Jane Birkin. Post-Scriptum. Diario 1982-2013

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Che amaro déjà-vu … a distanza di un anno esatto dall’insorgenza del virus ci ritroviamo ancora rinchiusi e rincoglioniti davanti a schermi inermi attanagliati da preoccupazioni, ansie e frustrazioni. Ricordo con tagliente precisione l’incubo del primo lockdown, quando in preda ad angoscioso sgomento, GPS, direttore di Satisfiction, venne in mio aiuto letterario, e umano, dandomi da recensire in anteprima l’autobiografia dell’immenso Woody Allen, consapevole della mia smodata passione per il lestofante ebreo (cit.). Impaurita e solitaria mi lasciai trasportare nell’immaginifico cosmo Written & Directed by Woody, viaggiando nelle mille luci di Times Square e fantasticando di sorseggiare uno o più Martini al Carlyle, rapita dai suoi buffi e intensi ricordi e ristorata dalle note di Gershwin in sottofondo. Pertanto quando un paio di settimane fa mi è stato proposto di recensire il memoir dell’iconico sex-symbol degli anni Sessanta, Jane Birkin – attrice e cantante inglese, epitome della scena cool e glamour della Swinging London e compagna per oltre un decennio del maudit della musica francese, il cantautore Serge Gainsbourg – i miei vivaci e ribelli sensi letterari sono andati in sollucchero.

Avrei viaggiato nel tempo, immergendomi nel caotico ed erotico mondo della coppia più appassionata e scabrosa dei mitici Sixties, avrei curiosato nel loro intimo e sarei approdata in un altrove fatto di notti etiliche, d’incontri fugaci, di focosi duetti, carnali e musicali, di una passione estrema e conturbante. Post-Scriptum – Diario 1982-2013, uscito in Italia il 9 marzo (edizioni Clichy,  traduzione di Alessandra Aricò) copre la seconda parte – il primo volume Munkey Diaries – Diario 1957 – 1982 è uscito nel 2019, stessa edizione e traduttrice – del memoir autobiografico della Birkin, nata nel benestante quartiere di Chelsea, che a 21 anni conquista la fama in Francia innamorandosi del ragazzaccio della musica francese, il cantautore Serge Gainsbourg, di vent’anni più grande di lei.

La coppia radiosa e scandalosa – lui, l’eretico poeta sempre sul bicchiere e sulla sigaretta, lei, la petite Anglaise diafana e androgina – incarnava con provocante erotismo lo spirito ribelle e rivoluzionario degli anni Sessanta. La loro turbolenta storia d’amore durò tredici anni, in un appassionato sodalizio artistico/amoroso che li vide protagonisti di un audace duetto musicale in Je T’Aime Moi Non Plus (1969) scritto in origine da Gainsbourg per Brigitte Bardot, brano che fu condannato dal Vaticano e bandito dalle radio per i contenuti “sessualmente espliciti” e per il voluttuoso filo di voce, costellato di ansimi, sospiri e gemiti, dell’inglesina. Ancora oggi, a distanza di 50 anni, Jane Birkin è associata a quel particolare tipo di trasgressione, una maliziosa Lolita nell’immaginario pubblico.

Post-Scriptum inizia con Jane, fresca di separazione da Serge, con il quale ha generato la seconda figlia, Charlotte – la prima, Kate, nasce dal matrimonio con il compositore inglese John Barry – che è legata al regista Jacques Doillon con cui avrà la terza figlia, Lou. Il diario racconta l’intimo e inquieto rapporto tra lei e le figlie, lo stretto legame con la sua famiglia d’origine, le tournée e i viaggi in giro per il mondo, i dolori per le numerose perdite e le gioie per le nascite dei nipoti.

Il ritratto che esce dell’iconica Birkin, alla quale Hermés ha dedicato l’altrettanto leggendaria Birkin Bag, è quello di una donna romantica, naif, sensibile, tormentata, di una madre amorevole e scombussolata, legatissima alle tre figlie, ma soprattutto di una donna cronicamente insicura, intimamente disperata, che svela nel diario, a più riprese generando un effetto ridondante, un’assoluta assenza di autostima. Mi sento vecchia, senza nessuna bellezza, né dell’anima né del corpo, la mia bellezza mentale l’ho persa lasciando Serge. Posso amare solo le persone tormentate, io non posso amare o stimare me stessa, non posso resistere al mio male … Serge rimane sempre il suo rovello, il suo “paese”, dove tornare per morire, per sentirsi in pace: nessuno mi amerà mai come lui … ecco il mio dramma, e lo so. Uomo che ha lasciato per il disprezzo e il disgusto che provava per la sua arrogante superiorità, per la sua mancanza di umiltà, per la sua geniale sregolatezza ma che ricorda con malinconica benevolenza.

