenire per l’emozione. Però mi sorrise!

Bando alla mie ciance aneddotiche, passiamo alla recensione. Il libro si apre con la dedica che Woody rivolge a Soon-Yi, sua moglie da oltre 20 anni. L’originale recita: For Soon-Yi, the best. I had her eating out of my hand and then I noticed my arm was missing (A Soon-Yi, la migliore. Mangiava dalla mia mano e poi mi accorsi che mi mancava il braccio). Sul libro, pubblicato da La Nave di Teseo, casa editrice che da oggi amo ancor di più, si legge: A Soon-Yi, la migliore. Pendeva dalle mie labbra e poi mi ha avuto in pugno. L’originale, a mio parere, è più “mordace”, nel vero senso della parola.

Le 400 pagine del libro si leggono tutte d’un fiato e preparatevi a ridacchiare assai, soprattutto nella prima parte dove Woody, nato Allan Steward Konisberg, racconta della sua pittoresca e spensierata infanzia su Avenue J a Brooklyn: Come il giovane Holden, non mi va di dilungarmi in tutte quelle stronzate alla David Copperfield, anche se in questo caso i miei genitori magari possono essere un soggetto più interessante del sottoscritto. Il padre era un donnaiolo, un guascone, un allibratore, uno che tirava a campare e lo sapeva fare bene, scucendo quattrini a qualche sprovveduto, sempre sul lastrico eppure sempre pronto a rifornire di pezzi da venti dollari il piccolo Allan. La madre, Netty Cherrie, era una gran lavoratrice, contabile per un negozio di fiori, prona al sacrificio, “non una gran bellezza” come ammette lo stesso Woody – la teoria freudiana secondo cui noi uomini desideriamo inconsciamente uccidere nostro padre e sposare nostra madre casca miseramente nel caso della mia genitrice – dotata di una capacità di lamentarsi che aveva elevato a forma d’arte. Cos’azzeccassero i due se lo domanda anche il figlio: Due persone che non c’entravano niente una con l’altra, come il protagonista di Bulli e Pupe e Hannah Arendt; non c’era nulla su cui andassero d’accordo, a parte Hitler e le mie pagelle.

L’infanzia del piccolo Konisberg trascorre felice nella chiassosa e riottosa famiglia ebrea ma già da bambino, Woody sogna le mille luci di Manhattan, che visita la prima volta a sette anni insieme al padre. L’incontro con le insegne luminose di Times Square folgora la sua già sfolgorane fantasia – cinema, sale da ballo donne eleganti, musicisti di strada – e inizia a sognare di abitare in un attico sull’Upper East Side e di sedurre donne con le quali bere un dry martini. Eh sì, come fece dire ad Alvy, protagonista del suo film Io & Annie, Woody non ha mai avuto una fase di latenza sessuale, come teorizzato da Freud.

Nel frattempo gioca a baseball – malgrado l’aspetto gracile, Woody è stato un bravo giocatore – si diletta con giochi di prestigio, legge fumetti e, al pari del padre, da cui dice di aver ereditato i geni della fraudolenza, spenna anche lui i polli, ossia intasca le paghette dei suoi coetanei con il gioco delle carte. Ma soprattutto si rifugia nelle sale cinematografiche, che gli consentono un escapismo dalla realtà e lo introducono al dorato mondo di Hollywood che rapisce e infarcisce la sua fantasia, grazie a sua cugina Rita che gli fa conoscere i film, le stelle del cinema, Hollywood. Se dovesse paragonarsi a uno dei suoi personaggi, Woody dice di sentirsi come Cecilia, interpretata da Mia Farrow, in La Rosa Purpurea del Cairo. L’umile ragazza dalla vita grigia che fugge al cinema per evadere dalla mediocrità del suo quotidiano.

