Oliviero Malaspina intervista Federico Sirianni

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Ciao Federico, come vedresti la tua collocazione nella tanto bistrattata (discograficamente), canzone d’autore?

Più che un cantautore mi definirei un equilibrista. Sto in bilico da quasi tre decenni su un filo teso che guarda lo strapiombo, dove da una parte ci sono la meraviglia, lo stupore, la gratificazione e dall’altra il disorientamento, l’incollocabilità e a volte la frustrazione. Finché riuscirò a camminare su questo filo con una certa disinvoltura porterò avanti questa mia condizione di commesso viaggiatore di canzoni.

Quando hai sentito che musica e parole pulsavano nel sangue?

Ho iniziato quasi senza accorgermene, mia madre è da sempre una fruitrice incallita di musica e in più cantava, il mio oggetto transazionale infantile era un mangiadischi azzurro in cui infilavo compulsivamente i 45 giri che trovavo a portata di mano.

Mio padre, che è stato un giornalista abbastanza famoso, era amico di tutti gli esponenti della scena musicale genovese. Per cui trovarsi in casa o a un tavolo di ristorante insieme a De André, Lauzi, Bindi, Paoli e i New Trolls era abbastanza normale. Scrivevo, sin da piccolo, sulla Olivetti Lettera 32 di mio padre, ho imparato lì sopra e con quel bellissimo strumento accompagnato da una chitarra o un pianoforte, ho composto, in anticipo sull’adolescenza, le mie prime orribili canzoni.

A scuola non ero un campione, tutt’altro, a volte avevo l’impressione che mi considerassero un ritardato o comunque un introverso estremo: stavo quasi sempre per fatti miei, i miei coetanei mi annoiavano e soltanto leggendo o ascoltando musica mi sentivo nei posti giusti. Quei lunghi momenti di solitudine pieni di libri e dischi furono fondamentali per la mia evoluzione di scrittore di canzoni; avevo le parole di Dylan appese alle pareti della stanza, quando incontrai Tom Waits fu come essere folgorato da un fulmine mentre nuoti al largo sotto la pioggia, Leonard Cohen fu quello che, citandolo, mi fece vedere la luce entrare dalle crepe.

Siamo più o meno intorno agli anni Novanta.

Sì, era l’inizio degli anni Novanta e a Genova stava nascendo una sorta di “nuova scuola dei cantautori” e il capostipite – chiamiamolo cosi – era una nostra vecchia conoscenza, Max Manfredi, di cui diventai da subito, molto amico.

La sua scrittura così diversa dai canoni della canzone (anche d’autore) italiana mi affascinava molto: passavamo le sere a casa del pianista Marco Spiccio a bere grappa e a “ scambiarci “ le canzoni. In quegli anni Genova era musicalmente molto viva, si suonava tantissimo live, le notti non finivano mai, io alternavo un’attività giornalistica per far piacere a mio padre con l’occupazione all’Università e i concerti nei locali.

Parliamo dei tuoi esordi?

La prima volta che ho pensato realmente di avercela fatta è stata quando nel 1993, Amilcare Rambaldi mi volle al Tenco. Attenzione, non mi volle il Tenco (infatti non ho vinto alcuna Targa o Premio), mi volle proprio Amilcare Rambaldi sul palco.

In realtà la strada sarebbe stata molto più lunga e irta di ostacoli di quanto pensassi, tanto che ci misi quasi dieci anni a pubblicare il primo disco Onde clandestine grazie a Giangilberto Monti che fu produttore del progetto. La mia non è una storia da mainnstream, è una storia di lavoro e fatica, è una storia di costruzioni , di obiettivi da raggiungere passo dopo passo, scalino dopo scalino, è una storia bellissima di cerchi che hanno cominciato a chiudersi, di appassionati conquistati chilometro dopo chilometro, concerto dopo concerto. In ogni caso ho avuto molti riconoscimenti, il Premio della critica a Musicultura nel 2004, il Premio Bindi nel 2008, il Premio Lunezia Doc nel 2010 e poi, di recente, la menzione speciale del Tenco per la manifestazione Musica contro le mafie.

Credo di essere un vero “indie”, nel senso di indipendente, di outsider, non ovviamente nell’accezione di genere musicale accezione, tra l’altro condivisa solo qui in Italia. Il mio disco Il Santo, uscito nel 2016, ha venduto quasi cinquemila copie, quasi tutte nel corso dei concerti; sono cifre abbastanza straordinarie per il mondo musicale contemporaneo, ma è come se questo fenomeno (perché di fenomeno si tratta, così come il fatto che negli ultimi tempi il mio numero di concerti annuale supera il centinaio) fosse assolutamente clandestino.

Tocchiamo un tasto dolente, la situazione attuale.

La situazione attuale, con le misure anti virus, le chiusure, le isterie di massa, non è proprio l’ideale per chi fa questo mestiere; nonostante tutto è in uscita ad inizio 2021 il mio nuovo album MAQROLL, ispirato al marinaio gabbiere raccontato dallo scrittore colombiano Alvaro Mutis nei suoi romanzi. E’ un album che ha come tema l’incollocabilità (ne abbiamo parlato all’inizio) e come testimone, il gabbiere, ovvero quel marinaio che gestisce tutto il sistema delle vele e, lavorando sull’albero più alto della nave, vede le cose prima degli altri; Maqroll è sempre in cerca di una partenza nuova, di una avventura impossibile, di un naufragio certo.

C’è anche un legame, con il mio illustrissimo concittadino Fabrizio De André, di cui ho parlato negli ultimi cinque anni, nei teatri, nelle scuole in tutta Italia in uno spettacolo a lui dedicato; Faber ha chiuso il suo monumentale testamento musicale con le parole di Mutis, cantate nella Smisurata Preghiera, il mio Maqroll riannoda quel filo interrotto, riprendendo i versi di Mutis come ispirazione per questo nuovo viaggio musicale.

Come hai concepito il disco strutturalmente?

E’ un disco molto diverso dai precedenti, un disco che ha il rumore di fondo del mare e in cui ho voluto usare per la prima volta l’elettronica a far da sfondo agli strumenti più classici: chitarre, pianoforte, archi. Ed è un disco fortemente letterario, io lo definisco “novecentesco” anche per la sua natura di concept album, sicuramente poco in linea con lo scenario della musica d’autore contemporanea.

E’ qualcosa di cui sono molto orgoglioso, venderà pochissimo ma credo sia il mio lavoro migliore, sicuramente quello che più mi rappresenta.

Ti auguriamo tante soddisfazioni, io, Satisfiction e i lettori.

Intervista a cura di Oliviero Malaspina