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Adelaida. Intervista ad Adriàn Bravi

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Per Le Tre Domande del Libraio su Satisfiction incontriamo, questa settimana, lo scrittore argentino, che da anni ha scelto di scrivere in italiano, Adrián Bravi per farci raccontare il suo ultimo romanzo dal titolo “Adelaida”, uscito per Nutrimenti il 9 febbraio. Il libro è stato proposto da parte di Romana Petri per la LXXVIII edizione del Premio Strega.

Adrián, ci eravamo lasciati con il magnifico “Verde Eldorado”, tuo decimo romanzo pubblicato per Nutrimenti nel luglio del 2022 e dove erano presenti molti temi della tua scrittura, quali la migrazione, il radicamento, la ricerca di un luogo d’adozione, la lingua. Nel nuovo romanzo (capace di sbalordire ancora una volta il libraio, appassionato da sempre alla tua scrittura e alle tue storie) troviamo l’amicizia, la memoria ma anche il racconto della dittatura e della letteratura argentina. Ci vuoi raccontare la prima immagine da cui sei partito e la necessità di portare a conoscenza dei lettori questa storia?

Se dovessi scegliere un’immagine da cui sono partito per raccontare questa storia penserei quella del monolocale dove abitava Adelaida. Un posto pieno di sculture, di piastre, di formelle, di disegni suoi, di quadri del padre, il pittore Lorenzo Gigli, di libri, di dischi e di appunti lasciati in ogni dove. Un monolocale che odorava di carta, vecchi libri e sigaretta. Scelgo quest’immagine perché Adelaida, in quel posto strapieno di cose, tutto colorato, custodiva con cura le sue assenze, il suo vuoto personale, le sue sofferenze. In un suo racconto aveva scritto questa frase che mi piace ricordare: le cose lasciate dai morti potrebbero ridursi, invece si moltiplicano, riempiono cassetti su cassetti e se i sopravvissuti non le bruciano, invadono anche i cassetti di quelli che non sono ancora morti. Le assenze crescevano sempre, quella dei suoi amici, ma soprattutto quella dei suoi figli desaparecidos, nel senso che ha provato a rappresentarle in tanti modi nelle sue opere. Era un monolocale situato sotto la Torre del passero solitario, a Recanati, dove l’ho conosciuta poco dopo essere arrivato in Italia e quando varcavo la soglia della porta non mi sembrava vero di entrare in quello spazio, che sembrava un pezzo della Buenos Aires che mi ero lasciato alle spalle, perché lì trovavo tanti libri di letteratura argentina, prime edizioni, ma soprattutto, tante storie che, in fondo, l’ho capito dopo, mi riguardavano da vicino. Ricordo una delle prime volte che ero andato a trovarla e il vicino sotto, un tipo poco raccomodabile e rosicone, urlava a squarciagola e batteva sul soffitto con il manico di una scopa. Lì per lì non avevo capivo che cosa stesse dicendo, quando, però, ho realizzato le ho chiesto: “Sbaglio o ti ha chiamata sgualdrina?”. “Mi chiama sempre così”. “E tu glielo permetti?”. “Me encanta! Sgualdrina è una bellissima parola, non so bene cosa vuol dire, immagino niente di piacevole, ma suona bene”, e la ripeteva mentre controllava un mezzo pollo che aveva messo in forno.

Nel libro ripercorri con amicizia le tappe della vita di una donna d’eccezione che hai conosciuto e di cui sei stato confidente. Mi piacerebbe che per i lettori forti, che numerosi seguono questo spazio su Satisfiction, tu raccontassi nel dettaglio la vicenda avventurosa di Adelaida Gigli, una donna che ha attraversato il novecento e gli inizi degli anni duemila tra due paesi, l’Argentina e l’Italia, ed è stata tante cose assieme, intellettuale, madre, rivoluzionaria, scrittrice e ceramista.