È un ragazzino lentigginoso che ama i film, soprattutto le cosiddette champagne comedies, le ragazze bohémiennes, gli sport, odia la scuola e si strugge per un dry Martini. Il suo rapporto con la scuola e gli insegnanti è pessimo ma il piccolo Woody ha sempre saputo fare una cosa: scrivere e inventare storie. Arrivano le prime cotte e le prime delusioni amorose, che lo portano a definire teatro dell’assurdo i suoi goffi tentativi di seduzione. Woody si avvicina alla lettura, non più solo fumetti, solo per far colpo sulle ragazze carine e ammette il suo sincero disinteresse per le letture “alte” come scrive nel libro: Gente, state leggendo l’autobiografia di un misantropo ignorante e patito di gangster; di un solitario incolto … Incolto e per nulla interessato allo studio, sono cresciuto con tutte le premesse per diventare un buzzurro che se ne sta in poltrona davanti alla televisione, birra in mano e partita di football ad alto volume, paginoni di “Playboy” attaccati con lo scotch alla parete. Posso sfoggiare giacche di tweed come un professore di Oxford, ma dentro sono un barbaro. Non ho né intuizioni geniali né pensieri elevati, non capisco la maggior parte delle poesie più complesse della Vispa Teresa. Certo, porto un paio di occhiali con la montatura nera, e suppongo che siano loro a tenere viva questa leggenda, in combinazione con il talento di appropriarmi di citazioni di testi eruditi che vanno al di là della mia comprensione ma che possono essere usati nel mio lavoro per dare l’ingannevole impressione di essere più colto di quanto non sia.

La sua passione per le battute comiche e le barzellette lo porta a fiutare il mondo dello spettacolo e fa suo il mantra dello scrittore Max Shulman: Diventa ricco, dormi fino a tardi e fottili tutti. Un ambizioso programma di vita per un tredicenne ebreo dei tardi anni Quaranta. Il suo innato talento comico gli fa ottenere i primi ingaggi come battutista per le riviste di allora. Fu allora che decise di inventarsi un nome d’arte con cui firmare le sue battute, per schernirsi dall’essere riconosciuto. Malgrado l’ansia da prestazione e timidezza, Woody diventa cabarettista esibendosi nelle bettole bohémién del Village, al Bitter End, e autore comico. Ha solo 18 anni e guadagna il triplo dei suoi genitori.

Seguono due matrimoni, il secondo con il suo primo vero amore, l’attrice Louise Lasser, bipolare al cubo – C’erano le sue fasi maniacali, che potevano essere lusinghiere, dato che era una ragazza sexy e brillante. Certo, sembrava un po’ troppo sopra le righe, ma che ne sapevo io di disturbi bipolari? Nella mia famiglia le malattie mentali erano sconosciute, e non ci si preoccupava finché uno non correva nudo per strada brandendo una mannaia – sempre più lavoro e ingaggi su entrambe le coste degli Stati Uniti, sceneggiature per teatro e cinema, i primi film comici, il debutto come attore, la sua storia d’amore con la meravigliosa Diane Keaton con la quale strinse una lunga e duratura amicizia e un sodalizio lavorativo – la Keaton rimane una delle poche persone alle quali Woody chiede un’opinione sul suo lavoro – nonostante si sia portato a letto anche le altre due sorelle Keaton. Battuta: Complimenti al DNA di famiglia.

Una parte consistente del libro è purtroppo dedicata alla storia, ormai tristemente nota, della feroce separazione da Mia Farrow a seguito dell’esplosiva storia d’amore con la 21enne Soon-Yi, figlia adottiva dell’attrice e dell’ex marito il compositore André Previn, e relativa e vendicativa accusa di molestie sessuali ai danni della figlia Dylan, adottata da lei e Woody. Allen fu sottoposto a due indagini nel 1992 che non portarono mai a un processo perché le accuse di presunte molestie furono giudicate non credibili e possibilmente orchestrate dalla madre.

La Farrow, con la sua aria da fatina, di figli ne aveva ben 14, di cui 10 adottati e 4 biologici. Di questi, tre sono morti: uno suicida, una per apparente insufficienza cardiaca, anche se pare si sia trattato di overdose e un altro per complicazioni dovute all’AIDS. Altra notizia poco conosciuta della super mamma Mia è il tasso elevato di violenze, alcolismo, tossicodipendenza, problemi con la legge della famiglia Farrow: tra i suoi tre fratelli e le sue tre sorelle ci fu chi si suicidò, finì in manicomio o andò in prigione, come il fratello John Villers-Farrow, condannato nel 2013 a dieci anni di carcere per aver molestato due ragazzini minorenni.

