L’uomo delle stelle, diretto da Maynard James Keenan

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Maynard è l’uomo dei nostri tempi, non il padre putativo in cui riconoscersi ma la salvezza fatta uomo. Siamo distanti dai pilastri della terra ma vicini al principio di vita sulla terra. L’armonia degli opposti suona senz’altro meglio dell’originale A Perfect Union of Contrary Things, troppi intervalli irregolari e pause di contrapposizione tra quegli spazi. L’armonia è qui sinonimo di alchimia, gli opposti di ossimoro.

La copertina flessibile edita da Tsunami (travolgenti per pubblicazioni e carattere, osano hard-rock e metal nell’Italia ancora retrograda del 2019) ci rivela Maynard qual è, completo gessato a righine bordeaux che fa pandant con la camicia, cravatta poderosa, mezza cresta rasata e l’altra salice piangente alla sua destra. Sanguigno, postura sicura e napoleonica, una mano interno-giacca, pollice verso in mostra, sguardo oltre l’ignoto, mandibola serrata senza alcuno sforzo, occhiali da intellettuale dissidente.

Infanzia nel Midwest, esercito, scuola d’arte, il negozio di animali a Boston, il deserto dell’Arizona e il palcoscenico. Quanta carne al fuoco, quanta beltà. L’ordine delle corde è nelle mani di Sarah Jensen (Hygge: The Complete Book of Hygge To Discover The Danish Way To Live Happily nel suo recente passato), per cui una perfetta sconosciuta a cui è stato affidato questo oneroso amichevole compitino.

L’armonia degli opposti non si manifesta di certo dalla direzione opposta intrapresa dai predicatori-guru americani, forieri di tempeste d’urto da parte del Nostro, così focalizzato sul fare terra bruciata di questi esseri anti-cristiani proni e servi del dio denaro. Non-per-forza-cattolici ma per forza in opposizione alla mercificazione cristiana (vero Bergoglio?). La gesuitica e prevaricatrice messianità manageriale contadina a stelle e strisce muore sepolta sotto gli stivali di James Keenan. I testi dei Tool sono fortemente stratificati ed è inopinabile e dannatamente erroneo re-interpretarli come se dietro non ci fosse un lavoro di scrittura. In un gioco a specchi e back-flash forward queste pagine vomitano trascendenza, conoscenza e intima perlustrazione dell’universo uomo in tutta la sua esperienziale caduta e rinascita continua. La ricerca dell’identità, la caducità del trapasso da una fase all’altra, il peso delle parole e della voce, il loro ritmo e tonalità. Tutto in questo libro trasuda autenticità, tutte le 312 pagine brulicano di sostanza senza necessariamente risuonare come un mantra di scrittura criptica (come si pensava prima della pubblicazione).

Riflettere? Questo tomo fa riflettere come un film di cui si conosce solo la trama, ignorandone le conseguenze sulla coscienza emotiva nel perdurarne la visione. Mai alcun membro della band deve lasciar supporre che voglia primeggiare o rendersi protagonista arrogante di fronte alla platea, in questo atteggiamento e filosofia c’è tutta la magmatica presenza di Maynard, uomo di principi e prìncipi dai pensieri ben affilati. Egittologia, numerologia, occulto, umiltà, rispetto e umorismo, queste parole citate non a caso nel docu di cui parlo in seguito sono cardini del pensiero tooliano e maynardiano, qui non si narrano le vicende di un supereroe ma di un uomo qualunque pronto alle sfide. La sete della conoscenza primeggia. Un incoraggiamento a seguire i propri sogni, a tenere duro sempre e a lavorare senza sosta per raggiungere i propri obiettivi. Tool, che nel gergo militare indica una persona che tradisce anche i migliori amici per i propri interessi seguendo pedissequamente ogni singola regola che gli viene imposta dall’alto, vive grazie ad una perenne ricerca di risposte dal significato di ogni cosa toccata dall’uomo. Ciò che siamo è ciò che trasmettiamo al prossimo? Ciò che siamo è frutto di una casuale sequenzialità? Perché esiste un libro su Maynard James Keenan? Attore, performer, musicista, imprenditore, viticoltore, atleta, scrittore, quando possiedi tanta roba dentro devi sputarla fuori per intero o a spezzatini caldi se possibile. Momenti di sconforto si alternano ad altri di euphoria, le prime influenze hanno plasmato la sua vita e il suo lavoro. Prefazione di Alex Grey

(!!).Consigliato >> il documentario-intervista montato da Christopher DiCarlo, docente di filosofia e pensiero critico presso l’Università di Guelph (Canada). In facoltà sottopone in analisi ai propri studenti i testi musicali della band “Tool“.