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Tommaso Scotti anteprima. Le due morti del Signor Mihara

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L’ispettore Takeshi James Nishida della squadra Omicidi della Polizia di Tokyo è da oggi alla prese, dopo L’ombrello dell’Imperatore (Longanesi 2021), con Le due morti del Signor Mihara (Longanesi) il nuovo romanzo di Tommaso Scotti, scrittore italiano trasferitosi in Oriente dal 2010 ed oggi a Tokyo. In un disordine che chiede ossigeno sino ad “evaporare” l’ispettore, di padre giapponese e madre americana, non conosce paure nemmeno davanti a congetture incomprensibili. “Vent’anni trascorsi a fare il poliziotto avevano via via frantumato l’ordinaria definizione di assurdità, scolpendone pian piano una completamente nuova. Una in cui il confine che segnava i limiti della ragionevolezza era assai marcato”. Il suo occhio disilluso farà luce sull’omicidio di “una persona di un certo rilievo sociale”, un imprenditore finanziario in pensione, trovato senza vita nella sua lussuosa dimora, trafitto da un colpo di spada, “semplice ed elegante. Proprio come la morte verso cui conduceva”. Incongruenze nascoste tra le pieghe di cartelle cliniche porteranno Nishida, che mai si era “preoccupato troppo delle etichette”, e anzi era solito parlare “con rispetto a chi il suo rispetto se lo guadagnava”, verso identità che sfuggono al passato e al presente, come se mai fossero esistite. Con stile fluido e dialoghi sapientemente orchestrati l’autore mostra come la società giapponese è storia e attualità, spiazzante e lirica, non di facile comprensione, ma capace di coinvolgere.

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Foto Scotti (c) Marco Crisari – quadrata

La foresta respirava una gentile brezza primaverile. Sembrava dormire. Con una fitta rete di rami e foglie schermava l’azzurro del cielo sopra di lei. Un unico raggio di sole era riuscito a far breccia in quel muro andando a trafiggere una zolla verdissima ai piedi di un vecchio e nodoso hinoki.

La quiete era interrotta soltanto da un rumore di passi. Un ragazzo scolpiva l’unico ricordo della propria breve esistenza nelle impronte che stava lasciando sulla terra umida. Ma la foresta continuava a riposare indisturbata. Dopotutto, era stata lei a chiamarlo a se ́. Come una madre premurosa, lo aveva accolto tra mille forti braccia di legno. E con un canto millenario fatto di vento, odori e silenzio, lo aveva invitato a sognare con lei. Attendeva paziente che anche quel figlio scegliesse le fronde su cui addormentarsi.

Aokigahara, la piana di alloro, il mare di alberi. Nient’altro che appellativi innocenti dietro cui celare un universo di tormenti. Il vero nome di quella distesa verde era un altro: la foresta

dei suicidi. Lo sapevano tutti. Da sempre attirava disgraziati che, da ogni parte del paese, decidevano di recarsi lì per farla finita. Aokigahara era allo stesso tempo un miracolo naturalistico e un profondo pozzo oscuro in cui andava a convergere la più grande disperazione umana. Il giovane non sapeva né da quando né perché la gente avesse scelto quel luogo per andare ad ammazzarsi. Non gli interessava.

Era così e basta. Non c’era sempre bisogno di una spiegazione. Non più almeno. Dalla vita aveva ricevuto abbastanza calci, e non soltanto in senso figurato. L’ultimo, tra l’altro, gli aveva spaccato un sopracciglio. La ferita si era richiusa, ma sarebbe rimasta una brutta cicatrice. Non gli interessava nemmeno quello. Ora si stava lasciando annegare nel mare di alberi, e gli andava bene. Non era pentito, perché non ci sono scelte giuste o sbagliate. Ci sono soltanto scelte.

E adesso per lui non contava altro che la foresta, e gli infiniti bisbigli di vite passate che fischiavano tra i suoi rami e scorrevano lungo le sue radici. Altro non c’era, al di là del verde e dell’aria tersa del mattino. Altro non c’era, al di là di un ragazzo inghiottito da un oceano di foglie. Un ragazzo nato già morto. Altro non c’era, che il suo fantasma appeso a un ramo e quell’unico raggio di sole.

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