Il karma è una bella stronza. E Mia è sempre stata bellissima.

Insomma, chi è senza peccato, scagli la prima pietra così finiamo tutti lapidati all’Intifada delle pietre. Io preferisco di gran lunga essere una “pietra rotolante”, sviluppare il mio pensiero critico senza censure e distinguere uomo e artista. Non mi soffermerò oltre sull’argomento perché si è sprecato il peggio inchiostro per ‘inchiostrare’ la reputazione, e la vita, di quest’ometto nevrotico pieno di fobie e dalla vita emotiva disastrata, sempre sul punto di perdere l’autocontrollo, un misantropo solitario e claustrofobico, inacidito, impeccabilmente pessimista. Recensioni ben più indolenti e scandalistiche hanno dedicato eccessivo spazio a questa piccante e peccante storia che ha trasformato il geniale scrittore e regista in un orco dato in pasto ai peggio tabloid, rendendolo a tutti gli effetti un paria. Un ruolo che gli si addice perché Woody si è sempre definito un misantropo: Malgrado il fango e una disastrosa immagine pubblica, in realtà essere un paria presenta alcuni lati positivi. Per esempio, non ti chiedono in continuazione di partecipare a talk-show, scrivere frasi di elogio per un libro, salvare le balene, pronunciare discorsi d’inizio anno. Hillary Clinton non ha voluto nemmeno accettare la donazione mia e di Soon-Yi per la sua campagna presidenziale, e non abbiamo potuto fare a meno di chiederci se con cinquemila dollari in più da spendere avrebbe potuto vincere in Pennsylvania, Michigan o Ohio.

L’intransigente deriva del movimento #MeToo, al pari di un morbo contagioso e nocivo, è sfociata in una lampante e allarmante censura preventiva, una sorta di Maccartismo sessuale. I film di Woody non sono distribuiti negli Stati Uniti e persino l’autobiografia non sarà pubblicata in America. Peggio per loro. Arraffino pure armi per difendersi ma non c’è difesa in grado di proteggere quanto la sagace e ironica intelligenza di cui Woody è un autentico ricetta-attore. Prepara la ricetta e la interpreta.

In Io e Annie, l’unico film che gli valse un Oscar nel 1977 – che lui non andò a ritirare detestando qualsiasi premio, nonché Los Angeles, e relativa presenza sul palcoscenico delle vanità, motivo per cui non ne vinse più un altro #sticazzi – Alvy, il protagonista, finisce a letto con una giornalista di Rolling Stone, la brava Shelley Duvall – più famosa per aver interpretato Wendy a cui Jack Torrance vuole spaccare la testa con l’ascia in Shining – nella fase post coitum gli dice: Il sesso con te è un’esperienza kafkiana. E te lo dico come complimento. La vita stessa di Woody è stata un’esperienza kafkiana ma almeno è stata condita dal suo humor tipicamente yiddish.

In un universo popolato da bigotti, fasulla apparenza e falsa modestia, nonché da dilagante ignoranza e tracotanza, Woody ha saputo narrare le nostre paure e ossessioni, le nostre bassezze e insofferenze, i nostri sentimentalismi, senza mai ergersi su un piedistallo di presunta superiorità ma sempre con e tra noi, lui il nevrotico per eccellenza.

Ha scritto e diretto cinquanta film, al ritmo di quasi uno all’anno, ha recitato in molti suoi film, ha battuto sceneggiature usando ancora la macchina da scrivere, non ha mai spedito un’email, ha ricevuto numerosi premi internazionali, di cui si meraviglia, adora sua moglie e le sue figlie, dai buffi nomi Bechet e Manzie (in onore rispettivamente del clarinettista Sidney Bechet e del musicista Manzie Johnson) e della posterità non gli importa un fico secco.

