Pretend it’s a life

Sono rientrata alla base milanese dopo aver trascorso tutto l’autunno sull’isola che c’è, riparata dal virus e ristorata dal vulcano, dalla natura e dall’amore. L’atterraggio nella “normalità” è stato un hard landing, scombussolante e snervante. Sballottati tra chiusure, restrizioni, limitazioni, in città non ci resta che pretendere di avere una vita sospesa e in attesa. L’unica attesa che riesco a concepire e sopportare è la futura apertura dei confini regionali per schiodare le mie toniche chiappe e riportarle a sentierare sulle pendici del vulcano.

Pertanto, anch’io ho ceduto alla dittatura dell’entertainment on demand per distrarmi dalla realtà. Non guardo la TV da anni. Almeno l’infodemia può essere eliminata con un semplice click. The End. Mi informo con la rassegnazione stampa e me ne sto beatamente e coscientemente alla larga dai talk-sciò con protagonisti nani e ballerine. Non me ne fotte un cazzo. Possiedo abbastanza buon senso – sull’isola anche buon sesso, mmm… – da sapere come proteggermi. E non permetto all’alluvione di (dis)informazione di travolgere la mia lisergica mente. Il compianto scrittore e filosofo milanese Franco Bolelli già nel 1994, data di uscita del suo libro Le nuove droghe. Dalla sintesi vegetale all’estasi sintetica (Castelvecchi) scriveva: «Oggi che la mente è il campo in cui si gioca il superbowl comunicativo, produttivo, tecnologico e umano, abbiamo bisogno di allargare il nostro kit mentale, le nostre facoltà di scegliere e sintetizzare, le nostre energie di creazione».

Bolelli parla di multiphrenia, ovvero l’incapacità di prendere decisioni sotto l’assedio di miriadi di segnali, perché la capacità di codificarle è la sola condizione per non essere preda dell’ansia, dell’impotenza e dell’irrigidimento cognitivo. Non stupisce quindi come in questi apocalittici tempi di costante e ossessionante informazione stiamo tutti andando fuori di testa.

Nel selezionare tra la moltitudine di spettacoli in offerta, scanso subito qualsiasi serie amorosa che mi fa solo girare le palle e non certo sospirare in attesa del belloccio di turno che venga a stordirmi i sensi. Per una passion-junkie del mio calibro o roba vera tangibile e toccabile o niente.

Detesto le sfumature. Soprattutto quelle grigio massa.

Amo le serie caustiche, ironiche, irriverenti e fuori dagli schemi. Just like me. È così che mi sono imbattuta in Pretend It’s A City, una serie a metà tra il documentario e la stand-up comedy, diretta da Martin Scorsese e dedicata alla leggendaria figura della maitresse-à-penser newyorchese per eccellenza: Fran Lebowitz, una new yorker nel midollo.

«Scrittrice inattiva – il suo ultimo libro risale al 1994 –  intellettuale ebrea e omosessuale, comica e opinionista (“I have no power but I am filled with opinions”), lettrice onnivora da quando aveva sette anni, testimone oculare di una New York che non c’è più, icona di stile al di sopra di qualsiasi tendenza, tabagista impenitente, attrice occasionale, Lebowitz è tante cose e nessuna di queste coincide con una professione. Nata a Morristown, New Jersey, nel 1950 da una coppia di ebrei russi immigrati, si trasferisce a New York non appena ha l’età legale per farlo, con duecento dollari in tasca e nessuna conoscenza. Per mantenersi fa tantissimi lavori: donna delle pulizie negli alberghi, autista, venditrice ambulante, taxista (l’unica donna nella NY dei primi Settanta e pertanto emarginata e guardata con sospetto dai colleghi).

A ventun’anni comincia a collaborare come columnist per Interview e ci rimane per undici anni, anche se confessa di non essere mai andata d’accordo con Andy Warhol. I suoi libri più importanti – Metropolitan Life, pubblicato nel 1978, e Social Studies, 1981 – sono raccolte di saggi usciti sui magazine con i quali collaborava: è qui che si forma il suo stile – caustico, spudorato e politicamente scorretto – e che Lebowitz diventa un personaggio pubblico. Ne emerge il ritratto di una sorta di tardo-luddista, che non possiede un computer, un telefono cellulare né tantomeno un abbonamento a Netflix, una misantropa snob che dichiara candidamente di non andare al cinema perché non sopporta i suoi simili e di detestare i voli di linea per la stessa ragione» (fonte Wired).

Per tutto il tempo si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una donna libera, che non fa nulla per piacere agli altri, ed è una sensazione elettrizzante in un’epoca in cui ogni contenuto viene sapientemente creato e condiviso per ingraziarsi un pubblico. That’s my kind of gal! Una donna dotata di graffiante e beffarda ironia, capace di sfornare a raffica battute calzanti e al vetriolo, con quello spiccato wit tipicamente Jewish à la Woody Allen, altro eccellente newyorchese.

