VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 9

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La luce e la visione

Marzo spesso dimenticava la sua luce, oltre le nubi proteiformi che sfuggivano sopra la cima dei palazzi. Sedevo sotto il medesimo arco che anticipava la galleria buia, frequentata dopo una certa ora, il pomeriggio.

Non c’è una domanda esistenziale riconducibile a quegli anni. Interrogarsi sulla felicità era una gran perdita di tempo, non era una questione relativa alle ragazze. Le ragazze ridevano spesso, con il terrore rappreso da qualche parte, in un luogo ameno che provvidenzialmente chiamiamo anima o risorsa dello spirito. Il luogo ameno era tenuto nel suo recinto. Lì, buono, non insorgeva, anche se avrebbe dovuto.

La risorsa dello spirito sovviene nel tempo, nella mestizia benevola del perdono che tutto riordina, ogni errore chiamato inciampo diventa la roccia dove inerpicarsi, fino alla possibile conversione, nel digrignare viltà che permettono di mondare la crepa.

La viltà non è una risorsa deteriore. Essere vili o guardare nel focus sbagliato. Un giorno la vita ti strizzerà, come il morto con la stricnina. Ti strizzerà la vita, la tua viltà sarà la lama che arrota, un rullo acuminato che ti invita ad attraversarlo, ti ferirà ai fianchi, come stringere una corda, l’immagine biblica dell’uomo che stringe la corda di iuta ai fianchi.

Gornemant, nel romanzo di Tom Harper, esorta l’uomo che difenderà la sua purezza a stringere la tunica ai fianchi.

Ho in mente una immagine di sacrificio, ma nel romanzo di Tom Harper non troverei forse la corrispondenza innocente e di arrendevolezza caparbia, fiera.

La viltà si è trasformata per me. Ho smesso di centrare il focus inesatto, eppure, guardandovi, oggi, ho rimediato la consapevolezza: era una parabola ben strutturata. Capisco che serviva.

Le ragazze ridevano per nulla. Monica indossava vestiti costosi. Monica era un simbolo, desolante crepa di inutilità. La crepa dove un giorno avremmo potuto tuttavia sorprendere le nostre irragionevolezze lievitare verso forme ineffabili portatrici di stravolgimenti, fatti che avremmo assolto, nella nostra vita, per rimediare un che di buono. Dalla volgarità di una evidenza, l’ordinarietà, la grettezza, un quartiere, a una maturità da redivive, sopravvissute a una pochezza serrata di opportunità, difficilmente potremmo rivendicare desideri equiparabili a ambizioni notevoli, da brave ragazze. Le brave ragazze studiano, suonano il piano.

Non frequentano la scuola del piccolo Bronx.

Qualcosa di buono.

Le ragazze non sanno che farsene degli altri. Sono nella solitudine perfetta. Egolatre. Non sanno di esserlo.

Monica indossa pantaloni di pelle, camicie di raso. A volte è eccessiva, circense.

È veramente tragica. Potrebbe tranquillamente esibire il volto di Pierrot. La malinconia che alimenta la fiamma viva, l’alveo dove conservare il bruciante inganno. Conservarlo per vestirlo come un’imbracatura. Non hai più niente, ragazza.

Mormori la tua litania. Irrisolvibile.

Lei, Monica, aspetta. Un uomo. Deve essere diverso stavolta, confida alle altre. Diverso come l’amore.

Sai bene che non esiste, l’amore, non esattamente come il confine che si getta nel tuo.

Dico a Monica: non esserne sicura.

Lei chiede: di cosa?

Non esser sicura di trovarlo l’amore, capisci?

Il tossico esce dal fondaco del barbiere. Si è appena rasato. Adesso andrà a farsi. Una spada.

Adesso deve cercare il tizio. Il tizio con la roba.

Tutto questo mentre Monica aspetta qualcuno, l’amore, e le nubi sono dense e il bianco è prossimo a macchiarsi, mogiamente, una condensa malevola sopra i tetti dei palazzi. Un presagio, coni grigiastri dentro cui smarrire rimpianti immisurabili.

Il tossico sistema la camicia al collo, stringe le narici con le dita. Strizza nella rota.

Si è appena sistemato i radi capelli bruni. Ed è già andato.

Sono vecchi.

La pelle li riveste come una casacca di iuta. Confonde il privilegio di un connotato, lo semplifica, lo mortifica.

Riconosci la grossolanità del male quando ci investe senza riguardo.

Il male. Non è altro in fondo che l’assordante espiazione per conto di altri. Cosa dobbiamo ancora restituire? Abbiamo ceduto, accolto la privazione, esasperato la rinuncia, fino a fenderne le più segrete tratte.

Attraversiamo molteplici deserti, non abbiamo compagni, siamo piccoli alvei, un cuore marcio.

Madide destrezze, dentro la lunga carovana infuocata, le dune, il miraggio alla fine, la luce dell’apocalisse e della visione.

Non eravamo, questo, non eravamo che questo.

Alvei, cuori marci, carovanieri in marcia, dentro piste solcate e da sorgenti di luce che accecano la sosta.

Non eravamo forse altro che questo. Io credo.

(continua)

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