Oggi a 84 anni – Sono quasi arrivato a metà della mia vita. Non credendo in un aldilà, non vedo che cosa possa cambiare se verrò ricordato come un regista o come un pedofilo. Chiedo solo che le mie ceneri vengano sparse vicino a una farmacia – Woody non smette d’indispettire i suoi numerosissimi odiatori e detrattori, tra cui ingrati attoruncoli che hanno rinnegato i film girati con lui. Woody ha scritto un’altra sceneggiatura per un nuovo film – Rifkin’s Festival – e nonostante la difficoltà nel reperire attori che vogliano lavorare con lui (no comment), se anche non potesse più girare un film, continuerebbe a scrivere sceneggiature. E se nessuno volesse produrle, scriverà libri. E se ancora nessuno volesse pubblicarglieli, continuerà a scriverli. La maniacale passione per la scrittura l’ha sempre salvato dall’affogare nell’oceano di bullshit che l’ha sommerso, rifugiandosi in essa per riparare nella bolla della magia, come quando si dilettava a fare l’illusionista.

Ode inoltre alla sua intelligenza che l’ha portato a farsi un baffo delle critiche: La verità era che le critiche non mi tangevano. Ma questa è anche la mia fortuna. Bene o male che sia, vivo in una specie di bolla. Da decenni ho smesso di leggere cose su di me e non mi interessano le valutazioni o le analisi del mio lavoro fatte da altri. Può sembrare arrogante, ma non è così. Non mi considero superiore o distaccato, né ho un’opinione particolarmente elevata di quello che faccio. Danny Simon mi ha insegnato a seguire il mio giudizio, e non mi va di sprecare tempo prezioso in cose che possono diventare facilmente una distrazione. A mio avviso, se uno crede a ciò che leggeva nei tabloid, si merita la vita che fa.

Quello che rimane dalla lettura di questo libro è lo sconsiderato amore di Woody per la scrittura, per la magia, per il cinema, per il percorso creativo, per il jazz ma sopra ogni altra cosa per Soon-Yi, la ritardata, come la chiamava Mia, che ha dimostrato di essere l’esatto opposto: “un’avanzata” dotata di una tale resilienza umana, lei orfana coreana che a cinque anni viveva sulla strada, meglio descritta da questa frase: Non potrei sopravvivere una settimana in un campo di concentramento senza i cotton fioc. Soon-Yi, invece, dopo due giorni si farebbe portare la colazione a letto dalla Gestapo.

Penso spesso al giorno in cui Woody morirà. Immagino che forse ci pensi più lui, s’intende.

Non avrò più il suo film annuale da vedere all’Angelika Theater di NY. O all’Anteo di Milano!

Sentirò in maniera ancora più assordante e inquietante la vacuità dell’universo.

Mi consolerò a dry Martini ascoltando la sua musica, che mi ha accompagnato nel leggere il libro e nello scrivere questa recensione.

Per il resto, vorrei un giorno arrivare a scrivere un libro e concluderlo con le ultime parole di Woody: Qualunque cosa succederà ai miei lavori quando non ci sarò più, è assolutamente irrilevante. Quando sarò morto, immagino che quasi niente potrà darmi fastidio, compreso il soffiatore per foglie che usano i vicini. Per me il divertimento è stato nel fare le cose, ben pagato, circondato da uomini carismatici e di talento e da donne belle e di talento. Ho avuto la fortuna di essere dotato di senso dell’umorismo, altrimenti avrei rischiato di diventare un fenomeno da baraccone o uno pagato per piangere ai funerali. Mi considero in primo luogo uno scrittore, e questa è un’altra fortuna, dato che uno scrittore è libero di creare ciò che vuole e sceglie i propri orari. A volte penso che sarebbe divertente tornare sul palco a fare monologhi, ma è un’idea che svanisce in fretta. Di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia.

Con in sottofondo la giusta musica, con nell’animo un’immensa fantasia e sulle labbra un martini secco, verrete trasportati nella vecchia New York, nei teatri di Broadway, nelle bodegas di Brooklyn, nel raffinato Carlyle Hotel, sul boardwalk di Coney Island … In quest’apocalittica realtà, A Proposito di Niente vi farà viaggiare in un mondo dorato e indimenticato. E vi farà ridere perché questo libro aiuta a riderci sopra proprio ora che siamo sottosopra.

Roberta Denti

Recensione dell’autobiografia di Woody Allen dal titolo A proposito di niente (La Nave di Teseo, 2020).