L’Eden dei Lunatici. Intervista a Umberto Palazzo

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Umberto Palazzo (Vasto, 1964), cantautore, tra i fondatori dei Massimo Volume, frontman del Santo Niente, curatore della colonna sonora del film Jack Frusciante è uscito dal gruppo tratto dal romanzo di Enrico Brizzi, disc jockey nonché esperto conoscitore di musica, dopo sette anni di silenzio ha tirato fuori quello che a mio giudizio è il suo asso nella manica: il concept album L’Eden dei Lunatici, prodotto durante la quarantena causata dalla pandemia da COVID-19.

Flaiano ha scritto standosene a Roma, Fellini qui non è venuto mai. Il vitellone ingrassa e illanguidisce, rimpiange il figo d’oro che non fu.”

Un disco che ha tra i suoi punti di forza la coesistenza di due impulsi che potrebbero sembrare antitetici, ma che in realtà non si rivelano per niente in contrasto: guardarsi indietro per ricercare le lezioni del passato e, nel contempo, affondare i piedi nel presente, con gli occhi lucidi che scrutano attraverso gli scuri la trasmutazione del contemporaneo in futuro. Tutto il disco trasuda un senso di rimpianto per luoghi ed eventi che si vorrebbero rivivere, collocati nei periodi di vita trascorsi che ancora alitano sottopelle. Un album di antinomie, in cui la spensieratezza funky e la disco dance anni settanta si sposano finemente con testi dal sapore languoroso, fino a raggiungere vette di sentimentalismo toccante, che non tralascia mai una nota d’indispensabile ironia.

Come una guida turistica dall’incedere soppesato e la dissimulazione sorniona nel mostrarsi, Umberto Palazzo accompagna l’ascoltatore tra gli stabilimenti balneari della riviera abruzzese, tra suggestioni paesaggistiche e reminiscenze dal carattere autobiografico, che prorompono in un’introspezione emotiva capace di rivolgersi con autentica spontaneità a un sentire comune – il cosiddetto marchio di fabbrica del cantautore abruzzese.

Chi è cresciuto al mare è mezzo umano e mezzo pesce, non sarà mai uomo di città.”

Il fil rouge de L’Eden dei Lunatici – a mio avviso tra i migliori album della produzione di questo dinosauro del rock italico – non poteva che essere il mare, le cui onde, generate dalla corrente che colpisce il suo stato superficiale d’acqua, sanno definire meglio di qualsiasi altra cosa al mondo il percorso psicologico di un individuo nato e cresciuto in una località marittima, e, in questo caso, di un musicista da sempre attento ai cambiamenti dei contesti socioculturali.

Un’onda viene e un’onda va, poi torna l’onda e l’onda va.”

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Ascoltando il tuo ultimo disco, mi è venuto in mente il ritornello di una canzone degli Africa Unite che dice: “Perciò non cerco tensione / non ho più nulla da perdere / ma so che sotto pressione do il mio meglio e meglio sto.” Come si è concretata nella tua mente l’ideazione di un concept album così uniforme?

Decisamente a causa l’assenza di pressione. Il disco non lo aspettava nessuno e il lockdown solitario corrisponde a una totale mancanza di pressione da parte del resto dell’umanità. L’omogeneità dipende dal fatto che è stato fatto da zero in cinque settimane.

La tua discografia dimostra che sei un musicista dotato di numerosi registri, mentre il collante tra un album e l’altro rimane quel tuo modo di scrivere limpido ma allo stesso tempo crepuscolare, che poi è l’elemento che più di tutti riesce a restituirti quella riconoscibilità tanto ambita dagli artisti in generale. Parlaci dei tuoi modelli in letteratura e delle letture che ti hanno in qualche modo segnato.

Non ho modelli letterari, non scrivo né romanzi né poesie. Io scrivo canzoni, nella maniera tradizionale, cioè creo una melodia e poi devo inventarmi un testo che sia adatto alla melodia, che per me è più importante del testo perché viene prima e senza non c’è musica. Quindi i miei modelli sono autori di canzoni italiane, perché ovviamente non si può avere come modello uno che scrive in un’altra lingua, dato che gli puoi rubare qualche trucco narrativo, ma non la tecnica dell’adattare i suoni delle parole alla musica. Quindi i modelli sono quelli ovvi: Conte, De Gregori, Dalla, Graziani, Fossati, Capossela, De Andrè, Mogol, Panella, la canzone napoletana.

Cosa è cambiato nel tuo modo di concepire la realizzazione di un disco da quando eri un giovane musicista?

Tutto, ma cambio comunque a ogni disco. Non mi piace rifare cose, mi piace farle. Uscire dalla comfort zone è sempre la cosa più facilmente creativa che si possa fare, oltre che la più divertente. Che brutta deve essere la vita di quelli condannati a fare sempre lo stesso disco. Che noia.

Si può considerare la musica trap come l’equivalente del rock per le generazioni passate?

No, la trap non ha una narrazione che preveda la sua stessa sopravvivenza. Non è uno stile di vita, è una conseguenza di uno stile di vita. È capitalismo e consumismo nella sua forma più pura. Non voglio dire che il rock fosse comunista, non lo è mai stato, ma aveva valori “altri” rispetto al conformismo dei normali. La trap è conformismo, anche se il conformismo oggi è anche fare soldi facili spacciando. È socialmente accettabile. Essere squattrinati non lo è.

Quanto ti ha influenzato, sulla maniera di ideare e produrre, la musica napoletana? In Canzoni della notte e della controra, il tuo primo e magnifico disco solista, l’influsso era notevole.

Sono un mega fan della musica napoletana, ci sono lunghissimi periodi che non ascolto altro. Mi scappano spesso versi in napoletano. Ne adoro il suono.

Chi è il tuo musicista preferito del passato? E del presente, invece?

David Bowie. Dei vivi Dylan e gli Stones. Del presente non me ne importa più nulla.

Articolo e intervista di Roberto Addeo