LA CALLEGGIANTE LIBERTINA

Calleggio dunque sogno

Roberta Denti

Calleggiare è un termine coniato ad hoc dalla sottoscritta mentre leggiadra e libertina si concede la sua rituale fuitina tra calli e campielli veneziani. Inoltre, calleggiare, ossia andar per calli senza una meta, rima con cazzeggiare, altro fondamentale esercizio da implementare in questa convulsa e insulsa vita moderna. Più passa il tempo, più sento il bisogno psicofisico di vivere in luoghi a dimensione umana, con personaggi pittoreschi e stradine da percorrere a piedi. Camminare è uno dei pochi vizi sani che possiedo.

Venezia è il luogo ideale per farlo perché perdendosi ci si ritrova, o meglio, come scrive il bravo Tiziano Scarpa nel libro Venezia è un pesce: Smarrirsi è l’unico posto dove vale la pena andare. Venezia è il luogo ideale dove smarrirsi o addirittura perdersi per non trovarsi più nell’onirica ed erotica malia lagunare. L’unico itinerario da seguire in laguna, battendo i masegni irregolari che compongono la sua pavimentazione, è a caso a casso come a me piace storpiarlo.

E’ la ricerca intellettuale e uterina – magica combinazione di testa e mona – a svolgere un ruolo chiave nella mia esistenza di vagabonda, sempre anelante verso lidi nuovi, verso sconosciuti. Rifuggo e rigetto a gambe levate e cosce scavallate la monotonia, che nel mio spirito rima con monogamia, assaporando ogni fruttifero e proibito boccone che raccolgo lungo il mio sentiero costellato di molteplici deviazioni dalla retta via.

Per assoluta fatalità – espressione veneziana che suona come “Inshallah” ma spogliata di qualsiasi retaggio religioso – in una delle mie amorose scorribande in laguna mi sono imbattuta in una deliziosa e minuscola casa editrice, Damocle Edizioni, dove ho scoperto i peccaminosi versi di Giorgio Baffo, soprannominato nel Settecento “il poeta delle orge.” Le sue licenziose liriche, orgogliosamente scritte in veneziano, sprizzano lussuria e goduria, come nel sonetto Sora La Mona:

La Donna gà ’na cosa tanto bona,
Che tutti la vorrìa, tutti la brama,
Co tanti varj nomi la se chiama,
Ma ’l più bello de tutti xe la Mona…

Baffo ebbe molta influenza negli anni dell’infanzia di Giacomo Casanova, l’avventuriero libertino veneziano doc, che fu anche un agguerritissimo difensore dell’intelligenza delle donne. Perché per amare davvero le donne, bisogna rispettarne l’intelletto e non solo poppe e chiappe.

Non esiste al mondo luogo più intrigante di Venezia, teatro nei secoli di giramondo, amanti, artisti, viaggiatori e scrittori. Nel Cinquecento Venezia vantava un quartiere a luci rosse, situato tra San Polo e Rialto, dove sorgevano i luoghi di piacere, i postriboli, ravvivati da seducenti cortigiane, tra cui spiccava Veronica Franco, avviata al mestiere più antico del mondo dalla madre, che faceva parte di un circolo letterario e che ha lasciato in eredità due libri di poesie.

Nel 1421 le prostitute furono trasferite per editto del Doge nelle case che la Serenissima aveva ereditato dalla famiglia Rampani, da cui Ca’ Rampani e il termine carampane. Il Doge concesse alle donnine di piacere di mettere in bella mostra la mercanzia affacciandosi poppute sui balconi per arginare il dilagare dell’omosessualità in laguna. N’è testimonianza ancora oggi il Ponte delle Tette che solca il Rio delle Tette, situato davanti a uno dei bordelli di un tempo.

Uno dei miei decadenti rituali veneziani è visitare una di queste locande, che in passato offriva vino e companatico ai frequentatori dei postriboli, e che oggi con il nome di Antiche Carampane ospita uno dei social table più social di Venezia frequentato da casanova locali, e aspiranti tali, con i quali intrattengo sempre dissolute e argute conversazioni e dove non mi stanco mai di mostrare le mie beltà in pimpante attesa della prossima preda. Quanto è bello fare l’amore con Venezia.

Sono intimamente convinta di essere stata una cortigiana, molto –anal, in un’altra vita. O una dogaressa di lussuriosi editti.

Nel bellissimo dialetto veneziano c’è una parola, marantega, che indica la befana, la zitella, l’acida, la solita triade, insomma. Come mio solito, invece, io amo ridare dignità a parole e status connotati negativamente. Pertanto abbraccio con stupefacente gaudio l’essere marantega incallita. E di sorelle di casta qui a Venezia ne ho trovate e ritrovate altre. Non è un caso che proprio in questa città, da secoli aperta a culture, religioni e razze variegate, già nel XV secolo si fosse stabilita una forte presenza di donne libere e fuori dagli schemi. Fu proprio un’erudita veneziana, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna a laurearsi al mondo all’età di 32 anni nel 1678.

Sul tema delle donne libere e libertine, sagaci e appassionate, ribelli e fuori dagli schemi, vi consiglio un interessante libro intitolato The Unfinished Palazzo: Life, Love and Art in Venice di Judith Mackrell – tradotto in italiano con il titolo di Il palazzo incompiuto. Vita, arte e amori di tre celebri donne a Venezia dove si narra la storia del famoso Palazzo Venier dei Leoni, oggi sede del Museo Peggy Guggenheim, e di come nel ventesimo secolo sia stato di proprietà di tre donne straordinarie: Luisa Casati Stampa, soprannominata la Divina Marchesa, musa e amante di D’Annunzio, Doris Castlerosse Delevingne, sensuale socialite inglese dotata di prorompente carisma sessuale e Peggy Guggenheim, collezionista d’arte e mecenate d’artisti.

Grazie alla sua storia cosmopolita e libertina, Venezia da sempre rappresenta un approdo sicuro per anime ribelli e anticonvenzionali. Ancora oggi, malgrado il pestilenziale turismo di massa, si possono ritrovare accenni del suo glorioso passato. Basta disconnettersi dalla folla, calleggiare in calli meno battute, romanticamente a notte fonda avvolti dal caigo, la schighera in veneziano, osservare la maestosa architettura e farsi rapire dai bacari – nome che deriva dalla tipica espressione veneziana “far bàcara”, ossia “far festa” – per sognare altri tempi, altre tempre, altro da sé.

Il viaggio è sempre scoperta intima e individuale.