Libera come te

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Quando decise di andare via di casa non lo fece a cuor leggero, ma cercò di assecondare un comportamento compulsivo di cui si compiaceva e che non aveva mai rinnegato: tutte le cose che era riuscita a fare bene erano infatti frutto del suo innato istinto.

Era una giovanissima mamma esemplare, quanto bastava per ritenersi forte, tenace e temprata alla vita; e se taluni hanno fissazioni da combattere, questo non sembrava il suo caso: la libertà non tuonava similmente a un tamburo rimbombante, bensì suonava suadente e melodica, ipnotica come una luce pulsante sul muro.

Se poi vogliamo dire che la sua stirpe non tendesse a mettersi al centro dell’universo, saremmo in errore: quello era infatti il suo unico vizio, un sano egocentrismo ereditato dai genitori e forse dai nonni. Nulla di particolarmente grave o irreversibile come una sventura, come diventare storpia a causa di un banale incidente stradale, essere egotisti significava solo non sperare o temere oltre le proprie possibilità. Nessuno della sua famiglia sperava oltre i soliti desideri e nessuno temeva l’ignoto.

L’ignoto.

Si può compiangere un ingenuo terrorizzato da un rumore improvviso, ma aver paura di quello che non si conosce è davvero possibile? Basta nascondersi, è semplice. Nascondersi e aspettare che tutto si calmi, in silenzio, per ore, rintanati sin tanto che non venisse fame, perché l’esigenza di mangiare (la caccia al cibo) è il più potente sedativo per le angosce.

La fame è il trampolino di lancio del coraggio… “Non permettere mai che qualcuno chiuda le porte!” diceva suo padre. “Le porte chiuse ti bloccano, non curano la fame e la noia e impediscono di scoprire quello che forse esiste.”

E fu per questo che forse esiste che scappò. Lo decise in un decimo di secondo e non ci pensò più, corsa dopo corsa, sino alla meraviglia, verso l’infanzia della scoperta, ai confini del che forse esiste.

Qualche giorno dopo quella fuga, Musetta ripensò al recente passato.

Sentiva ancora vicino il calore di sua figlia Mia: le sue zuccate, gli agguati, gli occhi strizzati per dire: “Ti amo mamma!”.

Il sonno aveva il suono delle fusa di Mia e il freddo riusciva a varcare il pelo senza il corpicino di Mia coricato a fianco. E poi Michela…

Musetta ricordava Michela: quel gatto gigante pieno di menomazioni che camminava su due zampe e afferrava gli oggetti. Le mancava il rumore di Michela: vocalizzi incomprensibili che le mettevano calma o agitazione ,a seconda del volume. Di Michela sentiva l’odore: pungente gelsomino, latte e sigaretta… Lo sentiva ancora lavandosi dietro alle orecchie, sulle zampe, sotto la pancia e forse altrove. Tutto quanto mangiava o beveva sapeva di lei, la strada era lei, ogni ramo era lei, ogni foglia era lei, ovunque era lei.

Per addormentarsi, Musetta si raccontava una fiaba, quella dei mostri sotto le coperte: lunghi serpenti che si muovevano a destra e a sinistra, salivano e sprofondavano! Che ridere… E che fatica!

Per svegliarsi, Musetta aspettava le campane dal cielo e per istinto cercava un letto su cui saltare e miagolare forte, ma non c’erano materassi se non quelli dell’erba del prato.

Per istinto… Sarebbe tornata indietro per istinto, se non fosse stato che l’istinto ora non lo voleva più. Viveva in una piccola comunità, densa della leggerezza di una colonia estiva (perché estate era) e qualsiasi fantasia adesso si mostrava in mille sentieri, senza più nessuna ossessione se non quelle scelte dal corpo prima che dalla testa.

Nel bene o nel male l’istinto era sempre stato in testa come un punto interrogativo o una risposta azzardata. Ora Musetta era ghiandole, viscere, cuore, polmoni, vibrisse, unghie: era libera.

Passarono mille giochi, decine di gatti, piattini e ciotole lasciati sui marciapiedi, lucertole e ragni, piogge e rifugi, richiami “micio, micio, micio”, pericoli e alberi. Passarono due anni e per due volte venne il sole caldo (molto caldo) e la sua vecchia casa si ripopolava di gente e ricordi. Come stava Michela? Come poteva essere la sensazione di tempesta che la sua mano riusciva a generare con le carezze?

Musetta decise dunque di avvicinarsi alla casa che fu, non tanto per ricevere un dono o del cibo, ma per vedere dove avesse lasciato l’istinto, per scambiare una nuova corsa con un vecchio ricordo, uno sguardo con uno sguardo.

Michela la vide e miagolò “Oh Dio!”. Musetta si fermò accanto a un ippocastano: ferma, serafica e immobile nel tempo tra ieri e domani.

È uno strano dolore la nostalgia: così dolce sentire vibrare il suo nome, così lontana Michela, nella sacralità dello spazio.

Lo spazio… lo spazio è il desiderio di non si sa cosa: impossibile immaginarlo, impossibile sognare la mancanza di quello che non avrai.

Musetta, Musetta amore! Fatti toccare piccina, vieni, torna a casa!” disse Michela con gli occhi lucidi.

E Musetta non si mosse, ma strizzò i suoi guardando Michela, lo fece due volte prima di allontanarsi, socchiuse gli occhi per dirle: “Ti amo mamma!” e ancora, un po’ più a lungo, per sussurrare “Ti amo ora! Fammi essere libera e lo sarai anche tu.”

Poi si girò lentamente e, zoppicando ma con passo sicuro, andò via, verso gli infiniti che forse esiste.

Angelo Orazio Pregoni