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Solitudo

Diamante Faraldo, Autoritratto e teschio capovolto, Milano 2007

Da giovane pensavo che seguire i miei desideri mi avrebbe automaticamente circondato di persone.

All’epoca lo chiamavano essere veri con se stessi.

Ma quale dovrebbe essere la nostra verità?

Da giovane pensavo che la verità fosse qualcosa esterno a me e quindi provavo a tentoni di afferrarmi ad una o ad un’altra.

Ogni volta mi trovavo circondato da persone, ogni volta diverse ed ogni volta uguali; insieme per affermare qualcosa, o, forse, per essere affermati da qualcosa…

Ad ogni modo la maggior parte di queste persone sono ancora là, come se il tempo non avesse cambiato nulla.

Insieme, invecchiate in quella verità, condannati a pronunciare le stesse parole, ad abbracciare le stesse persone e, sempre insieme, ad inventare problemi da risolvere, perché tutti abbiamo bisogno di problemi e dolore, e quando non ci sono, dobbiamo crearli.

Da giovane avevo intuito che il segreto dell’essere insieme, non poteva che non risiedere in qualcosa di esterno e super partes.

Ed avevo paura di rimanere da solo nutrendo un timore profondo alla solitudine.

Eppure, già da giovane, qualsiasi esperienza provassi mi opprimeva perché, quel valore esterno, era minuscola cosa in confronto alla voragine che avevo dentro.

Passata l’euforia iniziale mi sentivo solo prigioniero e privato della mia identità.

In fin dei conti, sentivo che stavo perdendo tutto.

Da giovane intuii che le persone che stanno con te per un obiettivo comune, non ti vogliono realmente bene, e che son semplicemente compagni di un viaggio che non hai scelto.

Non é desiderio quello che nasce da una paura o da un timore, ma sono solo un surrogato atto ad evitarlo.

E così, sempre da giovane, scelsi la solitudine.

Non c’é niente da fare, quando si sceglie la propria strada, quando si sceglie di affrontare i propri mostri e le proprie speranze, si é da soli.

Non c’é nessuno che possa comprendere, meno quelli che credono di essere in grado di farlo, e non c’é nessuno che possa aiutarti.

Il cuore spinge e sai solo tu quanto hai fatto per seguirlo o quanto hai risparmiato. E tutto quel che hai risparmiato é il vero grande ed unico peccato per il quale non riesci a trovare espiazione, se non quel dolore immenso e che proviene dalla possibilità dell’insensatezza.

Solo tu sai quanto hai dato.

E più dai meno ricevi. Perché quello che dai é talmente più di te, che niente e nessuno é in grado di ripagarlo.

Ma mentre dai, e non lo fai per gli altri, ma lo fai per te, qualcosa accade che ti illumina.

E quella luce, spinge il desiderio più in là.

Sempre più in là.

Cerchi in tutto quello che vedi, ascolti o senti, quella dimensione, quel volume espansivo. Quando lo trovi il tuo cuore gioisce, al contrario, tutto ciò che non risponde a quella spinta vitale viene automaticamente annichilito.

La realtà diventa un propulsore o un freno e, quando é freno, diventa durissimo poterla affrontare.

E così ci guardiamo negli occhi ed a volte capita, poche e rarissime volte, di scorgere in altri il riflesso della stessa necessità di grandezza, quella stessa dimensione del desiderio.

A volte neonata, a volte vertiginosamente più grande della nostra.

A volte accade che riusciamo ad unirci e creare assieme, forse riusciamo ad essere a nostro modo amici. Non perché simili, non con un obiettivo chiaro, non per una idea condivisa o un pensiero comune, ma solo perché leggiamo la vastità della solitudine altrui ed in quella solitudine riponiamo la massima fiducia e la nostra speranza. Così da poter superare tutto: obiettivi, idee, pensieri…

Non saremo meno soli, anzi, forse lo saremo di più, ma ormai sappiamo che nella solitudine risiede la nostra libertà e che, senza forse, quella stessa solitudine é il più grande regalo che la vita ci ha fatto.

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