Adelaida ha conosciuto l’orrore delle dittature, soprattutto quella argentina, ha vissuto in prima persona la scomparsa dei suoi figli, Maria Adelaida, detta Mini, nel 1976, e quella di Lorenzo Ismael, quattro anni dopo. È stata una intellettuale importante tra gli anni ’50 e ’60. Insieme ad altri scrittori ha fondato, nel 1953, una rivista importante che è passata alla storia della letteratura argentina. È stata anche, insieme a Manuel Puig, José Bianco, Héctor Anabitarte, Juan José Sebreli, Néstor Perlongher e altri scrittori, una delle prime attiviste del Flh (Frente Liberación Homosexual). Alcune riunioni del Flh si svolgevano a casa sua. Nel 1973 si era unita a un gruppo di avvocati della Juventud peronista per chiedere l’amnistia dei prigionieri politici. In quell’occasione, Adelaida e altri membri del Flh, avevano chiesto di includere anche i carcerati omosessuali che erano stati arrestati per le loro scelte e per essersi esibiti in pubblico. Per lei avevano più forza le scelte sessuali di quelle politiche. Adelaida ha conosciuto l’esilio, la solitudine, la lontananza e la tragedia della dittatura di Videla, quella che l’attuale governo di destra di Milei cerca di minimizzare. Nella sua vita c’è un concentrato di storie che, credo, valesse la pena raccontare, in quanto esemplari, sia per capire la storia di quel paese martoriato che è stato l’Argentina, sia per entrare in punta di piedi nella vita di un’artista straordinaria, perché Adelaida è stata, soprattutto, un’artista che ha saputo declinare la sua tragedia personale attraverso le sue opere. Io ho avuto la fortuna di conoscerla, di frequentarla e di vedere, in parte, l’ultima fase del suo processo artistico, composto da diverse tappe.


Una donna fuori dal comune la tua Adelaida, pronta a nascondere armi e dissidenti nella sua casa, a ridere in faccia al potere, a ribellarsi alle convenzioni, a mostrarsi esuberante e dissacrante. Attraverso la sua storia, riesci a raccontare la capacità di non rassegnarsi ma anche le vicende politiche di un paese intero, gli anni della dittatura, l’impegno dei più giovani, il fermento intellettuale e la forza della letteratura argentina. Vogliamo suggerire, per stimolare la lettura ma anche per non dimenticare, in che modo vengono approfonditi alcuni di questi temi?

Come dicevo, scrivere su Adelaida e i suoi figli mi ha dato la possibilità di entrare nell’intimo della storia argentina e di osservarla dall’interno, attraverso i dettagli, perché, spesso, sono i dettagli di una vita che volgono verso l’esemplarità della storia. L’idea, soprattutto nella prima parte del libro, intitolata L’inatteso, in cui cerco di ricostruire le vicende della sua famiglia e dei suoi amici, era contestualizzare il più possibile il periodo in cui le ha toccato vivere, sia a lei, Adelaida, che ai suoi figli: come inizia la militanza di Mini, prima nelle Far (Fuerzas Armadas Revolucionarias) e poi nei Montoneros, e di Lorenzo Ismael; quale è stato il suo impegno politico, intellettuale e artistico. Non solo di lei, anche quella di suo padre, che lascia l’Italia per non impegnarsi con il fascismo e appena sbarca in Argentina trova il primo colpo di stato di quel paese, al quale ne seguiranno tanti altri, fino a quello più violento e atroce del 24 marzo 1976. La seconda parte del libro, invece, intitolata Il congedo, è ambientata perlopiù in Italia e, volendo sintetizzare, la potrei definire la storia di un’amicizia. Qui la biografia diventa più intima, con squarci autobiografici. Insomma, l’idea era declinare al singolare la tragedia di un paese e di un’intera generazione. Noi non scriviamo storie, ma vite, diceva Plutarco e io, la vita di Adelaida, ho cercato di vederla in questa prospettiva storica.

Buona lettura di “Adelaida” di Adrian Bravi

Antonello Saiz

 

Antonello Saiz

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