Elena Orlando. A scuola di acronimi

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E’ un caos calmo ma solo all’apparenza. Migliaia di acronimi nuotano nel mare infinito dei nostri pensieri.  Quei nomi un po’ strambi e curiosi formati unendo le lettere o sillabe iniziali di più parole e per lo più scritti in neretto spesso diventano simpatici compagni di lettura, così discreti che a volte solo per decifrarli ci metti almeno mezz’ora.  Li troviamo dovunque, li leggiamo dappertutto, dalle riviste ai cartelloni pubblicitari, da internet ai social. E già da un po’ sono approdati perfino a scuola, con un super concentrato che rischia di gettare nel panico i più fedeli amanti delle belle parole.

Ebbene sì, specie nell’ultimo anno di pandemia e convivenza col Covid, la scuola ha spalancato  i cancelli agli acronimi, entrati di diritto in aule, collegi dei docenti, consigli di classe, verbali e videolezioni. Cominciamo con la DaD: ovvero, per chi ancora non lo sapesse, la tanto odiata “didattica a distanza” che ultimamente ha rivoluzionato luoghi, modi, tempi e ritmi dell’apprendimento scolastico. Più che una didattica coinvolgente e innovativa, il disperato tentativo di garantire il diritto allo studio in sicurezza, aggirando alla meno peggio l’ostacolo del rischio contagi.

DaD alternata a DDI: didattica digitale integrata, con la quale si intende quell’indefinibile ibrido tra lezioni da remoto svolte in piattaforma Zoom o Google Meet e lezioni in presenza, in uno slalom di turni e calendari che rischierebbe di mandare in tilt perfino Alexa. In buona sostanza, una modalità mista in cui la lezione tradizionale viene supportata da opportuni strumenti digitali. Inevitabile che l’adrenalina di alunni e professori s’infranga inesorabile tra un click e l’altro. Ma vuoi mettere l’emozione di ritrovarsi tutti collegati tra un mezzo sorriso e uno sbadiglio? Tutti lì, in quella magica stanza virtuale, pregando di non inciampare nell’eterno attimo di panico di una disconnessione improvvisa.  Forse “un’emozione da poco”, direbbe Anna Oxa. Ma in tempi di calma piatta, pur sempre un’emozione.

Del resto già dopo il primo lockdown siamo diventati tutti un po’ più smart. E lo smart working ha contagiato anche lo smart teaching: un meraviglioso modo di organizzare una lezione di 55 minuti, articolandola in attività ben precise che non possono esimersi dai 5 minuti iniziali di “contatto empatico” tra professore e studenti. Modalità on, connessione in banda larga (si fa per dire), test di verifica magari realizzato col vivace e colorato quizizz, autovalutazione e, infine, assegnazione di un “compito di realtà”. Eh già, ironia della sorte, si chiama proprio così la capacità che alla fine lo studente dovrà acquisire per aver saputo risolvere una situazione complessa e nuova, ma quanto più possibile vicina al mondo reale. Bel paradosso, per un alunno che nuota in un mare sempre più virtuale.

Nulla di nuovo, sotto il cielo buio e senza stelle dell’universo scolastico. Era il 2010 e un paio di acronimi avevano appena rivoluzionato corsi di formazione, programmazioni e verifiche con la catalogazione di studenti BES e DSA: un polverone che ha accecato migliaia di docenti costretti a incasellare alunni stranieri e con situazioni familiari difficili o coi più svariati disturbi di apprendimento, dedicando loro un PdP, una programmazione ad hoc che però non era un PEI per DA (programmazione individualizzata per alunni diversamente abili seguiti dal docente di Sostegno). Come dire alternativi ma non troppo.  Ma si sa, a scuola sono tutti alla disperata ricerca di soft skills, quelle competenze personali che valorizzano i singoli talenti e ti preparano alla vita professionale. Forse un po’ meno a quella personale, fatta di relazioni “mordi e fuggi” consumati a velocità 5G che non vadano oltre la soglia di quel contatto empatico al di fuori del quale poi ti becchi un sonoro “vaffa”.

Quindi non indignatevi se il DS (alias Dirigente scolastico, insomma il caro preside di una volta) deve pensare al RAV (il Rapporto di autovalutazione dell’istituto) e non ha più tempo per considerarvi anche solo dieci minuti ma, se siete fortunati, vi manderà una mail o al massimo un messaggio vocale, e un prof. si dispera nella solitudine infinita dei suoi link in agenda digitale e in segreto mappa la sua angoscia anziché la parabola discendente dell’Impero romano, magari tra un frammento di Saffo sulla passione amorosa e  frammenti di sé sparsi sul RE (registro elettronico).

Cari insegnanti, non gridate allo scandalo se i vostri allievi non sanno più argomentare e al posto di un saggio breve vi consegnano un testo di massimo dieci righe che sembra più un’accozzaglia indistinta di tweet.  Pazienza, andrà meglio al prossimo step.

Elena Orlando