La ruggente flapper

Nutro una dissoluta passione per comunione di lussuriosi sensi per le donne libere e scandalose del Ventesimo secolo, anime ribelli e pellegrine, dotate di notevoli appetiti sessuali, mosse da dirompente grinta e sostenute da inebriante autoironia. Nei ruggenti Venti in America fu coniato un termine per descrivere queste donne moderne e sopra le righe: flapper, donne indipendenti e gaudenti che amavano bere alcolici, vantavano una sessualità disinvolta, fumavano in pubblico, ascoltavano il jazz, ballavano il charleston, guidavano l’automobile e violavano le norme sociali del tempo.

Allo stesso modo, coltivo un irrefrenabile e spietato disprezzo per le donne fintamente trasgressive di questo plastico e spastico Ventunesimo secolo. Ogni fibra del mio nervoso ed esigente spirito è allergica al fake. Che si tratti di news, poppe od orgasmi.

Amo le donne che hanno sconvolto la morale dei benpensanti, rivoluzionato i costumi e rivendicato la propria natura indipendente in barba alle convenzioni sociali. Non per nulla scelsi di dedicare la mia tesi di laurea in lingue (what else?) e letterature (that else!) straniere al mastodontico e intimo Journal di Anaïs Nin, scritto senza tregua dal 1914 al 1974. 60 anni d’incessante scrittura autobiografica.

Negli anni Trenta Anaïs abitava a Parigi con il marito Hugo, devoto e noioso, come lo sono tutti i mariti innamorati, e s’incapricciò dello spiantato e seducente scrittore Henry Miller, che ai tempi per sbarcare il lunario prostituiva la sua penna redigendo pagine erotiche, pornografia d’antan, per perversi committenti. Il prezzo era di un dollaro a pagina. All’incirca il costo della cartella di un traduttore ai giorni nostri! Durante uno dei loro fuck-fest letterari, le giornate rubate alla quotidianità, intrise di vino, sesso e libri, durante le quali, negli intervalli degli amplessi, discorrevano di Dostoevsky e di D.H. Lawrence – questo sarebbe un festival da organizzare – Henry propose alla ancora timida, ma ebullient, Anaïs di scrivere lei i racconti erotici. Henry volle metterla alla prova, stuzzicandola a sostituire la sua scrittura uterina a quella fallica di Miller. Fu così che nacque la raccolta Il Delta di Venere, scritto sotto falso nome per un anonimo committente, The Collector, e pubblicato solo nel 1977 dopo la morte della scrittrice.


Ricordo quando m’imbattei nel peccaminoso libro. Correva l’anno 1991 e abitavo a Dublino quando la capitale irlandese era puzzolente, pericolosa e povera, ma dannatamente reale e umana. Me la intendevo con un(o più) intrigante musicista/barman (magic Irish combo), lo seguivo nelle sue gig e al Brussels Pub su Grafton Street gli scroccavo pinte di scura Guinness. I pub chiudevano alle 23. Non c’erano discoteche. Non c’erano droghe. Abitavamo nel quartiere georgiano accanto a un parchetto trafficato da donnine di strada. Non avevamo la TV. Lui lavorava un sacco. Io cazzeggiavo un sacco. Un pomeriggio vagando con i miei stivaloni di pelle in stile Courreges, miniabito floreale e capelli rigorosamente rosso henné, nella vetrina di una storica libreria, The Winding Stair, il mio curioso sguardo cadde su un’erotica copertina. Vi era ritratta una donna degli anni Venti con cloche, gonna al ginocchio e giarrettiere in bella mostra. Maliziosa entrai nella libreria, sfogliai il libro che subito acquistai. Tornai nel nostro lurido, sotto ogni aspetto, bugigattolo e iniziai la lettura. Il primo racconto s’intitolava The Hungarian Adventurer. Oggi nessuno mai avrebbe il perverso e corretto coraggio di pubblicarlo perché il racconto narrava di un avventuriero ungherese che in un albergo di fine secolo seduce e conduce due ninfette nella sua stanza, dove le convince giocando, giocoso, all’atto amoroso. Non spaccatemi i cabbasisi con le moderne e odierne regole del politicamente, sessualmente e blablabla corretto. Io posso solo raccontare come mi sentii quasi trent’anni fa leggendo l’erotismo della Nin, che prima di causare in me travolgente passione letteraria per la sua scrittura, provocò un sussultante brivido dei sensi che mi portò a toccarmi alla quarta pagina del primo racconto. Con una mano tenevo ferma la pagina, con gli occhi la divoravo e con l’altra mano indagavo il mio delta di Venere. E a ogni cambio di pagina, le mie dita penetravano più a fondo.

Oggi milioni di donne vanno in brodaglia di giuggiole per quella banale trilogia scritta male delle Sfumature della Cippa di Minchia. Perché non hanno mai letto i classici dell’erotismo. Perché vogliono un erotismo diluito per le masse. Provate a leggere D.H. Lawrence, a scoprire quanto fosse rivoluzionario L’Amante di Lady Chatterley (1928) in cui l’autore rivendicava per la sua protagonista, Connie, e per la donna nel suo insieme, il diritto al piacere sessuale. Nel caso specifico, una donna nobile, sposata a un ricco quanto noioso marito, perde la testa, ma soprattutto i sensi, per un guardiacaccia, ossia un membro della working class.

Per questo io, perversa ancella del desiderio, non mi posso contentare di un singolo uomo.

Uno lo voglio perché sa bene parlare.

Uno lo voglio perché sa bene scopare.

Esistono anche le eccezioni seppur …

Ho amanti interessanti con i quali discorrere a cena ma che non mi provocano alcun guizzo down under.

Ho amanti ruspanti con i quali l’idea della cena comprende solo il farsi scopare duro nel bagno del ristorante.

Non pretendo tutto da uno. E’ da folli e da “compromettenti”.

Io mi accontento, e godo assai, nella diversificazione.

Flapperly Yours Robbie

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Roberta Denti