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Massimiliano Santarossa inedito. Contro il pensiero unico “naturalmente progressista”

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Una quindicina di anni fa ebbi la malaugurata idea di scrivere un articolo di “critica letteraria”, (se così si poteva definire), dal titolo eloquente: “Il corpo dello scrittore”.

All’epoca, oggi ne sono abbastanza certo, non avevo né gli strumenti (di “penna” e di “calma” – vanno a braccetto le due cose, scoprii poi negli anni) né di “conoscenza” (anche questa va a braccetto con le precedenti “penna” e “calma”).

Tuttavia, anche se “Il corpo dello scrittore” m’aveva portato ben più critiche che approvazioni, anzi quasi unicamente critiche, ancor oggi non riesco a ripudiarlo, quel pensiero, per quanto “banale” possa apparirmi, diciamo dopo una certa anzianità da scrittore: mica alla carta d’identità, ma alla bibliografia sì.

Ma torniamo al punto.

L’articolo incriminato poggiava su un sunto: possibile immaginare, per esempio, i libri di David Foster Wallace scritti da uno senza quella fisicità americana, senza quella bandana e felpona con cappuccio, uno non con le Nike taglia 48 ma con dei mocassini e una cravatta regimental?

Di più. Immaginate i libri di Mauro Corona scritti da uno senza bandana (di nuovo! – ah, io sono quello del “cappellino rivoluzionario”, si dice), senza maglietta a maniche tagliate in mezzo alla neve, senza sigaro; ma con un bel cappotto nero su doppiopetto blu notte?

E avanti. Chi può pensare a Irvine Welsh differente da Irvine Welsh, cioè uno che volentieri lo aggiungi ai suoi antieroi di Trainspotting e non ti accorgi più chi è chi, chi scrive e chi si buca. E Christiane F. dello Zoo brava ragazza borghese col dono della scrittura impegnatissima al liceo, ve la vedete? E l’Hemingway delle zuffe coi Marlin blu da 90 chilogrammi, e il Bukowski delle sberle con Linda e le centomila altre dai “culi come una festa di muscoli”? Ma lo stesso Michel Houellebecq, oppure, attenzione attenzione, il Giacomo Leopardi che detestava le femmine (“non saranno mai all’altezza culturale degli uomini”) e la natura tutta; li vedete, sì, Houellebecq e Leopardi frequentare una palestra fitness a Parigi e Recanati?

Non mi dilungo naturalmente oltre, si capisce che la lista del “Corpo dello scrittore” la iniziamo qui e non la finiamo più, con tutto il carico di sorrisini e noia che ne segue.

Ora, perché questo lungo “prologo”?

Perché da qualche giorno, dopo alcune dichiarazioni che ho rilasciato alle Radio e Tv (sì, ci sono ricaduto, dopo dieci anni ho detto Sì a un paio di televisioni – “una cosa divertente che non rifarò mai più”, o almeno non prima di altri dieci anni) insomma da qualche giorno sono “sotto attacco” (scusate, rido da solo e di me, era una vita che volevo dirlo: “io sono sotto attacco!”).

Per aver detto più o meno questa banalità:

Ho letto il 73% delle opere di Philip Roth. Su tutti ho amato “Il teatro di Sabbath”, in particolare le parti dove il protagonista, la notte, sotto il temporale, va a masturbarsi sulla tomba della sua amante, tra fulmini, acqua e sperma sul marmo. In America hanno ritirato e mandato al macero la biografia di Roth, scritta da un giornalista che non conosco, denunciato per molestie. Bene. Ha vinto il perbenismo, ha vinto la morale, ha vinto il vuoto occidentale alla Murgia, Saviano, Gramellini & company. Io invece dico: W Céline, W Bukowski, W Miller, W Roth. E chi va a masturbarsi davanti le tombe, sotto quel diluvio che chiamiamo vita.”

E tal banalità (ero certo fosse una “banalità” – mi sbagliavo), ahimè, tornando al “prologo” richiama in causa alcuni intoccabili del Pensiero unico progressista, odierno e italiano.

Roberto Saviano, non aggiungo niente ribadendolo, ha avuto nel 2007 il merito di “Gomorra”, libro che come mezzo mondo sa gli ha aperto le autostrade della fama ma anche chiuso in una gabbia di sicurezza la sua libertà di uomo. Non voglio nemmeno immaginare la fatica di quella vita, solo un folle potrebbe invidiarla: o tutta di riflettori televisivi o tutta di nascondigli tra mura di sicurezza. E così mi sono chiesto, negli anni seguenti a Gomorra, guardandolo qui e là nelle dirette tivù con Fazio per esempio, di quel stupefacente suo eterno “Impegno”, e ancor maggiore incrollabile “Verità”, e mi ha sempre colpito del suo “corpo dello scrittore” (in verità mi inquieta) l’indice e il medio puntati diritti a favore di camera, cioè di occhi del pubblico (“so che tu mi stai guardando”, ripeterà spesso nei monologhi).