Nel libro, l’attrice si mette a nudo, svelando ogni sfumatura emotiva: insicura e infelice un giorno, entusiasta e appassionata quello dopo, passando attraverso attacchi d’isteria, scoppi di rabbia, lacrime e depressione. Stasera sono stremata dalla mia solitudine, mi sento morire per la mia mediocrità e per la mia non-personalità, penso di non essere niente, sono ossessionata dalle donne che mi piacciono più di me.  … Io amo le donne belle, ma loro mi fanno percepire la mia nullità … Io non mi amo, non riesco a guarire. Chi mai avrebbe pensato che una donna di tale bellezza e talento, con una vita così ricca di tutto, successo, fama, passione, potesse essere attanagliata da simili tribolazioni? Una donna che in ultima analisi vuole solo essere amata. Jane confessa di non essersi mai ripresa del tutto dalla rottura con Serge. Quando si lasciarono nel 1980, Jane racconta di come Serge le disse: Tu eri in declino e io stavo salendo la cima. Ma quando Serge muore a 62 anni nel maggio del 1991, il mondo di Jane sprofonda nel caos completo, nel silenzio, nell’oscurità. Solo quattro giorni dopo, perderà anche l’amatissimo padre David: in meno di una settimana vengono a mancare i due uomini più importanti della sua vita, che lei aveva amato incondizionatamente.

Gran parte di questa seconda parte è dedicata al tormentato rapporto con le tre figlie, avute da tre compagni diversi: la fotografa Kate Barry, nata dal suo primo matrimonio con il compositore inglese John Barry e morta nel 2013 dopo una caduta (incidente? Suicidio? L’enigma non viene sciolto) dal quarto piano del suo appartamento parigino; l’attrice Charlotte Gainsbourg, figlia di Serge e la modella Lou Doillon, avuta con il regista francese Jacques Doillon. Jane ricorda le liti con Kate teenager, una ribelle che marinava la scuola, faceva tardi la notte nei locali di Parigi, abusava di sostanze stupefacenti e le rubava gli abiti, finendo con lo scatenare furiose liti tra le due donne. O la figlia Charlotte che una volta disse di voler diventare un’attrice come mia mamma e un’ubriacona come mio padre, e Jane confessa di essere stata anche lei una forte bevitrice che, insieme a Serge, inscenava show alcolici per stemperare la noia di nottate trascorse insieme a una massa di persone irrilevanti.

Nel complesso, la scrittura risulta aneddotica e solipsistica, gravata da un’accozzaglia di informazioni che spesso non hanno senso o che comunque non sono d’interesse per il lettore. Sembra più un minestrone di parole, ahimè spiacevolmente insipido, e la delusione è maggiore perché non ci aspetterebbe di annoiarsi nel leggere le memorie di una vita così colma di tutto: eccessi, successi, amanti, viaggi… Quando si arriva all’epilogo del diario – Ho smesso di scrivere la sera dell’11 dicembre 2013 quando è morta mia figlia Kate… Come scrivere dopo questo? – si ravvisa quasi un sollievo e degli eccessivi e noiosi aneddoti personali non rimane dentro nulla. E’ un libro che si lascia deporre e dimenticare subito. Nulla a che vedere con la prosa poetica e il talento letterario di un’altra cantante icona degli anni Sessanta: Patti Smith, che consiglio appassionatamente e spassionatamente, perché i suoi memoir – tra tutti Just Kids sui suoi primi anni a New York e sul sodalizio sentimentale e artistico con Robert Mapplethorpe – rapiscono l’anima e si fanno rileggere ogni volta con lo stesso trasporto. Da accanita lettrice, che pretende dai “suoi” autori, non c’è cosa più spiacevole di rimanere delusa da un libro ricco di potenziale. Ho chiuso il libro fintanto incazzata per l’occasione mancata.  Quindi, seppur a malincuore, vi sconsiglio la lettura del fragile memoir della Birkin.

Roberta Denti

 

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