SATISFICTION SLUTEVER

Quest’articolo è stato scritto da Karley Sciortino autrice del blog Slutever, di una sex-column per Vogue America, scrittrice del libro Slutever: Dispatches from a Sexually Autonomous Woman in a Post-Shame World con una serie su VICELAND.

La traduzione invece è farina del mio sacco, essendo oltre che traditrice, anche traduttrice.

Auguri da una donna da marciapiede

VITTIMA A CHI?!

Se sei una donna sessualmente curiosa, oltre a essere etichettata come una puttana, un altro disdicevole refrain è: “Sei sicura di volerlo fare?” Tra le mie greatest-hit annovero: sei sicura di voler scopare quella coppia sposata? Sei sicura di voler andare a quella festa di scambisti? Sei sicura di voler far la pipì nella bocca di quell’avvocato per 200 dollari? Ovviamente l’implicazione è sempre la stessa: perché potrebbe non piacerti! Tuttavia mi vien da dire … ok, e allora?

Come donne, siamo portate a credere che un’esperienza sessuale negativa possa risultare devastante: insomma, se qualche stronzo supera uno dei nostri limiti sessuali, o se abbandoniamo un’orgia sentendoci grasse e a disagio invece di uscirne illuminate, potremmo non riprenderci mai più. Perché mai le donne devono sempre essere “vittime” del sesso? Come mai mentre in quasi ogni altro campo della nostra vita siamo incoraggiate a correre dei rischi e a sperimentare cose nuove – farsi avanti e giocare duro – quando si tratta di sesso, invece, la storia diventa “Fate attenzione o finirete traumatizzate o ammazzate”? Simili idee di sventura si trasformano in profezie che si avverano, alimentando un tipo di fragilità sessuale che non penso sia salutare.

E’ vero che il sesso può comportare elevati rischi. Le cose possono andare male. La gente ne esce ferita. Ma solo perché ho avuto una brutta esperienza sessuale questo non significa che io sia distrutta. Vuol dire che saprò come evitare quella determinata situazione in futuro. Nella mia vita ho fatto parecchie cose che ho poi scoperto che non mi piacevano: ad esempio quando ho permesso al mio ragazzo di legarmi a una specchiera mentre lo guardavo fare sesso con la mia migliore amica. Com’era prevedibile, fu un’esperienza assolutamente pessima, ma almeno posso dire di averla provata, no? Il punto è che nella vita ci sono cose ben peggiori di una brutta esperienza sessuale (ad esempio i postumi di una sonora sbornia).

Non c’è dubbio che la molestia sessuale sia qualcosa di reale e non dovrebbe essere tollerata in nessuna circostanza. Ma la molestia è separata dal concetto di vittimismo. Sentirsi vittima è uno stato mentale soggettivo. Vedetela in questo modo: agli uomini è insegnato che non esiste qualcosa come un’esperienza sessuale negativa. Sin da piccoli, ai ragazzi in pratica viene detto che qualsiasi tipo di sesso va bene; di prendere ciò che possono e che persino un pompino fatto male è meglio di un pompino non fatto. In pratica l’unica esperienza sessuale quasi negativa che vedrete mai sperimentare a un uomo in un film è la classica situazione di un tipo che viene ingannato a fare sesso con una donna grassa o brutta; il che, ovviamente, non è mai traumatico per lui ma piuttosto un incontro comico che costituisce ottimo materiale per farsi quattro risate con gli amici il mattino dopo. Tuttavia quando una donna è costretta a fare sesso, passa il resto del film a piangere nella doccia e a sviluppare un banale autolesionismo in stile anni Novanta.

Non è un segreto che la sessualità femminile sia stata a lungo controllata. Ma oggi abbiamo creato un ambiente dove la sessualità maschile (presumibilmente predatoria) dev’essere controllata e la sessualità femminile (presumibilmente passiva) dev’essere protetta; cosa che a me sembra altrettanto tragica. Al centro della narrativa sul vittimismo c’è una premessa familiare e deplorevole: l’idea che facendo sesso, gli uomini ottengono qualcosa, mentre le donne rinunciano a qualcosa. E’ un concetto superato, offensivo e psicologicamente distruttivo per le donne perché ha il potere d’indurre, sbagliando, le ragazze a credere che avere un’esperienza sessuale imperfetta significhi aver perso una parte di se stesse. Hellooo! Compatire e vittimizzare le donne non ci aiuta; porta solo a rigettare l’importanza dell’assertività sessuale femminile.

A metà anni Sessanta, negli Stati Uniti le università istituirono un coprifuoco per le studentesse mentre i maschi potevano starsene fuori fino a quando gli garbava. Fu allora che una fazione del movimento femminista, in parte capitanato da Camille Paglia – la controversa femminista, accademica e scrittrice che a quei tempi era una studentessa universitaria – lottò per ottenere le stesse libertà di cui godevano gli uomini. Rigettarono il bisogno di protezioni speciali, pretendendo invece di gestire in maniera autonoma la propria vita privata. Le donne dicevano: “Dateci la libertà di rischiare lo stupro.” Naturalmente è una cosa che fa sobbalzare. Ma il punto che volevano sottolineare rimane rilevante ancora oggi: preferiremmo essere libere al mondo e accettare qualsiasi rischio connesso piuttosto di essere intrappolare al chiuso, intrecciandoci a vicenda i capelli come passive Rapunzel.

Nella nostra giustizia di Millennial con risvegliata coscienza da social-media, gli uomini non hanno alcuna scusante quando si tratta di non avere una profonda comprensione delle sfumature del consenso. Oggi più che mai dovremmo ritenere gli uomini responsabili delle loro azioni e di uno standard sessuale più elevato. Tuttavia, come donne, torniamo bambine quando non ci prendiamo la responsabilità delle nostre azioni in camera da letto. Dobbiamo essere in grado di valutare la differenza tra molestia e disagio. Naturalmente non sto dicendo che se siete vittime di un abuso sessuale dovete semplicemente “superare la cosa.” (E’ importante sottolineare come spesso le persone che hanno subito un abuso sessuale preferiscono definirsi “sopravvissute” invece di “vittime” nel tentativo di prendere le distanze dall’idea della vittima femminile passiva). Tuttavia decidiamo noi a quali momenti della nostra vita dare peso. Siamo noi a scrivere la nostra narrativa. Possiamo decidere di farci definire dalle nostre peggiori esperienze – di diventare vittime invece di sopravvissute – o al contrario, dopo che è successo qualcosa di brutto, possiamo imparare da quell’esperienza e voltare pagina. Perché essere una fragile vittima non si addice certo alla puttana moderna.

Se voglio raccogliere i frutti del mio essere una puttana moderna, devo avere la pelle dura. Se voglio la libertà sessuale, devo essere in grado di dire no. Il potere di una puttana sta nella libertà ma anche nell’assumersi la responsabilità. Il mondo non è un luogo sicuro. Non esiste una cosa come il sesso sicuro. Non siamo vittime. Siamo predatori.

Roberta Denti