In attesa di riprendere le nostre vite interrotte, dobbiamo “pretend it’s a life”, fingere che questa che stiamo vivendo sia una vita… Mah, per quanto avvezza a pretendere, incespico nel fingere che questa lo sia. Pertanto, invece di tediare con l’abominevole noia/preoccupazione/frustrazione/disperazione, che ormai sono nostre compagne esistenziali, io preferisco tornare con la mente e la penna, impossibilitata a farlo fisicamente, alla mia lunga love-story con la città dalle mille luci, che nel 2020 per la prima volta in oltre trent’anni ho mancato di visitare.

New York, la città che non dorme mai perché troppo impegnata a peccare. Dal tramonto all’alba e dall’alba al tramonto, la Big Apple stuzzica il palato sensoriale con un susseguirsi frenetico di incontri/scontri tra corpi, culture, razze, religioni, la mecca assoluta e dissoluta di qualsiasi peccatore con tanto di pedigree. La città dalle mille luci non soffre di ipocrisia sessuale, anzi s’offre come una eccitante e variopinta FuckLand, dove cogliere qualsiasi frutto proibito. Sarà forse un caso che sia soprannominata la Grande Mela? Da addentare fino all’ultimo morso. Vanto una inossidabile e ininterrotta lust-story con l’inebriante città che visitai per la prima volta nel pericoloso 1987: a quindici anni, scappai dalla boaring school, più che altro boring school nel ricco Connecticut, e sbarcai dal bus Greyhound, quello del levriero, per concedermi una giornata di folle libertà a Times Square – negli anni Settanta soprannominato The Deuce, quartiere a luci rosse, lurido ricettacolo di prostitute, spacciatori, drogati e cinema a luci rosse, una girandola di lucine al neon, insegne XXX, lestofanti e traffichini.

Ricordo che pensai: «I Love New York».

Negli anni Novanta, vi feci ritorno per studiare al college dove mi innamorai di un fascinoso indiano dalla folta chioma corvina, con cui vissi una intensa e appassionata stagione d’amore, sperimentando peripezie esotiche ed erotiche. Il bel Sandokan praticava il sesso tantrico mentre io, Like a Virgin, ero reduce da una deludente esperienza con un frettoloso “stallone” italiano, alla faccia del detto Italians do it better. Insomma, vissi una sorta di mal di fuso sessuale, passando da sveltine precoci a maratone tantriche. Io e Vikram abitavamo a pochi isolati da Harlem, dove ci lanciavamo in scorribande nei club di musica jazz – slang per energia, vigore, anche sessuale – tra cui l’iconico Apollo Theater, teatro per eccellenza dei musicisti di colore, e The Birdland, altro storico locale. Dopo l’11 settembre, tornai in una NY post-apocalittica – il motto allora divenne I Love NY More Than Ever – e mi trasferii nel gaio quartiere di Chelsea, popolato da variopinta umanità: gay, queer, trans… a pochi isolati dal Meatpacking District, un tempo zonaccia battuta da battone. Il mio bugigattolo si trovava vicino al leggendario Chelsea Hotel, dove commisi stupefacenti atti impuri, (in)degno tributo alla rockeggiante e decadente eredità del mitico luogo che negli anni 60/70 fu la tana di una miriade di artisti, musicisti e scrittori, tra cui Janis Joplin, Bob Dylan, Patti Smith, Robert Mapplethorpe, Leonard Cohen, Jack Kerouac , i seguaci della Factory di Andy Warhol ecc.

Nonostante l’immane tragedia, o forse proprio in reazione a essa, quel periodo fu denso di umanità, solidarietà e spassoso sesso. Il sesso era l’unico antidoto alla distruzione, primordiale istinto basico ed elisir vitale.

Inoltre, allo scoccare del Terzo Millennio non eravamo ancora rapiti dagli inermi schermi digitali e non ricorrevamo ad App per cuccare, ma ci APPlicavamo a rincorrerci per le strade, in metropolitana, nei locali, dove il bizzarro crogiolo multietnico si accoppiava per scacciare paure e malinconie. Per innamorarsi, godere e vivere appieno e in pieno quello storico momento che sconvolse il mondo.

Oggi Times-Are-A-Changin’ nella massiccia iper-gentrificazione che ha trasformato Gotham City in una Disneyland a uso, abuso e soprattutto consumo di superricchi e turisti, privata del “seedy underbelly”, il suo ventre molle e poco raccomandabile, che fu il fulcro delle correnti artistiche, musicali e letterarie del secolo passato. Ciononostante, io, sua devota amante peccatrice, continuo a percorrerla sul viale dei ricordi, ascoltando musica – dalla struggente Billie Holiday alla combattiva Patti Smith – e immaginando i tempi passati, della città e miei.

Nelle mie Walk on the Wild Side mi è capitato di incrociare sia Patti sia Lou.

Ode alla vecchia Nuova York.

Roberta Denti