A ogni fine apparizione di Saviano, la domanda che mi rimaneva addosso era, puntuale: cosa ha a che vedere con la letteratura, tutto ciò?

Non è forse la letteratura (come ripeteva Pasolini – ecco perché Saviano gli è inavvicinabile) la prima a indagare, addirittura innalzare, il “dubbio”?

Michela Murgia, dopo il buon esordio del 2006 con “Il mondo deve sapere”, testo tragicomico e autobiografico di una telefonista precaria e l’ottimo “Accabadora” del 2009 sulle pratiche ancestrali di sortilegi, fatture e soprattutto sulla “morte pietosa”, anch’essa s’innalza prima al rango di intellettuale “politico” tanto da candidarsi nel 2014 alla presidenza della Sardegna, quanto al ruolo di Femminista estrema, sì, ribadisco il punto: “estrema”; conducendo quotidianamente tra social, saggi brevi, articoli, comparsate televisive, radiofoniche etc, una importante quanto incessante battaglia contro il maschio e le sue “pratiche”.

Ma pure qui insisto a chiedere: cosa ha da spartire anche questa “Verità” con la letteratura?

Siamo certi che tale “predicare” perenne, e sovraesposizione, aiuti un qualche cambiamento reale? O rimane puro contrasto? E con che utilità?

Motivo per cui Saviano, Murgia e moltissimi altri scrittori, scrittori non lo sono più.

Avvertiva Pasolini: “se fai la televisione diventi televisione”.

Naturalmente la questione va ben oltre sia al “prologo” di cui sopra, letterario, che alle brevissime prese in causa più politico/sociali di Saviano e Murgia (mi scusino, ma si sono auto-elevati a “intellettuali televisivi/predicatori”).

Il punto, possiamo chiamarlo “problema”, è che oggi si sono formati e saldati due Moloch, la destra reazionaria e fintamente stupida: “i negri ci rubano il lavoro”, “i negri ci invadono”, “i gay ci porteranno all’estinzione”, etc; e una sinistra ormai arroccata su posizioni che storicamente non le appartengono: “la salute prima di tutto”, “l’ignoranza (sotto sotto intende il popolo?) è fonte di ogni male”, e peggio ancora: “l’Europa è l’unica casa possibile”, “l’economia finanziaria è il nocciolo da cui rifondare la società” (intendono sempre l’Europa…), “non esistono diversità ma solo esseri umani” (che stupidaggine, non lo diceva forse in altro modo il fascismo?).

Ora, in questo paese che mai ha avuto lo slancio e il coraggio dell’unità (va ancora fatto tutto un discorso sulla “nazione italiana”, un discorso che rinviamo dal 1866), deficitario pertanto d’una vera cultura nazionale, avendo per decenni snobbato le infinite differenze geografiche, dialettali e d’abitudine quotidiana, su tutte la questione lavoro a Nord e a Sud, e non potendo più recuperare tale complessità (il mostro Europa ha divorato ogni idea di diversità!), corrono ai ripari appunto con il “Pensiero unico progressista”, che porta alla radice un “Bene di pensiero”, cioè, più sottilmente, una nuova “Educazione del popolo” attraverso il “buon uso” e le “buone parole” in tv, giornali, libri, arte e quella cosa ancora tutta incompiuta e priva di regole che sono i social network.

Non abbiamo fatto l’Italia (povero Mazzini!) eppure Saviano, Murgia, Fazio, Di Gregorio, etc etc etc… paiono assolutamente convinti di dover “fare gli italiani”, educandoli.

I maestri e gli scolaretti.

Prevedo tanti brutti voti in pagella.

Una nazione la si fa in non meno di cinque secoli, così dimostra la Storia.

Ci riaggiorniamo nel 2366.

#

Breve nota.

Torno al punto iniziale. All’epoca mi diedero del folle: “Ma come puoi pensare che per scrivere occorra aver vissuto?!”, mi urlarono a decine, forse centinaia, i colti d’Italia dopo aver letto “Il corpo dello scrittore”.

Come ho potuto? Semplicemente perché lo penso, e perché meno semplicemente l’ho vissuto.

Nel merito: mi permetto di consigliare un libro (a mio parere e di questi tempi poi!) particolarmente importante, certo per chi scrive, ma anche (soprattutto?) per chi legge:

Contro l’impegno, riflessioni sul Bene in letteratura” di Walter Siti.

Dove, scrupolosamente, l’autore ci mette in guardia dalla banalizzazione che produce il sovra-diffuso “Pensiero unico progressista”.

Massimiliano Santarossa

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