Rodrigo Hasbun. Gli anni invisibili

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Maggio 2016, salone del libro di Torino. Rodrigo Hasbun guarda il cellulare seduto su una sedia nello stand di Sur, indossa una camicia chiara a quadroni dal colletto aperto, ha un filo di barba e le spalle piegate in avanti, come se stesse proteggendo qualcosa. Si volta subito quando viene chiamato e mi stringe la mano con forza appena mi presento. Ho il libro Andarsene con me e gli chiedo se può autografarmelo ma lui invece mi propone di sederci e chiacchierare un po’. Siamo passati quasi subito dal mio stentato spagnolo all’inglese e abbiamo parlato per circa una mezz’oretta di letteratura, passando da Roberto Bolaño a Raymond Carver, da Ernesto Sabato a Juan Carlos Onetti e quando gli ho detto che non lo conoscevo mi confida che lui lo legge con la penna in mano, sottolineandolo integralmente e – delle volte – anche in ginocchio. Abbiamo riso entrambi. Quando sono andato via avevo in mano anche Gli addì di Juan Carlos Onetti.

Dopo il successo di Andarsene (2016), di Rodrigo Hasbun viene pubblicato anche Gli anni invisibili  (Sur 2020, traduzione di Giulia Zavagna) un romanzo generazionale sulle incognite e le incertezze del passaggio all’età adulta.

Il romanzo è un’estensione del racconto “Ladislao”, incluso in Los días más felices, pubblicato nel 2011 ma ancora inedito in Italia. In un’intervista al Librosyletras.com l’autore ha dichiarato: È una storia che ha continuato a girarmi intorno anche quando il racconto è stato pubblicato, e raccontarla – questa volta – in un romanzo mi ha offerto la possibilità di approfondire i personaggi, le loro avventure esteriori e le loro guerre interiori. Soprattutto, mi ha offerto la possibilità di vedere cosa è successo ai personaggi vent’anni dopo. Perché Gli anni invisibili è un contrasto tra ciò che chiamiamo passato e ciò che chiamiamo presente, un’indagine sul tempo e sulla memoria e su come affrontiamo entrambi.

Il romanzo infatti si sviluppa su due diversi piani temporali. Il primo è negli anni novanta in Cochabamba, città Boliviana, nel periodo silenzioso della tarda adolescenza, dove incontriamo – tra gli altri – Julián, il suo migliore amico Ladislao, un aspirante regista, affascinato dalle attenzioni della sua professoressa di inglese e Andrea che scopre di essere incinta. Il secondo è ad Houston, città statunitense, dove Julián e Andrea si ritrovano ventun anni dopo in un altro emisfero, e parlano del loro passato, il passato che Julián sta trasformando in romanzo che Andrea ha appena letto.

Di persona sembri più malmesso che nelle foto, meno in pace con te stesso. Hai troppi sensi di colpa e vuoi essere perdonato, nel tuo romanzo traspare molto chiaramente, anche se ti sforzi tanto di nasconderlo.

I due piani non si distinguono solo dall’ambito temporale, i fatti raccontati nell’ultimo anno di scuola in Bolivia appartengono al romanzo che Julián sta scrivendo sulla loro adolescenza. In questo modo Rodrigo Hasbun sofferma l’attenzione del lettore anche nelle differenza tra il ricordo e la realtà, le bugie e il desiderio di dimenticare.

A volte non sa se i ricordi che ha ancora di lui sono veri o falsi, se i ricordi in generale sono veri o falsi.

Trovo interessante come, in un mondo letterario concentrato sulle auto-fiction e sulla veridicità delle storie, Rodrigo Hasbun vada controcorrente, mettendo dubbi sul ricordo e quindi sullo stesso racconto del passato. La memoria, in questo romanzo, non è consolatoria ma misteriosa e instabile.

Se la struttura appare intricata, la scrittura di Hasbún è incredibilmente semplice e precisa. Capace di descrivere con chiarezza anche i momenti più complessi dell’adolescenza e quelli più silenziosi dell’età adulta. Rodrigo Hasbún non racconta solo una storia ma ci immerge il lettore dentro, come scrive María José Navia in Ojo Seco “leggere questo libro è un adattamento dei sensi, è abituare gli occhi all’oscurità delle sue profondità, dilettarsi delle scintille del linguaggio in esso, allenare l’orecchio a rispettare i mormorii e ad applaudire rumorosamente. Per continuare a leggere, sempre.”

Pagina dopo pagina, la curiosità di sapere quanto terribile è stato quel mese di marzo trascina il lettore fino all’ultimo capitolo, in cui la verità viene svelata con una forza narrativa indescrivibile.

A Torino nel 2014, quando l’ho salutato gli ho chiesto se chiacchierava così tanto con tutti quelli che gli compravano il romanzo o lo faceva solo perché – in realtà – ha una percentuale sulle vendite dei libri di Juan Carlos Onetti. Lui ha sorriso, si è passato una mano sulla barba e mi ha detto che prova sempre a fare due chiacchiere, perché dietro chiunque si può nascondere una frase perfetta o una trama particolare. È così che è nato Andarsene ed era sicuro che questo è uno dei modi più interessanti per scoprire nuove storie.

Sembra un modo straordinario anche a me.

Michele Crescenzo